Appunti di letteratura latina
Indice
- I: Le origini di Roma e le forme pre-letterarie. Pp. 2-10.
- 1. Le prime fasi della storia di Roma.
- 2. La prima fase istituzionale della storia romana: la Monarchia.
- 3. Roma da Monarchia a Repubblica.
- 4. Politica e Letteratura in Roma: cause politiche della nascita della letteratura latina.
- 5. La fase pre-letteraria della cultura romana.
- 6. Le forme pre-teatrali: Satura ed Atellana.
- Testi Pp. 11-14.
- II: La nascita della letteratura a Roma. Pp. 15-30.
- 1. I primi autori della letteratura latina.
- 2. I generi della prima letteratura latina.
- 3. La prima epica latina: Livio Andronico, Nevio, Ennio.
- 4. Il teatro latino di età repubblicana: la tragedia e la commedia latina.
- 5. Il contesto del teatro latino.
- 6. Gli autori teatrali da Livio Andronico ad Accio.
- 7. Le origini della prosa latina: Catone il Censore.
- 7.1) La vita.
- 7.2) La produzione.
- a) Le orazioni.
- b) La produzione tecnico-didascalica e pedagogica.
- c) La storiografia: Le Origines.
- Testi Pp. 31-33.
I: Le origini di Roma e le forme pre-letterarie
1. Le prime fasi della storia di Roma
La letteratura latina si definisce tale in quanto si esprime in uno dei dialetti italici: viene però detta anche “romana”, perché nasce a Roma e le sue vicende sono parallele alla crescita e all’espansione di Roma.
Secondo lo storiografo Tito Livio, la fondazione di Roma va collocata nel 776 a.C., la stessa data in cui si svolse la quarta Olimpiade greca.
Sulla fondazione di Roma si hanno per lo più leggende; probabilmente, Romolo non è mai esistito, ma era una divinità umanizzata. Secondo la tradizione, Romolo ha dato il suo nome alla città di Roma, ma la storiografia moderna non sostiene più questa tesi: è ormai ritenuto che sia il nome Romulus a derivare dal nome Roma. Il rapporto onomastico è l’inverso di quello che la tradizione afferma. L’origine etimologica del nome Roma, a tutt’oggi controversa, è stata oggetto di varie ipotesi:
- Ci sono studiosi che affermano che il nome Roma derivi dall’etrusco Rumon (= fiume), con una chiara allusione al sito fluviale della città.
- Ci sono altri studiosi che affermano che derivi dal latino Ruma (= mammella), con un’allusione metaforica alla conformazione dei sette colli su cui sorsero i primi insediamenti di Roma.
I rinvenimenti archeologici confermano la sostanziale storicità delle informazioni di Tito Livio. Gli scavi operati nei pressi del colle Palatino hanno consentito di rinvenire fondazioni risalenti alla fine IX-inizio VIII sec. a.C. Sono state anche trovate fondazioni di minore entità risalenti al XIV sec. a.C., cioè all’Età del Bronzo.
Controversie etimologiche a parte, i primi insediamenti di Roma sono collocati su colli non solo per ragioni di maggiore difendibilità di un sito di altura, ma anche perché la pianura sottostante ai colli era paludosa. Neppure casuale è il fatto che gli insediamenti più consistenti fossero situati sul Palatino, cioè sul colle esattamente antistante all’isola Tiberina. In quel tratto, il Tevere è facilmente guadabile, e il guado veniva oltrepassato dai commercianti che viaggiavano dall’Etruria alla Magna Grecia e viceversa. Quindi il Palatino era privilegiato per il controllo del flusso dei mercanti e delle merci, soprattutto perché un abitato sito in quel luogo era il primo che i mercanti raggiungevano. Nel corso dell’VIII sec., vennero gradualmente popolati anche gli altri colli di Roma.
2. La prima fase istituzionale della storia romana: la Monarchia
Sempre secondo Tito Livio, che si rifà ai nuclei delle prime leggende relative alla storia di Roma, la città venne retta per circa duecento anni a monarchia.
Livio stesso ci fornisce delle date, circoscrivendo la monarchia in Roma tra il 776 ed il 508 a.C.: egli stesso ci fa i nomi di sette re; Romolo, Numa Pompilio, Tullio Ostilio, Anco Marzio, Tarquinio Prisco, Servio Tullio, Tarquinio il Superbo.
Che Roma abbia avuto tra l’VIII ed il VI sec. a.C. una fase monarchica è un dato inconfutabile, anche perché nello stesso periodo quasi tutte le popolazioni italiche, a partire da quella etrusca, conoscono una fase istituzionale monarchica.
Discutibile è, invece, la tradizione che parla di sette re di Roma, decisamente pochi per coprire un arco cronologico di due secoli: ognuno di essi avrebbe dovuto regnare almeno per 35 anni, il che è molto improbabile. Soprattutto, i primi quattro re, sui quali abbiamo solo leggende, sembrano figure evanescenti, ed ormai si pensa che essi sintetizzino la primissima fase monarchica di Roma.
Meno evanescenti sembrano i contorni degli ultimi tre re; Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo. Due di essi portano un nome che rimanda alla città etrusca di Tarquinia, che intorno al VI sec. a.C. si era imposta come città egemone sulla Dodecapoli e su buona parte del Lazio. È dunque sicuro che Roma, a partire dagli inizi del VI sec. a.C. si sia trovata sotto l’influsso Etrusco e sia stata governata da sovrani Etruschi.
Di Servio Tullio si può sostenere con probabilità l’esistenza, grazie alla tomba François, rinvenuta nella necropoli etrusca di Vulci. Questa tomba, appartenente ad una famiglia gentilizia etrusca, è sontuosamente decorata. Tra gli affreschi ve n’è uno che rappresenta un episodio di storia recente, cioè l’uccisione di un personaggio importante ad opera di un individuo designato col nome: “Masterna”.
Dal discorso tenuto in senato dall’imperatore Claudio per far approvare la cittadinanza ai Lionesi e ai Galli romanizzati, sappiamo che Masterna/Mastarna era il nome etrusco del re Servio Tullio. L’imperatore Claudio fu l’ultimo uomo dell’antichità a conoscere l’etrusco e, quindi, questa affermazione è attendibile.
Sotto l’influenza Etrusca, Roma si sviluppa da villaggio a città. Le paludi della pianura sottostante ai colli vengono bonificate grazie alla Cloaca Maxima, che, oltre allo smaltimento dei rifiuti organici, serviva a drenare nel Tevere le acque delle paludi. La pianura diventa area edificabile, e viene costruito il primo nucleo del foro. La costruzione della Cloca Maxima è dalla tradizione attribuita a Tarquinio Prisco.
A Servio Tullio si attribuiscono le Mura Serviane, che costituivano la prima cerchia di Roma, delimitandone il primo sviluppo urbanistico: ce ne restano pochi brandelli, perché, con la crescita ulteriore di Roma, esse furono sventrate.
Sotto Tarquinio il Superbo, secondo Tito Livio, fu stipulato il primo patto commerciale con Cartagine (VI sec. a.C.), per cui le navi romane si impegnavano a non entrare nei porti cartaginesi e viceversa. Questa informazione è plausibile, perché è assodato storicamente che Etruschi e Cartaginesi, entrambi in forte concorrenza con le colonie della Magna Grecia e della Sicilia, avevano optato per una politica di intesa tra di loro, consistente nella spartizione del Mar Tirreno in aree di rispettiva influenza. Il confine passava attraverso la Sardegna; l’area a Nord dell’isola era sotto l’influenza etrusca, mentre quella a Sud era dominio cartaginese. L’accordo prevedeva inoltre la non concorrenzialità: Etruschi e Cartaginesi si erano impegnati a non farsi concorrenza sleale tra di loro interferendo nelle rispettive sfere di influenza. È dunque più che probabile che Roma, città in quegli anni etrusca a tutti gli effetti, abbia stipulato con Cartagine un trattato d’intesa fondato sugli stessi principi.
3. Roma da Monarchia a Repubblica
Tito Livio data la caduta della monarchia all’anno 508 a.C.; stando al suo racconto, due aristocratici, Marco Giunio Bruto e Lucio Tarquinio Collatino, depongono Tarquinio il Superbo con un colpo di stato, dando vita ad una repubblica aristocratica.
In sé, la data è dubbia, in quanto coincide con quella della deposizione del tiranno ateniese Ippia, figlio di Pisistrato, ad opera di Clistene, capo della famiglia degli Alcmeonidi. Livio, rendendosi conto di non avere una base cronologica sicura per ricostruire le fasi più antiche della storia romana, fa riferimento alla più consolidata cronologia della storia greca; così, colloca la fondazione di Roma nell’anno della Quarta Olimpiade e fa coincidere la fine della monarchia in Roma con quella della fine della tirannide in Atene. Tuttavia, se la data in sé è discutibile, l’informazione di Livio è sostanzialmente storica, perché, verso la fine del VI sec. a.C., le città etrusche conoscono un analogo trapasso costituzionale da monarchia a repubblica aristocratica; essendo Roma una città sotto l’influenza etrusca, si può pensare che nello stesso ambito cronologico essa sia divenuta città repubblicana da città monarchica.
L’età repubblicana è quella dell’espansione romana nel Mediterraneo.
Entro il 278 a.C., Roma impone la sua egemonia sull’Italia centro-meridionale. Nel 260 a.C. entra in conflitto con Cartagine, che dopo il declino delle città etrusche era diventata la potenza egemone sul Mediterraneo occidentale.
Dopo la conquista dell’Italia centro-meridionale, lo scontro tra Roma e Cartagine era di fatto inevitabile, se non altro per lo sviluppo costiero acquisito da Roma in seguito alle sue conquiste: oltretutto, Roma, dopo aver assoggettato le colonie della Magna Grecia, aveva stipulato con esse dei foedera (= patti) in base ai quali si impegnava, in cambio della fedeltà delle colonie greche, a tutelarne gli interessi economici, da sempre concorrenziali con quelli di Cartagine.
Nel 241 a.C., la prima guerra punica finisce con la vittoria di Roma, che si impone come superpotenza del Mediterraneo occidentale e consolida ulteriormente il suo ruolo dopo aver vinto la seconda guerra punica, nel 202 a.C.
4. Politica e Letteratura in Roma: cause politiche della nascita della letteratura latina
Convenzionalmente, la nascita della letteratura latina viene collocata nel 240 a.C., anno in cui Livio Andronico, su espressa commissione del senato, scrive e fa rappresentare la prima tragedia regolare, cioè su testo scritto, tradotta e adattata da una tragedia greca.
Andronico era un greco di Taranto che, a seguito della conquista romana, fu fatto schiavo dal console Livius Salinator, il quale, accorgendosi di aver fatto schiavo un uomo di cultura, decise di affidargli l’istruzione elementare dei figli. Tanto si distinse Andronico in questo compito, che il console decise di affrancarlo; in ossequio alla tradizione romana relativa ai liberti, Andronico, una volta affrancato, assunse il praenomen del suo antico padrone, cioè Livius. Una volta affrancato, egli aprì una scuola destinata all’istruzione dei figli delle famiglie patrizie romane.
Livio Andronico, però, è anche il primo autore della letteratura latina: a lui il Senato commissiona la prima tragedia romana regolare; ancora a lui, nel 207 a.C., in prossimità della battaglia del Metauro, il senato commissiona un Partenio, cioè un inno sacro, che doveva essere cantato da 17 vergini scelte tra le famiglie romane più nobili, allo scopo di propiziare il favore degli dei in prossimità dello scontro.
Questi dati pongono un problema: la letteratura latina nasce cinquecento anni dopo la nascita di Roma. Come si spiega un silenzio così lungo?
A Roma la letteratura nasce 500 anni dopo la fondazione della città perché prima di allora non c’era stato alcun interesse politico a far nascere una letteratura. Finché l’orizzonte politico di Roma non andava oltre agli Etruschi, ai Sabini, agli Osci o ai Sanniti, popoli che non erano certo privi di civiltà né di organizzazione sociale, ma che non si erano mai preoccupati di avere una letteratura propria, allo Stato Romano non era sembrato necessario dotarsi di una letteratura nazionale.
Ora, però, Roma si affaccia sul Mediterraneo. Dopo la prima guerra punica ha conquistato anche le colonie greche della Sicilia, città ricche non solo economicamente, ma anche culturalmente, perché vantavano il prestigio della letteratura greca. Dopo la seconda guerra punica, Roma deve porsi come interlocutore politico autorevole rispetto ai Regni ellenistici, che facevano del prestigio culturale una carta da giocare anche sul piano politico; Roma deve pertanto affermarsi anche come centro culturale. Non è quindi un caso che la prima tragedia regolare, cioè la prima opera dotata di un testo, e perciò stesso “letteraria”, venga commissionata dal Senato: la letteratura, in Roma, nasce per espressa volontà della classe dirigente, per giunta dell’organismo che gestisce la politica estera.
5. La fase pre-letteraria della cultura romana
Prima del 240 a.C., ci sono testimoniati pochi documenti, detti “pre-letterari” perché sono testi scritti privi di qualunque pretesa letteraria. Si tratta per lo più di iscrizioni, testi religiosi, testi legislativi, testi proto-storici. Sappiamo poi dell’esistenza di forme pre-teatrali, caratterizzate dall’assenza di un testo “regolare”, cioè di un copione fisso. Di esse parleremo a parte.
Passando in rassegna per ordine i testi pre-letterari, risulta il seguente quadro:
a) Iscrizioni
1. Il c.d. Vaso di Duenos: questo vaso risale al VI sec. a.C. ed è un reperto costituito di tre vasi fusi assieme nei fianchi: lungo tutto il vaso corre un’iscrizione dalla decifrazione controversa: ne sono state proposte almeno sessanta diverse trascrizioni. Secondo la più antica di esse, Duenos sarebbe il nome dell’artigiano che ha forgiato il vaso: esiste, però, e sembra più fondata linguisticamente, un’altra ipotesi che vede nella forma duenos un arcaismo per bonus, per cui la frase DVENOS MED FHEKED va in realtà interpretata “bonus <artifex> me fecit”, cioè “un bravo artigiano mi ha plasmato”. L’iscrizione contenuta su quel vaso rimane tuttora un mistero.
2. Elogio di Scipio Barbatus: risale al 260-250 a.C. ed è un’iscrizione sepolcrale, contenente l’elogio del personaggio, che ricoprì in vita importanti cariche pubbliche e si rese benemerito presso lo Stato Romano con varie imprese militari. L’iscrizione è di una certa importanza perché costituisce una prima, embrionale testimonianza di laudatio funebris. In età storica, l’oratio funebris, ossia il discorso commemorativo di un personaggio importante in occasione dei suoi funerali diverrà uno dei generi della retorica latina.
b) Testi religiosi: i Carmina
Sotto il nome di Carmina vengono raccolti diversi Inni sacri cantati in onore di varie divinità, in occasione di solennità particolari. Ce ne sono pervenuti diversi, tutti di interpretazione controversa:
1. Il Carmen Saliare: è detto così perché sappiamo che era cantato dal collegio sacerdotale dei Fratres Saliares, la cui fondazione risale, secondo la tradizione, al re Numa Pompilio, che avrebbe affidato a questo collegio il compito di conservare il sacro scudo di Romolo (= ancile), mandato dagli dèi per la salvezza della città. Molto probabilmente si trattava di un frammento di meteorite (= scudo celeste), di cui furono prodotte undici copie, per evitare che l’originale venisse trafugato. I Fratres Saliares, sfilando in processione nel mese di marzo durante una cerimonia religiosa appositamente istituita, erano soliti cantare questo inno danzando ed agitando gli ancilia.
Su questo inno, Quintiliano, un retore del I sec. d.C. vissuto durante l’età di Vespasiano, ci dice che i sacerdoti del Collegium Saliare lo intonavano ancora ai suoi tempi, anche se non capivano più quello che dicevano. Nella mentalità romana (e pagana in generale), era diffusa l’idea che l’instaurazione di un rapporto con la divinità fosse legato a certe determinate formule rituali, per cui, cambiando anche solo una parola, il suo effetto svaniva; pertanto, di generazione in generazione, i Fratres Saliares si tramandarono questo canto, anche quando non capivano più che cosa volesse dire, affidandosi alla “memoria meccanica”.
2. Il Carmen Arvale, un inno in onore di Marte cantato dai sacerdoti del Collegium Arvale, ai quali era affidato il compito di purificare gli Arva, cioè i campi, con processioni dette Ambarvalia (= intorno ai campi). L’inno ci testimonia una fase molto arcaica della religione romana, in cui Marte, prima di essere identificato con il dio greco Ares, era dio della fertilità della terra, e non ancora dio della guerra. Questo canto si segnala per alcune caratteristiche:
- Il ritmo ternario, per cui ogni invocazione viene ripetuta tre volte. Il numero tre ha valenza sacrale. C’era l’idea che gli dèi fossero lontani e indifferenti, perciò bisognava ripetere un’invocazione almeno tre volte perché venisse sentita.
- La presenza di varie figure di suono, che dovevano inizialmente avere un valore mnemotecnico, cioè di ausilio per la memoria, per poi assumere un valore rituale. Le figure di suono più ricorrenti in questo carmen sono:
a) L’omeoteleuto, che risulta dall’accostamento di parole aventi medesima terminazione; è la figura di suono da cui, in progresso di tempo, si svilupperà la rima.
b) L’allitterazione, che consiste nel ripetere più volte lo stesso suono, o accostando tra di loro parole con le stesse iniziali, o ripetendolo comunque più volte, anche quando non ricorre ad inizio di parola (allitterazione c.d. interna).
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