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Concetti Chiave

  • La virtù per gli stoici è identificata con l'operare del fuoco o logos, e vivere virtuosamente implica accettare il corso della natura e unirsi ad esso.
  • I paradossi dell'etica stoica evidenziano che la virtù è unica e comune a uomini e dèi, e che solo il saggio è realmente libero e felice, privo di passioni.
  • La saggezza stoica richiede la capacità di distinguere tra ciò che è in nostro potere e ciò che non lo è, accettando l'indifferenza verso le cose esterne.
  • Il saggio stoico, anche di fronte al dolore e alla sofferenza, mantiene un atteggiamento di felicità, continuando a svolgere il proprio ruolo nella vita.
  • Il termine "stoicismo" è comunemente associato alla capacità di sopportare il dolore senza alterare la propria disposizione interiore.

La virtù e il fuoco stoico

La virtù, possiamo anche dire, è per gli stoici l'operare del fuoco o logos; e "vivere natura", cioè vivere virtuosamente, è sviluppare l'azione di quella particella di fuoco che costituisce la nostra "ragion seminale". Senza dubbio, essendo tutto determinato, è impossibile deviare il corso della natura; ma questo non basta: occorre anche riconoscere e accettare il corso inevitabile della natura, assumersi la parte che in esso ci tocca come nostra, perché solo in tal caso noi ci identifichiamo con quel fuoco o ragione che opera. Allora il nostro operare sarà razionale e libero, e di esito immancabilmente felice, poiché andrà nell'identico senso del fato: altrimenti saremo semplicemente trascinati dagli eventi naturali. Ciò si esprime nel celebre adagio: "Fata volentem ducunt, nolentem trahunt".

Quali sono i paradossi dell'etica stoica?

Se si tiene presente che l'operare virtuoso è operare dell'unico fuoco divino o "ragione", si spiegano i paradossi dell'etica stoica, ai quali Cicerono dedicò un'apposita trattazione: ad esempio, che la virtù è una sola; che è la stessa nell'uomo e in Dio; che tutti i vizi (o le colpe) sono equivalenti; che solo il sapiente (sophòs: colui che opera nel senso del Logos) è libero ricco e felice, e che tale è necessariamente; che egli non ha passioni (essendo identico con l'attività) e non può esser turbato, sicché gode della "apatia" e della "atarassia".

Sapienza e indifferenza stoica

La condizione essenziale per esser sapiente è distinguere ciò che dipende da noi (o "è in nostro potere") da ciò che non ne dipende. Gli "stolti", invece, sono caratterizzati precisamente dalla pretesa di influire su ciò che non dipende dalla loro "ragione seminale", e quindi dal perseguire disegni fatalmente destinati a fallire. Ciò che non dipende da noi, al contrario, per noi è "indifferente" (adiàphoron), non ci tocca, e, se siamo saggi, non ci angustia. Per questo il saggio stoico, anche se altri lo sottopone a supplizio, è "felice", cioè continua a svolgere quella parte che soltanto è sua. Tanto che "stoicismo", nel parlare comune, è venuto a significare la capacità di sopportare il dolore senza mutare il proprio atteggiamento.

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Domande da interrogazione

  1. Qual è il concetto centrale della virtù secondo gli stoici?
  2. La virtù per gli stoici è l'operare del fuoco o logos, che implica vivere in accordo con la natura e accettare il corso inevitabile degli eventi, identificandosi con la ragione che guida l'azione (come indicato nel testo).

  3. Come si spiegano i paradossi dell'etica stoica?
  4. I paradossi dell'etica stoica, come la virtù unica e la sua equivalenza tra uomo e Dio, derivano dalla concezione che l'operare virtuoso è un'espressione dell'unico fuoco divino o ragione, come evidenziato nella trattazione di Cicerone.

  5. Qual è la differenza tra saggi e stolti secondo la filosofia stoica?
  6. I saggi sono in grado di distinguere ciò che dipende da loro da ciò che non lo fa, mentre gli stolti cercano di influenzare ciò che non è sotto il loro controllo, portandoli a perseguire obiettivi destinati a fallire (come descritto nel testo).

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