Antefatto
Come preannunciato alla fine del capitolo precedente, nel capitolo XXXIII, lo scrittore riporta sulla scena mi suoi personaggi e primo fra tutti don Rodrigo. La struttura del capitolo richiama quella dell’XI. Ambedue si aprono con la figura del signorotto, ma nel precedente è indispettito perché il rapimento di Lucia è stato un fallimento, ma poi spalleggiato dalla fedeltà del Griso e dalla diplomazia del cugino Attilio, sente rinascere in lui la scelleratezza speranza che arriverà al suo intento. Nel capitolo XXXIII ci appare subito nel suo consueto aspetto spensierato e cinico, in compagnia del solito Griso, del tutto ignaro del flagello che sta per fare finalmente giustizia. Piano piano, don Rodrigo viene abbandonato da tutto: il cugino Attilio è stato falciato dalla peste, più avanti il Griso lo tradisce, derubandolo; in tal modo, abbandona il campo a Renzo. Lo scrittore prepara il lettore gradualmente ad un evento minaccioso quanto inaspettato, ricorrendo a dei particolari che rendono l’atmosfera ancora più misteriosa: la fiacchezza delle gambe, il respiro grave, la sete, il silenzio di don Rodrigo durante il rientro a casa dopo aver passato la notte con gli amici, da gaudente come è sempre stato.
I sintomi del morbo
Per la prima il Manzone elenca i sintomi del morbo. Don Rodrigo ha intuito qualcosa, ma cerca di dissimulare a se stesso e al Griso la gravità del male. Ha intuito il contagio anche il Griso, fatti che sono rivelati da alcuni gesti cauti. Infatti, egli si tiene alla lontana e si avvicina al suo padrone meno che può e lo scrittore precisa che in situazioni simili i mascalzoni hanno l’occhio medico. Contemporaneamente asseconda don Rodrigo, confermando che i sintomi sono la conseguenze del vino bevuto e che coricarsi gli farà senz’altro bene.
La notte di don Rodrigo
La notte di don Rodrigo si divide in due parti: la prima è caratterizzata da un malessere fisico generale e dall’inquietudine per la minaccia del morbo che si fa sempre più reale. La seconda parte descrive il sogno e l’incubo. Il sogno è ambientato in chiesa, in mezzo ad una folla colpita dal morbo. Il trovarsi fra gli appestati, nei cui confronti dimostra ribrezzo e arroganza, in coerenza con il suo temperamento non è altro che la trasfigurazione dello spettacolo reale quotidiano a cui don Rodrigo ha sempre cercato di sottrarsi con il divertimento sfrenato e lo scongiuro, come l’elogio funebre del conte Attilio. All’interno, attira la sua attenzione il pulpito da cui emerge una persona che da oggetto indistinto si precisa via via in un viso (prima gli occhi, poi la barba lunga e bianca, poi un busto ed infine ecco apparire fra’ Cristoforo. Il religioso non mostra alcun gesto di pietà, soltanto lo sguardo fulminante che sembra cercare qualcuno, accompagnato dall’atto di alzare la mano contro di lui. La chiesa si trasforma, allora in un Tribunale della Morte. In don Rodrigo risale, allora, in superficie uno stato d’animo di terrore, à lungo represso.
Il colloquio con il Griso
Si passa, allora, al colloquio con il Griso, in cui ciascuno dei due personaggi rivela il suo vero volto; don Rodrigo forte e prepotente contro i deboli, ora è un meschino, di fronte alla forza occulta della Provvidenza. Il Griso si rivela astuto e crudele, ma vile. Nel mutato tono di don Rodrigo e nelle misurate risposte del Griso, venate di beffa, si può notare una sinistra comicità
Don Rodrigo vs L’Innominato
Si può cercare di fare un confronto fra don Rodrigo e l’Innominato. Quest’ultimo, per sua decisione e non per volere del destino, ha rinunciato di buon grado al ruolo di tiranno, disarma i suoi bravi con un saggio e pacato discorso e in loro fa crescere la stima per lui. Don Rodrigo perde la sua autorità e passa alla supplica, ricorrendo ad espressioni, mai sentite uscire dalla sua bocca: “”Fammi un piacere”, “Se guarisco ti farò del bene” la cui origine è da ritrovare nella paura del morbo.
I monatti
Chiede al Griso di andare a prendere e condurre al suo cospetto un medico famoso. Il bravo dice di ubbidire, ma in realtà contatta i monatti perché vengano a portar via il padrone. Lo scrittore si sofferma, allora, a descrivere in modo realistico l’ansiosa attesa di don Rodrigo. Inizialmente la risposta a tale attesa e solo acustica (lo squillo del campanello che i monatti portavano legato alla caviglia), poi il sospetto ed infine visiva. Don Rodrigo si divincola e afferra una pistola, ma non c’è niente da fare perché i due monatti, sono più veloci di lui. Da notare che in questa scena scompare il “don” davanti a “Rodrigo” perché anche lui, ormai, è diventato uno sventurato come tutti gli altri. Ormai egli è trattato come un fagotto e per lui il Manzoni non prova alcuna pietà, anzi, è significativo in tal senso l’a frase “……quindi, alzato il miserabil peso, lo portarono via” in cui l’aggettivo “miserabile” ha un duplice significato: degno di commiserazione e spregevole.
La fine
Ritroviamo don Rodrigo, ormai in coma, steso sul giaciglio, nel lazzaretto, ridotto ad una larva umana. Ormai la disfatta è totale. A guisa di coperta ha una cappa signorile che lo isola ancora di più dal contesto e sottolinea l’inutilità del rango, di cui l’indumento è il simbolo, di fronte alla morte.
Promessi Sposi - La morte di don Rodrigo
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