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Legittimazione del potere politico e ruolo della chiesa dopo l'età moderna
Per molto tempo, il potere esercitato da un monarca o, più raramente, da un governo aristocratico venne giustificato attraverso l’idea che l’autorità politica avesse un’origine divina.Secondo questa concezione, Dio aveva affidato ai sovrani il compito di mantenere l’ordine, proteggere e diffondere la vera fede e punire i malvagi. Questa teoria, conosciuta come diritto divino dei re, rimase diffusa almeno fino al XVIII secolo. Il sovrano, quindi, non doveva la propria autorità direttamente al popolo, ma a Dio. Di conseguenza, il suo potere veniva considerato legittimo perché derivava da una volontà superiore.
Il ruolo della Chiesa nella formazione dell’assolutismo
Un ruolo importante nello sviluppo delle forme di potere accentrato fu svolto dalla Chiesa di Roma. La sua organizzazione era fortemente gerarchica e centralizzata, con il papa al vertice della struttura ecclesiastica.La Chiesa disponeva inoltre di un sistema giuridico organizzato, il diritto canonico, e di simboli e cerimonie che rafforzavano il prestigio e l’autorità del pontefice.Un elemento particolarmente importante era il fatto che il papa riunisse nella propria persona l’autorità spirituale e la sovranità politica su uno Stato territoriale. Questa concentrazione di poteri rappresentava un esempio di plenitudo potestatis, cioè di pienezza del potere.
I sovrani europei
Anche gli altri sovrani europei cercarono di rafforzare la propria autorità attraverso il legame con la religione e il controllo esercitato dal clero sulle coscienze dei sudditi.Per questo motivo, i re di Francia si definirono «re cristianissimi», quelli di Spagna «re cattolici», mentre Enrico VIII Tudor d’Inghilterra ricevette il titolo di Defensor Fidei, cioè «difensore della fede», prima della rottura con Roma.
Il legame tra religione e potere politico
Il rapporto tra autorità religiosa e potere politico era particolarmente stretto nella Russia ortodossa, che si considerava erede della tradizione dell’Impero bizantino, caratterizzata dal cosiddetto cesaropapismo.
Con questo termine si indica una situazione in cui il potere politico esercita una forte influenza sugli affari religiosi e sull'organizzazione della Chiesa.
Anche dopo la Riforma protestante, il legame tra religione e autorità politica rimase molto forte. Nei principati tedeschi e nei regni scandinavi, dove si diffuse il luteranesimo, si affermò progressivamente una subordinazione delle Chiese allo Stato.
In questo modo, i sovrani acquisirono un maggiore controllo sulla vita religiosa dei propri territori e poterono utilizzare la religione per rafforzare la propria autorità.
Il diritto di resistenza al tiranno
Non tutti i teorici del potere sostenevano, però, che il sovrano dovesse essere obbedito in qualsiasi circostanza.Alcuni pensatori calvinisti, chiamati monarcomachi, elaborarono la teoria del diritto di resistenza al tiranno. Secondo questa concezione, un sovrano che opprimeva i sudditi e perseguitava la vera fede poteva perdere la propria legittimità.
Idee simili furono sostenute anche da alcuni esponenti della tarda scolastica spagnola, come Juan de Mariana e Francisco Suárez.
Questi autori continuavano a considerare strettamente collegati il potere religioso e quello civile, ma contribuirono anche allo sviluppo di teorie secondo cui l'origine della sovranità poteva essere ricondotta al popolo, che delegava il potere al monarca.
Si cominciò così a mettere in discussione l'idea che l'autorità del sovrano fosse sempre legittima indipendentemente dal suo comportamento.
Machiavelli e l'autonomia della politica.
L'importanza di Machiavelli
Un cambiamento importante nel modo di concepire il potere politico fu introdotto da Niccolò Machiavelli, che contribuì a separare l'analisi della politica dai principi morali e religiosi tradizionali.Secondo questa prospettiva, la politica doveva essere studiata considerando le sue regole concrete e le esigenze legate alla conquista, alla conservazione e all'esercizio del potere. Lo Stato veniva così considerato un fine autonomo, da preservare anche attraverso decisioni non sempre conformi alla morale religiosa.
Questa visione, tuttavia, non venne accolta favorevolmente in un'Europa attraversata da conflitti religiosi tra cattolici e protestanti.
Anche Jean Bodin, pur sostenendo la sovranità del monarca, riteneva che il sovrano fosse responsabile davanti a Dio. Il rispetto della legge divina rappresentava quindi un limite alla sua autorità.
Allo stesso modo, gli autori italiani della ragion di Stato, pur riprendendo da Machiavelli diversi suggerimenti pratici, rifiutavano l'idea di una completa autonomia della politica dalla morale religiosa.
La crisi della teoria del diritto divino
Nel XVII secolo, mentre il potere monarchico raggiungeva forme particolarmente accentuate, la teoria del diritto divino dei re arrivò al suo massimo sviluppo.Tra le opere più importanti che sostenevano questa concezione vi erano La politica tratta dalle parole stesse della Sacra Scrittura di Jacques-Bénigne Bossuet, pubblicata nel 1679, e Patriarca di Robert Filmer, pubblicata nel 1681.
Questi autori difendevano l'idea che l'autorità del sovrano derivasse da Dio e che l'obbedienza al monarca fosse un principio fondamentale dell'ordine politico.
Contemporaneamente, però, cominciarono a svilupparsi nuove teorie che mettevano in discussione i fondamenti religiosi della sovranità.
Un ruolo importante fu svolto dal contrattualismo, una corrente di pensiero secondo cui l'organizzazione politica e l'autorità dello Stato potevano essere spiegate attraverso un patto tra gli individui, anziché esclusivamente attraverso la volontà divina.
Alla base di queste teorie vi era anche l'idea di un diritto naturale universale, cioè un insieme di principi e diritti considerati validi per tutti gli esseri umani, indipendentemente dalle leggi dei singoli Stati.
Uno dei principali sostenitori di questa concezione fu il giurista olandese Ugo Grozio, che nel 1625 pubblicò l'opera De iure belli ac pacis (Il diritto della guerra e della pace).
Il pensiero di Grozio contribuì a rafforzare l'idea che il potere politico dovesse essere analizzato anche alla luce di principi giuridici universali, non soltanto attraverso la religione.