Concetti Chiave
- L'angoscia è il fulcro della filosofia di Kierkegaard, simboleggiando l'indecisione nelle scelte di vita e caratterizzando il suo approccio esistenziale.
- Kierkegaard critica Hegel per aver ridotto l'importanza del singolo, enfatizzando la trascendenza divina rispetto alla concezione panteistica di Dio.
- La filosofia di Kierkegaard esplora vari stadi dell'esistenza, dall'estetico all'etico, fino al salto verso la vita religiosa, rappresentato dalla figura di Abramo.
- Per Kierkegaard, la fede è un paradosso che nasce dall'angoscia e implica una scelta tra leggi morali e divine, fungendo da antidoto alla disperazione.
- La disperazione è vista come una "malattia mortale" causata dall'ignoranza dell'innocenza, superabile solo attraverso un rapporto autentico con Dio.
Che cos'è l'angoscia e la filosofia di Kierkegaard?
La sua esistenza è connotata da una serie di episodi che l’hanno segnato; ed insito nel suo carattere, vi è un elemento dal quale poi ha prodotto la sua filosofia: l’angoscia (caratterizzata da una incostante indecisione sulle scelte di vita). Per questo suo modo di affrontare la vita è stato definito come precursore dell’esistenzialismo (scuola filosofica che si affermerà nel 900). L’angoscia è il tema fondante della sua filosofia, insieme alla fede. Lui parlava di un terremoto che si era abbattuto sulla sua famiglia, una minaccia che incombeva su di lui e la famiglia (questo perché il padre aveva commesso una colpa e lui aveva considerato questa come causa di questo terremoto). Lui sostiene di avere una “scheggia nelle carni” (dovuta a questa continua angoscia).
La scelta e la possibilità
Importante è l’elemento della scelta, davanti alla quale lui rimaneva paralizzato (una paralisi che lo metteva di fronte al nulla), sostenendo di essere sempre al punto zero, proprio perché non riusciva mai a decidersi. L’indecisione proviene dal fatto che la scelta porta alla possibilità, e la possibilità a un futuro, un futuro incerto che è sconosciuto, dunque non si sa se sarà positivo o negativo, ecco perché ha paura. L’indecisione caratterizzò il suo percorso esistenziale, e lui si è proprio definito discepolo dell’angoscia. Le categorie fondate da cui egli parte sono: scelta, la possibilità, e il singolo e la religione.
Critica a Hegel e religiosità
Per quanto riguarda il singolo lui si pone contro Hegel prima di tutto nel concetto di ragione universale, criticandolo di aver trasformato il genere umano in un genere animale, perché negli animali il genere è superiore al singolo, mentre negli uomini il singolo è superiore al genere; poi lo critica per aver immanentizzato Dio eliminandone la trascendenza e rendendolo panteistico, mentre per Kierkegaard egli è comunque un assoluto trascendente; e infine lo critica di non essere il filosofo della verità. Riguardo la religone, lui si definisce profondamente religioso e la sua religiosità consiste in un cristianesimo evangelico. Egli considera il testamento come libro di vita e la fede come la sua ancora di vita. Un’altra caratteristica di Kierkegaard furono gli pseudonimi di cui egli si servì per poi parlare della sua filosofia. Tra le opere più importanti: “Diari di un seduttore”, “Sul concetto di ironia e in riferimento costante a Socrate”, “Aut aut”, “Il concetto dell’angoscia”, “Timore e tremore”.
Gli stadi dell'esistenza
All’uomo sono date tante possibilità che possono essere sfruttate, mentre in Hegel non c’è tanta libertà, in quanto tutto è stato già definito. In Kierkegaard l’uomo si trova davanti a tante possibilità e nell’”Aut Aut” parla degli stadi dell’esistenza, ognuno dei quali ci mette di fronte ad una scelta, che deve avvenire proprio secondo un “Aut aut”, ovvero “o questo o quello”, quindi l’”Aut aut” ci pone difronte a un bivio: o saltiamo o sprofondiamo in un abisso, quindi non c’è un percorso regolare. Il primo stadio è lo stadio estetico: la figura emblematica di questo stadio è il Don Giovanni, che incarna la figura dell’esteta. Egli è un uomo che vuole vivere una vita eccezionale ed inimitabile, vissuta per la qualità e non per la quantità dei momenti, una vita al di sopra della banalità e della mediocrità e molto dinamica perché gli piace cambiare. Questi sono pseudonimi, maschere dietro al quale si nasconde Kierkegaard, quindi sono autobiografiche. Quando l’esteta ha già vissuto una vita inimitabile e deve tornare alla normalità, sprofonda nella noia. A questo, gli tocca decidere se rimanere nella noia, cadendo così nella disperazione, oppure se cambiare completamente stile di vita. Il Don Giovanni opera questo salto per sfuggire alla disperazione e arriva allo stadio etico. Esso è un tipo di percorso più statico e lineare dove il personaggio è rappresentato dal marito che deve alla moglie, che pone tutto sul matrimonio e che considera la vita di coppia come l’elemento di raggiungimento della felicità, quindi un percorso nettamente contrapposto a quello dello stato estetico. Il Don Giovanni voleva tante donne e il marito solo una. C’è questo trapasso nel marito, uomo fedele, che rispetta la moglie e ama i figli e che realizza la sua vita nel lavoro, considerato il fondamento della vita etica ed anche il modo attraverso cui il marito si relaziona con tutti gli altri. E’ proprio attraverso il lavoro che il marito riconosce la sua storia, una storia che lui riconosce essere fatta di dolore, di crudeltà, ed è proprio attraverso questa presa di coscienza che il marito riconosce la sua colpa, che poi non è solo sua ma è di tutti uomini, ed è quella del peccato originale. Ciò lo porta al pentimento, grazie al quale si profila un nuovo percorso. Il marito ora opera un salto nella vita religiosa.
Il salto nella vita religiosa
Di questo Kierkegaard ce ne parla nell’opera “Timore e tremore”. La figura emblematica ora è Abramo, uno dei patriarchi degli ebrei, ed è il campione della fede perché ha vissuto per tanti anni nella legge di Dio, di conseguenza ha una fede solida. A un certo punto però, Dio lo mette alla prova e gli dice che deve uccidere il figlio Isacco. Si profila ora una nuova domanda interiore: deve tradire gli affetti familiari (legge morale) o deve tradire Dio (legge divina)? Tradirà i familiari e obbedirà a Dio; ed è la scelta che lo salva perché quando Abramo sta per uccidere il figlio Dio lo ferma. Abramo è una figura molto paragonabile a quella di Agamennone. Anche Agamennone doveva sacrificare la figlia Ifigenia per propiziarsi gli dei. Sono due scelte che vengono messe in parallelo; ma devono essere considerate come diverse perché mentre Agamennone è sostenuto da tutto il popolo, Abramo è da solo. Sono dunque due angosce diverse. La fede è certezza angosciosa. Abramo è solo perché nella fede non si entra in compagnia, è un rapporto assoluto con l’Assoluto. La fede è paradosso e scandalo: Cristo vive come un Dio perché è figlio di Dio ma soffre come un uomo, e il simbolo di questo scandalo è la croce. Mentre ciò che aveva spaventato Lutero era la frase che Cristo pronunciava sulla croce: “Padre perché mi hai abbandonato?”, secondo Kierkegaard è quella che Gesù rivolse a Giuda nell’ultima cena “Quello che devi fare fallo subito”. E’ più angosciante questa perché mentre la prima metteva Gesù di fronte a fatto compiuto perché stava morendo, quella di Giuda è una cosa che deve ancora avvenire. E’ dunque una possibilità angosciante e quella è la vera angoscia. La nostra esistenza contiene tutti i caratteri del cristianesimo secondo Kierkegaard: paradossale, spaventosa, sofferente.
La fede e il paradosso
L’angoscia si staglia in relazione ad una possibilità, e quindi ad una menzione temporale futura, quindi è definibile come il sentimento del possibile. Nel concetto dell’angoscia, Kierkegaard si sofferma su questa tematica e ce la spiega tramite Adamo prendendo in considerazione il rapporto dell’io con il mondo.
Disperazione e fede
Il suo elemento di caduta è l’ignoranza dell’innocenza, perché non sa quello che potrebbe accadere, quindi si trova di fronte a una possibilità ma non sa se cogliendo il frutto potrebbe diventare superiore a Dio o cadere nell’abisso, quindi si trova difronte ad un’angoscia. E’ proprio l’ignoranza, l’innocenza che lo porta alla caduta. L’angoscia si staglia su una dimensione temporale del futuro. E’ la più gravosa fra le categorie umane. Nella disperazione e fede vi è invece l’io che si relazione a sé stesso, e dice che l’io è disperato perché sia che vuole essere sé stesso sia che non voglia esserlo vuole comunque essere l’essere che non è, dunque è disperato e solo se si sottopone ad una potenza come Dio può risolvere la il suo problema. Può dunque superare questa disperazione attraverso la fede che si presenta come antidoto alla disperazione. Sia che voglia o non voglia essere sé stesso è sempre insufficiente. La disperazione la chiama malattia mortale perché è l’impossibilità della possibilità dell’io, cioè di un io che non è autosufficiente. La fede ci fa superare la disperazione ma non è che Dio si sostituisce a noi nella scelta, siamo sempre noi ad essere obbligati a scegliere quindi la fede diventa: assurdità, paradosso e scandalo. Kierkegaard contrappone il cristianesimo al socratismo: Socrate è nella non-verità perché la storia non è il dispiegamento della ragione come diceva Hegel, quindi non è la verità. Non c’è una verità nella storia, ed essa non è la spiegazione di Dio nel mondo, l’ingresso di Dio del mondo avviene attraverso l’istante e non un percorso storico come diceva Hegel. Esso arriva all’improvviso, attraverso la fede. Critica la teofania di Hegel, quindi. Non accetta neanche il considerare gli apostoli di Dio come discepoli di prima mano, perché Dio si manifesta in modo uguale per tutti, quindi non esistono discepoli di prima mano e di seconda mano. La fede è unica, quindi non c’è differenza storica. I discepoli sono tutti uguali.
Domande da interrogazione
- Qual è il concetto centrale della filosofia di Kierkegaard?
- Come Kierkegaard critica Hegel?
- Quali sono gli stadi dell'esistenza secondo Kierkegaard?
- Che significato ha il "salto nella vita religiosa" per Kierkegaard?
- In che modo la disperazione si collega alla fede secondo Kierkegaard?
Il concetto centrale della filosofia di Kierkegaard è l'angoscia, che rappresenta l'indecisione e la paralisi di fronte alle scelte di vita, insieme alla fede, che è vista come un elemento fondamentale per affrontare l'esistenza (come descritto nel testo).
Kierkegaard critica Hegel per aver trasformato il genere umano in un genere animale, negando l'importanza del singolo, e per aver immanentizzato Dio, eliminandone la trascendenza. Egli sostiene che Dio è un assoluto trascendente e non accetta la visione hegeliana della verità (come evidenziato nel testo).
Gli stadi dell'esistenza secondo Kierkegaard sono l'estetico, rappresentato dal Don Giovanni, e l'etico, rappresentato dal marito. Ogni stadio implica una scelta cruciale che determina il percorso di vita dell'individuo, evidenziando la libertà e le possibilità dell'uomo (come spiegato nel testo).
Il "salto nella vita religiosa" è rappresentato dalla figura di Abramo, che deve scegliere tra la legge morale e la legge divina. Questa scelta, che implica una fede assoluta, è vista come un atto di obbedienza che porta alla salvezza, evidenziando il paradosso della fede (come descritto nel testo).
La disperazione è vista come una "malattia mortale" che deriva dall'impossibilità di essere autosufficienti. La fede, invece, è l'antidoto alla disperazione, permettendo all'individuo di superare la propria insufficienza attraverso un rapporto con Dio, che è paradossale e scandaloso (come indicato nel testo).