Indice

  1. La cesta (Cistellaria, vv. 120-202)
  2. Il prologo ritardato
  3. Due voci narranti
  4. Il deus ex machina

La cesta (Cistellaria, vv. 120-202)

Nella commedia della cesta è un’anziana prostituta a fornire al pubblico l’elemento narrativo che finirà per condurre alla lieta conclusione della vicenda. Parlando tra sé, la donna racconta al pubblico come molti anni prima abbia trovato una neonata abbandonata in una cesta e l’abbia presa con sé. Questa neonata è Selenio, la ragazza di cui il protagonista della commedia, Alcesimarco, è innamorato, ma che naturalmente non può sposare, perché suo padre non gli consente di unirsi a una trovatella: il padre vorrebbe infatti che Alcesimarco sposasse una figlia del suo vicino di casa, Demifone. Grazie a quella cesta, nel corso della commedia, si scoprirà che Selenio era nata proprio da Demifone: l’agnizione fa cadere le ultime riserve del padre, che consentirà ad Alcesimarco di coronare il suo amore.

Il prologo ritardato

Anche la Cistellaria, come il Curculio ci è stata tramandata dai manoscritti priva di prologo; anche in questo caso non possiamo sapere con sicurezza se un prologo originariamente vi fosse, o se gli spettatori dovessero apprendere direttamente dalle scene iniziali gli elementi necessari a comprendere l’intreccio. Di certo, l’inizio della commedia sembra concepito per presentare al pubblico l’antefatto e i personaggi principali. Nella prima scena, che precede quella qui proposta, la giovane Selenio racconta la sua storia, informando così il pubblico del suo amore per il protagonista Alcesimarco, e al contempo indicando gli ostacoli che si frappongono alla loro felicità: Selenio è ritenuta una trovatella, e per questo Alcesimarco non è libero di sposarla, ma è stato destinato dal padre alle nozze con la figlia di un vicino di casa. La situazione è tipica dell’intreccio comico: il dialogo della prima scena ha individuato i protagonisti e la situazione avversa con cui essi devono confrontarsi. La chiave per risolvere la difficoltà è l’identità della presunta trovatella: proprio la sezione qui proposta indirizza l’attenzione in questo senso, con la successione di due monologhi che possono essere definiti ‘protatici’ in quanto svolgono le funzioni informative che, altrimenti, sarebbero state riassunte dal prologo.

Due voci narranti

Ecco quindi comparire davanti al pubblico, una dopo l’altra, due figure che hanno lo specifico compito di sciogliere gli ultimi, eventuali, dubbi residui del pubblico. La prima è una prostituta, che si presenta con tratti caricaturali costruiti per sollecitare il riso del pubblico: è sazia di cibo e di vino, è ciarliera, e soprattutto è consapevole di esserlo; un segno, questo, dell’attenzione di Plauto ad aspetti che noi oggi definiamo metateatrali (vedi p. 50): nell’atteggiamento di alcuni personaggi, infatti, si nota che questi sanno di avere una determinata funzione, o comunque di muoversi all’interno di convenzioni di genere, e su questi elementi costruiscono la propria relazione con il pubblico. Su un registro più alto si colloca la voce del secondo personaggio di questo brano, il dio Ausilio (in latino Auxilium, «soccorso», «aiuto»). Non si tratta di un vero e proprio dio della tradizione mitologica e religiosa, ma della personificazione di un concetto astratto, cioè di quell’aiuto provvidenziale che i personaggi riceveranno dallo svolgersi degli eventi – e che il pubblico riceverà proprio da questo discorso verso una completa comprensione di quanto sta per accadere davanti ai suoi occhi. Rispetto alla precedente, questa figura svolge il proprio compito informativo con pacatezza e completezza, ma si riserva a propria volta un cenno metateatrale: sapendo di essere incaricato di illustrare l’antefatto al pubblico, il dio si presenta quasi risentito perché la vecchia, parlando più del dovuto, gli ha quasi sottratto il suo ruolo.

Il deus ex machina

Un riferimento alle convenzioni del teatro, soprattutto, è evidente nel modo in cui Ausilio si presenta sulla scena. Dobbiamo figurarci l’attore che cala dall’alto grazie a una macchina teatrale (in lat. machina) per riprodurre l’effetto di un’apparizione divina. Così facendo, Plauto si sta appropriando di un espediente che era nato nella tragedia greca, dove un imprevisto intervento di un dio calato dall’alto (definito alla latina deus ex machina) era finalizzato a risolvere le complicazioni di un intreccio che, altrimenti, i protagonisti non avevano speranza di comprendere. In questa commedia, il dio non interviene a risolvere la difficoltà dei protagonisti, ma a presentare la situazione al pubblico; dalle sue parole si percepisce che gli eventi si sono incanalati lungo un percorso che è già stato deciso dal destino: l’abbandono della trovatella, le circostanze che l’hanno portata nella casa di Melenide, l’incontro con Alcesimarco e persino l’apparente impossibilità della relazione col protagonista sono tutti sviluppi di un piano che si risolverà, come imposto dalle convenzioni del genere, positivamente. A questa risoluzione, il dio Ausilio non avrà bisogno di dare un contributo diretto, ma rimarrà a osservare, con uno sguardo bonario, il procedere degli eventi verso l’immancabile lieto fine.

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