Maturità magistrale 1975 - Intervalli e gioco nell'educazione dei fanciulli
Mores quoque se inter ludendum simplicius detegunt: modo nulla videatur aetas tam infirma quae non protinus quid rectum pravumque sit discat, tum vel maxime formanda cum simulandi nescia est et praecipientibus facillime cedit; frangas enim citius quam corrigas quae in pravum induruerunt.
Occorre tuttavia concedere a tutti un qualche periodo di riposo […]. Pertanto una volta rigenerati e freschi di energie (i bambini) dedicano all’apprendimento più forze e nello stesso tempo una mente più acuta, mente che recalcitra in certo qual modo alle costrizioni. E non mi troverebbe sfavorevole neanche il gioco nei bambini (anche questo è segno di vitalità) e d’altra parte non potrei sperare che si mostrasse dotato di una mente recettiva riguardo a ciò che studia quel bambino che fosse musone e sempre in disparte, dal momento che resta inerte anche in quello slancio che dovrebbe essere particolarmente naturale a quella età. I momenti di riposo tuttavia debbono avere una certa misura, per evitare che, se negati, suscitino avversione per lo studio oppure, se concessi in modo eccessivo, provochino una abitudine all’ozio. Inoltre vi sono alcuni giochi tutt’altro che inutili ad acuire le menti dei bambini, quando (per esempio) essi impostano gare di emulazione proponendosi reciprocamente piccoli quesiti o problemi di ogni tipo.
Nel gioco anche il carattere si scopre con maggior schiettezza, purché non sembri che nessuna età sia tanto debole da non poter direttamente apprendere cosa sia bene e cosa male; e soprattutto allora deve essere formata, quando non è capace di fingere e si lascia con grande facilità plasmare dagli insegnanti: infatti si potrebbero toglier via più velocemente che correggere i lati negativi del carattere che si siano fortemente radicati.