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Kant

1. La vita

Nacque nel 1724 da famiglia di origine scozzese (capoluogo: Prussia orientale). Fu educato nello spirito religioso del pietismo. Successivamente studiò filosofia, matematica e teologia. Poi divenne precettore privato in alcune case patrizie. Nel 1755 divenne professore di logica e metafisica dell’Università di Königsberg (fino alla morte).

Era aperto al pensiero, seguiva le scoperte scientifiche e i nuovi scritti, si interessava di tutto senza pregiudizi; incoraggiava a pensare da sé (testimonianza di Herder). Vita priva di avvenimenti drammatici e passioni, poche amicizie. Favorevole alla guerra d’Indipendenza americana e alla Rivoluzione francese finalizzata alla libertà politica.

Il suo ideale politico, delineato nel “Per la pace perpetua”, era una costituzione repubblicana, fondata sulla libertà dei membri (uomini), sull’indipendenza (sudditi), sulla legge dell’eguaglianza (cittadini). Dopo la 2ª edizione della “Religione nei limiti della ragione” ebbe un contrasto col governo prussiano. Si ammalò di debolezza senile (privato di tutte le sue facoltà) e morì nel 1804.

2. Gli scritti del primo periodo

Si possono distinguere 3 periodi. Nel primo (fino al 1760) si interessa delle scienze naturali; nel secondo (fino al 1781) prevale l’interesse filosofico e l’interesse per l’empirismo inglese e il criticismo; il terzo (fino al 1781) è quello della filosofia trascendentale. [Principio supremo: identità + esaltazione mondo e uomini].

Interessi naturalistici (formazione universitaria di Kant). L’opera principale è “Storia naturale universale e teoria dei cieli” = formazione di tutto il sistema cosmico (nebulosa primitiva + leggi newton). Lo scritto “sull’ottimismo” dibatte la questione di Voltaire che risolve in favore dell’ottimismo radicale (osserva il mondo nella sua totalità e afferma che Dio non poteva sceglierne uno migliore) (in seguito ripudiato).

3. Gli scritti del secondo periodo

Prevalere degli interessi filosofici. Cominciano a delinearsi temi e motivi che confluiranno nel Criticismo.

  • Critica la logica aristotelico-scolastica (= colosso con testa nell’antichità e piedi d’argilla).
  • Metafisica (= abisso senza fondo).
  • Kant sostiene che la matematica sia applicabile alla filosofia.
  • Per la morale si sofferma sul concetto di obbligazione (Wolf: il fine bene morale è la perfezione).
  • Bene = necessità morale, quindi la conoscenza non dice nulla sulla sua natura.
  • Si distacca dal pensiero wolfiano e aderisce allo spirito di ricerca e all’empirismo inglese.
  • Metafisica = scienza dei limiti della ragione umana, tratta gli argomenti che stanno a cuore all’uomo e si limitano ai confini dell’esperienza.

4. La “Dissertazione” del 1770

Breve saggio “Sul primo fondamento della distinzione delle regioni nello spazio”: le posizioni reciproche delle parti della materia suppongono le determinazioni spaziali e come il concetto dello spazio sia qualcosa di originario. = punto di partenza per la dissertazione.

La dissertazione: “Forma e principi del mondo sensibile e intellegibile” (per la nomina di prof di metafisica e logica), soluzione critica del problema spazio-tempo. Distinzione tra:

Conoscenza sensibile Conoscenza intellegibile
1. Dovuta alla recettività o passività del soggetto. 1. Facoltà del soggetto.
2. Oggetto: fenomeno (= cosa come appare in relazione al soggetto). 2. Oggetto: noumeno (= cosa così com’è, nella sua natura intelligibile).
3. Distinzione: materia = sensazione (modificazione dell’organo di senso) (= testimonia la presenza dell’oggetto); forma = legge (indipendente dalla sensibilità) che ordina la materia sensibile.

Apparenza = il confronto di varie apparenze (conoscenza riflessa) anteriormente all’uso dell’intelletto logico.

Esperienza = (oggetto: fenomeni) mediante l’intelletto.

Apparenza → esperienza (grazie alla riflessione).

Forma (= legge che contiene il fondamento del nesso universale del mondo sensibile) è costituita da spazio e tempo. Non derivano dalla sensibilità, sono intuizioni che precedono ogni cosa sensibile e ne sono indipendenti: PURE (no realtà oggettive ma soggettive e necessarie per coordinare tutti i dati sensibili). Uti sum.

La conoscenza intellettuale può cogliere le cose (come sono nel loro ordine intellegibile = noumeni), mentre la sensibilità le percepisce (come appaiono = fenomeni). Uti apparent.

5. Gli scritti del periodo “critico”

Nei 10 anni dopo la dissertazione Kant elabora la sua filosofia critica. 1781 “Critica della ragion pura”: risultato di una meditazione di 12 anni con massima attenzione al contenuto e poca alla forma.

Studi giovanili Intermedio Maturità
Filosofia naturale.
Vicino alla filosofia naturalistica dell’Illuminismo (Newton).
Descrizione fenomeni e rinuncia ad ammettere cause e forze.
L’interesse filosofico.
L’interesse per l’empirismo inglese e il criticismo.
Filosofia trascendentale.

6. Il criticismo come “filosofia del limite” e l’orizzonte storico del pensiero kantiano

Il criticismo di Kant si oppone al dogmatismo (accettare opinioni senza interrogarsi) e allo scetticismo. La critica diventa lo strumento per eccellenza della filosofia e consiste nell’interrogarsi sul fondamento e chiarire le possibilità (condizioni che permettono l’esistenza), validità (titoli di legittimità e non) e limiti (confini di validità).

Importante per Kant sono i limiti (senza essi non nascerebbe la critica): CRITICISMO = FILOSOFIA DEL LIMITE, ciò esprime il carattere finito delle possibilità umane. Ciò non equivale ad una forma di scetticismo poiché il limite ne garantisce l’esistenza. Il limite è la norma che dà fondamento alle varie facoltà umane e la base della filosofia critica.

La conoscenza è valida grazie all’impossibilità di superare i limiti dell’esperienza, la morale grazie all’impossibilità di raggiungere la santità, il giudizio estetico e teologico grazie all’impossibilità di superare la natura. Kant si impegna per stabilire le “colonne d’Ercole dell’umano”. Rinuncia ad ogni evasione dai limiti dell’uomo (grazie a Hume che ha rotto il suo “sonno dogmatico”) ma non rinuncia a fondare la validità delle varie attività umane.

Il pensiero di Kant si inserisce nell’orizzonte storico ed è definito dalla Rivoluzione scientifica e dalla crisi delle metafisiche tradizionali che rompono il vecchio sapere e si ripercuotono anche sull’etica (dedotta dalla metafisica), facendo nascere una morale autonoma; inoltre la riflessione sulla sfera sentimentale dell’uomo creava interrogativi sulla sua struttura e validità.

Perciò nasce il criticismo che si interroga sui fondamenti del sapere, della morale e dell’estetica. Da ciò nascono i 3 capolavori di Kant:

  1. “Critica della ragion pura”.
  2. “Critica della ragion pratica”.
  3. “Critica del giudizio”.

Il criticismo kantiano viene connesso all’empirismo inglese e all’illuminismo; entrambi avevano insistito sui limiti conoscitivi dell’uomo.

Kant Empirismo inglese
Indirizzo critico.
Limiti della ragione e del mondo umano.
Rifiuto dello scetticismo.
Analisi critica meno profonda (metodo che descrive i meccanismi conoscitivi, etici ecc.).
Indirizzo critico.
Limiti della ragione e del mondo umano.
Esito scettico.
Analisi critica molto profonda (metodo che mira a fissare le condizioni e i limiti di validità).
Kant Illuminismo
Maggiore radicalità di intenti: porta davanti al tribunale della ragione la ragione stessa.
I confini della ragione possono essere tracciati dalla ragione stessa (autonoma). [vs limiti imposti dalla fede].
Porta davanti al tribunale della ragione l’intero mondo dell’uomo.
I confini della ragione possono essere tracciati dalla ragione stessa (autonoma). [limiti ragione = limiti dell’uomo, impossibile superarli].

Critica della ragion pura

7. Il problema generale della “Critica della ragion pura”

La “Critica della ragion pura” è un’analisi critica dei fondamenti del sapere, ovvero sulla scienza (sapere fondato e in continuo progresso) e la metafisica (oltre l’esperienza, soluzioni antitetiche = no cammino sicuro).

Pensiero scettico di Hume: → vs fondamenti della metafisica e della scienza. Kant vede la necessità di un riesame globale della struttura e della validità della conoscenza che possa spiegare la scientificità della scienza e della metafisica.

Kant Hume
Lo respinge, poiché il valore della scienza è un fatto stabilito.
Scetticismo metafisico (la metafisica esiste negli uomini come bisogno verso problemi irrisolvibili con la ragione).
Scetticismo scientifico.
Scetticismo metafisico.

Attraverso la sua ricerca Kant vuole stabilire come la matematica e la fisica possano essere delle scienze e come la metafisica possa essere una disposizione naturale e una scienza. Da ciò derivano le 4 domande base:

  1. Com’è possibile la matematica pura?
  2. Com’è possibile la fisica pura?
  3. Com’è possibile la metafisica in quanto disposizione naturale (in generale)?
  4. Com’è possibile la metafisica come scienza?

1-2: giustificare una situazione di fatto spiegando le condizioni che le rendono possibili. La loro possibilità è spiegata dalla loro realtà.

3-4: scoprire se esistono o no le condizioni per essere considerata una scienza. È possibile dubitare sulla sua realtà (andamento fino ad oggi).

8. I “giudizi sintetici a priori”

Ipotesi gnoseologica di fondo (convalidata dai giudizi sintetici a priori): ogni conoscenza inizia con l’esperienza ma non deriva interamente da essa. La conoscenza empirica potrebbe derivare dalle impressioni e dalla nostra facoltà conoscitiva. Alla base del sapere ci sono principi assoluti (verità universali e necessarie), essi vengono denominati “giudizi sintetici a priori”.

Per Kant la conoscenza umana e la scienza sono esempi di principi assoluti (= verità universali e necessarie che valgono ovunque). La scienza deriva in parte dall’esperienza e presuppone anche principi immutabili (fungono da pilastri) come:

Tutto ha una causa ed un tempo.

  • Proposizioni: che chiama giudizi (aggiungono un predicato ad un soggetto), sintetici (il predicato dice qualcosa di nuovo e di più rispetto ad esso), a priori (essendo universali e necessari non possono derivare dall’esperienza) (non ci dice che l’evento dipende da cause ma sinora è stato così = Hume).

Per Kant i giudizi (universali-necessari e fecondi) fondamentali della scienza non sono né:

  • Analitici a priori (esplicativi) = no bisogno di ricorrere all’esperienza, il predicato esplicita il soggetto con un processo di analisi basato sul principio di non contraddizione (dividono il predicato in concetti parziali). Sono universali e necessari ma infecondi poiché non ampliano la nostra conoscenza.
  • Né sintetici a posteriori (ampliativi) = il predicato dice qualcosa di nuovo rispetto al soggetto grazie all’esperienza. Sono fecondi ma né universali né necessari poiché poggiano solo sull’esperienza.
Concezione razionalistica della scienza Kant
Riprende. Partire da principi a priori e derivarne tutto lo scibile, delineando un sapere universale e necessario ma infecondo.
Contro. Giudizi analitici a priori.
Interpretazione empiristica della scienza Kant
Riprende. Fondata esclusivamente sull’esperienza, delineando un sapere fecondo ma non necessario e universale.
Contro. Giudizi sintetici a posteriori.
La scienza deriva dall’esperienza.
Alla base dell’esperienza ci sono principi inderivabili da essa.

I principi della scienza (giudizi) sono sintetici (fecondi) e a priori (universali e necessari).

La scienza è feconda in duplice senso:

  • Contenuto o materia derivanti dall’esperienza.
  • Forma derivante dai giudizi sintetici a priori (quadri concettuali di fondo, spina dorsale della scienza). Grazie ad essi è anche universale e necessaria e sussiste (lo scienziato è certo di alcune verità a priori anche se per spiegarle deve ricorrere all’esperienza).

[I giudizi sintetici a priori sono anche alla base della metafisica].

9. La rivoluzione copernicana

Il sapere poggia su giudizi sintetici a priori, ma da dove derivano? ... nuova teoria della conoscenza, intesa come sintesi tra:

  • Materia: (determinabile in generale) molteplicità caotica e mutevole delle impressioni sensibili derivanti dall’esperienza (= a posteriori, elemento empirico).
  • Forma: (determinazione del determinabile) insieme delle modalità fisse attraverso le quali la mente ordina le impressioni (= a priori, elemento razionale) (la mente filtra i dati empirici attraverso forme innate comuni a tutti) … come delle lenti colorate attraverso cui vediamo la realtà, o un computer che elabora molti dati esterni mediante programmi fissi immutabili; mutando le informazioni non mutano gli schemi di recezione.

Questo binomio corrisponde a quello di: a priori e a posteriori (le sensazioni si ordinano e possono esser poste in una forma che non può essere sensazione → la materia di un fenomeno ci è data a posteriori, ma la forma deve trovarsi già a posteriori nell’animo).

In noi esistono forme a priori necessarie e universali che raccolgono i dati della realtà → possiamo formulare giudizi sintetici a priori sulla realtà non smentibili dall’esperienza.

Nuova impostazione del problema della conoscenza ha delle conseguenze:

  1. “Rivoluzione copernicana”. Copernico per spiegare i moti celesti ribaltò i rapporti tra spettatore e stelle, cioè tra sole e terra; Kant per spiegare la scienza ribalta i rapporti tra soggetto e oggetto, non è la mente che si modella sulla realtà ma il contrario. Nell’assimilare i dati sensibili, l’uomo imprime ad essi l’ordine e le leggi del proprio intelletto.
  2. Distinzione tra:
  • Fenomeno: realtà che ci appare attraverso le forme a priori (proprie della struttura conoscitiva). È l’oggetto della conoscenza condizionato dalle forme dell’intuizione (spazio e tempo) e dalle categorie dell’intelletto. È qualcosa di relativo al nostro modo di conoscere. Non è un’apparenza illusoria ma è un oggetto reale in relazione al soggetto conoscente. Esso vale per tutti gli intelletti umani.
  • Cosa in sé: realtà considerata indipendentemente dall’uomo e dalle forme a priori mediante cui la conosciamo. Essa è il fenomeno (necessario correlato dell’oggetto per noi).

10. La facoltà della conoscenza e la partizione della “Critica della ragion pura”

Kant divide la conoscenza in 3 facoltà [a volte unisce intelletto e ragione nell’unica fonte del pensare, bipartizione: riceve le rappresentazioni (ci viene dato), conoscere l’oggetto mediante esse (viene pensato)]:

  1. Sensibilità: facoltà con cui gli oggetti ci sono dati intuitivamente e immediatamente attraverso i sensi e le forme a priori di spazio e tempo. Ci fornisce le intuizioni.
  2. Intelletto: facoltà attraverso cui pensiamo attivamente i dati sensibili tramite le categorie (= concetti puri). Facoltà di giudicare. Per Kant l’intelletto è inteso sia l’intelletto in senso stretto (facoltà che opera legittimamente nel campo dell’esperienza) sia la ragione in senso stretto (facoltà che opera illegittimamente al di là dell’esperienza).
  3. Ragione: facoltà attraverso cui cerchiamo di spiegare la realtà mediante le idee di anima, mondo e Dio (oltre la realtà).

Su questa divisione è basata anche la divisione della “Critica della ragion pura”. Essa si divide in:

  1. Dottrina degli elementi: scopre gli elementi formali (isolandoli) della conoscenza (puri o a priori). Parte più estesa della critica, essa si divide in:
  • Estetica trascendentale: studia la sensibilità e le sue forme a priori di spazio e tempo. Su di essa si fonda la matematica.
  • Logica trascendentale, che si divide in:
    • Analitica trascendentale: studia l’intelletto e le sue forme a priori (12 categorie), fissandone la validità. Scioglie l’attività dell’intelletto negli elementi di base e nel loro uso. Su di essa si fonda la fisica.
    • Dialettica trascendentale: studia la ragione e le idee di anima, mondo e Dio. Su di essa si fonda la metafisica.
  1. Dottrina del metodo: determina l’uso possibile degli elementi a priori della conoscenza, cioè il metodo della conoscenza.

Trascendentali sono le proprietà universali che hanno in comune tutte le cose, Kant lo collega al significato di forma a priori (non proprietà della realtà in sé ma una condizione che rende possibile la conoscenza della realtà fenomenica). Trascendentale è qualcosa che precede l’esperienza per renderne possibile la conoscenza.

Il trascendentale non coincide con l’a priori (opposto empirico); trascendentale coincide con lo studio filosofico degli elementi a priori (conoscenza che si occupa del nostro modo di conoscere gli oggetti). → Discipline filosofiche relative alle forme a priori.

RAGIONE = facoltà conoscitiva in generale (validità e limiti della ragione).

PURA = contiene i principi per conoscere qualcosa a priori.

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Sintesi

Kant

La vita

Nacque nel 1724 da famiglia di origine scozzese (capoluogo: Prussia orientale). Fu educato nello spirito religioso del pietismo. Successivamente studiò filosofia, matematica e teologia. Poi divenne precettore privato in alcune case patrizie. Nel 1755 divenne professore di logica e metafisica dell’Università di Königsberg (fino alla morte). Era aperto al pensiero, seguiva le scoperte scientifiche e i nuovi scritti, si interessava di tutto senza pregiudizi; incoraggiava a pensare da sé (testimonianza di Herder). Vita priva di avvenimenti drammatici e passioni, poche amicizie. Favorevole alla guerra d’Indipendenza americana e alla Rivoluzione francese finalizzata alla libertà politica. Il suo ideale politico, delineato nel “Per la pace perpetua”, era una costituzione repubblicana, fondata sulla libertà dei membri (uomini), sull’indipendenza (sudditi), sulla legge dell’eguaglianza (cittadini). Dopo la 2° edizione della “Religione nei limiti della ragione” ebbe un contrasto col governo prussiano. Si ammalò di debolezza senile (privato di tutte le sue facoltà) e morì nel 1804.

Gli scritti del primo periodo

Si possono distinguere 3 periodi. Nel primo (fino al 1760) si interessa delle scienze naturali; nel secondo (fino al 1781) prevale l’interesse filosofico e l’interesse per l’empirismo inglese e il criticismo; il terzo (fino al 1781) è quello della filosofia trascendentale. [Principio supremo: identità + esaltazione mondo e uomini].

Interessi naturalistici (formazione universitaria di Kant). L’opera principale è “Storia naturale universale e teoria dei cieli” = formazione di tutto il sistema cosmico (nebulosa primitiva + leggi newtoniane). Lo scritto “sull’ottimismo” dibatte la questione di Voltaire che risolve in favore dell’ottimismo radicale (osserva il mondo nella sua totalità e afferma che Dio non poteva sceglierne uno migliore) (in seguito ripudiato).

Gli scritti del secondo periodo

Prevalere degli interessi filosofici. Cominciano a delinearsi temi e motivi che confluiranno nel Criticismo.

  • Critica la logica aristotelico-scolastica (= colosso con testa nell’antichità e piedi d’argilla).
  • Metafisica (= abisso senza fondo).
  • Kant sostiene che la matematica sia applicabile alla filosofia.
  • Per la morale si sofferma sul concetto di obbligazione (Wolf: il fine bene morale è la perfezione).
  • Bene = necessità morale, quindi la conoscenza non dice nulla sulla sua natura.
  • Si distacca dal pensiero wolfiano e aderisce allo spirito di ricerca e all’empirismo inglese.
  • Metafisica = scienza dei limiti della ragione umana, tratta gli argomenti che stanno a cuore all’uomo e si limita ai confini dell’esperienza.

La “Dissertazione” del 1770

Breve saggio “Sul primo fondamento della distinzione delle regioni nello spazio”: le posizioni reciproche delle parti della materia suppongono le determinazioni spaziali e come il concetto dello spazio sia qualcosa di originario. = punto di partenza per la dissertazione.

La dissertazione: “Forma e principi del mondo sensibile e intellegibile” (per la nomina di professore di metafisica e logica), soluzione critica del problema spazio-tempo. Distinzione tra:

Conoscenza sensibile

  • Dovuta alla recettività o passività del soggetto.
  • Oggetto: fenomeno (= cosa come appare in relazione al soggetto).
  • Distinzione:
    • Materia = sensazione (modificazione dell’organo di senso) (= testimonia la presenza dell’oggetto).
    • Forma = legge (indipendente dalla sensibilità) che ordina la materia sensibile.
  • Apparenza = il confronto di varie apparenze (conoscenza riflessa) anteriormente all’uso dell’intelletto logico.

Esperienza = (oggetto: fenomeni) mediante l’intelletto.

Apparenza → esperienza (grazie alla riflessione).

Conoscenza intellegibile

  • Facoltà del soggetto.
  • Oggetto: noumeno (= cosa così com’è, nella sua natura intelligibile).

Forma (= legge che contiene il fondamento del nesso universale del mondo sensibile) è costituita da spazio e tempo. Non derivano dalla sensibilità, sono intuizioni che precedono ogni cosa sensibile e ne sono indipendenti: PURE (no realtà oggettive ma soggettive e necessarie per coordinare tutti i dati sensibili).

La conoscenza intellettuale può cogliere le cose uti sunt (come sono nel loro ordine intellegibile = noumeni), mentre la sensibilità le percepisce uti apparent (come appaiono = fenomeni).

Gli scritti del periodo “critico”

Nei 10 anni dopo la dissertazione Kant elabora la sua filosofia critica. 1781 “Critica della ragion pura”: risultato di una meditazione di 12 anni con massima attenzione al contenuto e poca alla forma.

  • Studi giovanili:
    • Filosofia naturale.
    • Vicino alla filosofia naturalistica dell’Illuminismo (Newton).
    • Descrizione dei fenomeni e rinuncia ad ammettere cause e forze.
  • Periodo intermedio:
    • L’interesse filosofico.
    • L’interesse per l’empirismo inglese e il criticismo.
  • Maturità:
    • Filosofia trascendentale.

Il criticismo come “filosofia del limite” e l’orizzonte storico del pensiero kantiano

Il criticismo di Kant si oppone al dogmatismo (accettare opinioni senza interrogarsi) e allo scetticismo. La critica diventa lo strumento per eccellenza della filosofia e consiste nell’interrogarsi sul fondamento e chiarire le possibilità (condizioni che permettono l’esistenza), validità (titoli di legittimità e non) e limiti (confini di validità). Importante per Kant sono i limiti (senza essi non nascerebbe la critica): CRITICISMO = FILOSOFIA DEL LIMITE, ciò esprime il carattere finito delle possibilità umane. Ciò non equivale ad una forma di scetticismo poiché il limite ne garantisce l’esistenza. → il limite è la norma che dà fondamento alle varie facoltà umane e la base della filosofia critica. (La conoscenza è valida grazie all’impossibilità di superare i limiti dell’esperienza, la morale grazie all’impossibilità di raggiungere la santità, il giudizio estetico e teologico grazie all’impossibilità di superare la natura). Kant si impegna per stabilire le “colonne d’Ercole dell’umano”. Rinuncia ad ogni evasione dai limiti dell’uomo (grazie a Hume che ha rotto il suo “sonno dogmatico”) ma non rinuncia a fondare la validità delle varie attività umane.

Il pensiero di Kant si inserisce nell’orizzonte storico ed è definito dalla Rivoluzione scientifica e dalla crisi delle metafisiche tradizionali che rompono il vecchio sapere e si ripercuotono anche sull’etica (dedotta dalla metafisica), facendo nascere una morale autonoma; inoltre la riflessione sulla sfera sentimentale dell’uomo creava interrogativi sulla sua struttura e validità. Perciò nasce il criticismo che si interroga sui fondamenti del sapere, della morale e dell’estetica. Da ciò nascono i 3 capolavori di Kant:

  • “Critica della ragion pura”.
  • “Critica della ragion pratica”.
  • “Critica del giudizio”.

Il criticismo kantiano viene connesso all’empirismo inglese e all’illuminismo; entrambi avevano insistito sui limiti conoscitivi dell’uomo.

Critica della ragion pura

Il problema generale della “Critica della ragion pura”

La “Critica della ragion pura” è un’analisi critica dei fondamenti del sapere, ovvero sulla scienza (sapere fondato e in continuo progresso) e la metafisica (oltre l’esperienza, soluzioni antitetiche = no cammino sicuro).

Pensiero scettico di Hume: contro i fondamenti della metafisica e della scienza. → Kant vede la necessità di un riesame globale della struttura e della validità della conoscenza che possa spiegare la scientificità della scienza e della metafisica.

I “giudizi sintetici a priori”

Ipotesi gnoseologica di fondo (convalidata dai giudizi sintetici a priori): ogni conoscenza inizia con l’esperienza ma non deriva interamente da essa. La conoscenza empirica potrebbe derivare dalle impressioni e dalla nostra facoltà conoscitiva. Alla base del sapere ci sono principi assoluti (verità universali e necessarie), denominati “giudizi sintetici a priori”.

Per Kant la conoscenza umana e la scienza sono esempi di principi assoluti (= verità universali e necessarie che valgono ovunque). La scienza deriva in parte dall’esperienza e presuppone anche principi immutabili (fungono da pilastri) come:

  • Proposizioni: tutto ha una causa ed un tempo che chiama giudizi (aggiungono un predicato ad un soggetto) sintetici (il predicato dice qualcosa di nuovo e di più rispetto ad esso) a priori (essendo universali e necessari non possono derivare dall’esperienza) (non ci dice che l’evento dipende da cause ma sinora è stato così = Hume).

Per Kant i giudizi (universali, necessari e fecondi) fondamentali della scienza non sono né:

  • Analitici a priori (esplicativi) = non c’è bisogno di ricorrere all’esperienza, il predicato esplicita il soggetto con un processo di analisi basato sul principio di non contraddizione (dividono il predicato in concetti parziali). Sono universali e necessari ma infecondi poiché non ampliano la nostra conoscenza.
  • Sintetici a posteriori (ampliativi) = il predicato dice qualcosa di nuovo rispetto al soggetto grazie all’esperienza. Sono fecondi ma né universali né necessari poiché poggiano solo sull’esperienza.

I principi della scienza (giudizi) sono sintetici (fecondi) e a priori (universali e necessari).

La scienza è feconda in duplice senso:

  • Contenuto o materia derivanti dall’esperienza.
  • Forma derivante dai giudizi sintetici a priori (quadri concettuali di fondo, spina dorsale della scienza). Grazie ad essi è anche universale e necessaria e sussiste (lo scienziato è certo di alcune verità a priori anche se per spiegarle deve ricorrere all’esperienza).

[I giudizi sintetici a priori sono anche alla base della metafisica].

La rivoluzione copernicana

Il sapere poggia su giudizi sintetici a priori, ma da dove derivano? Nuova teoria della conoscenza, intesa come sintesi tra:

  • Materia: (determinabile in generale) molteplicità caotica e mutevole delle impressioni sensibili derivanti dall’esperienza (= a posteriori, elemento empirico).
  • Forma: (determinazione del determinabile) insieme delle modalità fisse attraverso le quali la mente ordina le impressioni (= a priori, elemento razionale) (la mente filtra i dati empirici attraverso forme innate comuni a tutti), come delle lenti colorate attraverso cui vediamo la realtà, o un computer che elabora molti dati esterni mediante programmi fissi immutabili → pur mutando le informazioni non mutano gli schemi di recezione.

Questo binomio corrisponde a quello di: a priori e a posteriori (le sensazioni si ordinano e possono essere poste in una forma che non può essere sensazione → la materia di un fenomeno ci è data a posteriori, ma la forma deve trovarsi già a priori nell’animo).

In noi esistono forme a priori necessarie e universali che raccolgono i dati della realtà → possiamo formulare giudizi sintetici a priori sulla realtà non smentibili dall’esperienza.

Nuova impostazione del problema della conoscenza ha delle conseguenze:

  • “Rivoluzione copernicana”. Copernico, per spiegare i moti celesti, ribaltò i rapporti tra spettatore e stelle, cioè tra sole e terra → Kant, per spiegare la scienza, ribalta i rapporti tra soggetto e oggetto: non è la mente che si modella sulla realtà ma il contrario. Nell’assimilare i dati sensibili, l’uomo imprime ad essi l’ordine e le leggi del proprio intelletto.
  • Distinzione tra:
    • Fenomeno: realtà che ci appare attraverso le forme a priori (proprie della struttura conoscitiva). È l’oggetto della conoscenza condizionato dalle forme dell’intuizione (spazio e tempo) e dalle categorie dell’intelletto. È qualcosa di relativo al nostro modo di conoscere. Non è un’apparenza illusoria ma è un oggetto reale in relazione al soggetto conoscente. Esso vale per tutti gli intelletti umani.
    • Cosa in sé: realtà considerata indipendentemente dall’uomo e dalle forme a priori mediante cui la conosciamo. Essa è il fenomeno (necessario correlato dell’oggetto per noi).

La facoltà della conoscenza e la partizione della “Critica della ragion pura”

Kant divide la conoscenza in 3 facoltà [a volte unisce intelletto e ragione nell’unica fonte del pensare, bipartizione: riceve le rappresentazioni (ci viene dato), conoscere l’oggetto mediante esse (viene pensato)]:

  • Sensibilità: facoltà con cui gli oggetti ci sono dati intuitivamente e immediatamente attraverso i sensi e le forme a priori di spazio e tempo. Ci fornisce le intuizioni.
  • Intelletto: facoltà attraverso cui pensiamo attivamente i dati sensibili tramite le categorie (= concetti puri). Facoltà di giudicare. Per Kant l’intelletto è inteso sia come intelletto in senso stretto (facoltà che opera legittimamente nel campo dell’esperienza), sia come ragione in senso stretto (facoltà che opera illegittimamente al di là dell’esperienza).
  • Ragione: facoltà attraverso cui cerchiamo di spiegare la realtà mediante le idee di anima, mondo e Dio (oltre la realtà).

Su questa divisione è basata anche la divisione della “Critica della ragion pura”. Essa si divide in:

  • Dottrina degli elementi: scopre gli elementi formali (isolandoli) della conoscenza (puri o a priori). Parte più estesa della critica, essa si divide in:
    • Estetica trascendentale: studia la sensibilità e le sue forme a priori di spazio e tempo. Su di essa si fonda la matematica.
    • Logica trascendentale, che si divide in:
      • Analitica trascendentale: studia l’intelletto e le sue forme a priori (12 categorie), fissandone la validità. Scioglie l’attività dell’intelletto negli elementi di base e nel loro uso. Su di essa si fonda la fisica.
      • Dialettica trascendentale: studia la ragione e le idee di anima, mondo e Dio. Su di essa si fonda la metafisica.
  • Dottrina del metodo: determina l’uso possibile degli elementi a priori della conoscenza, cioè il metodo della conoscenza.

Trascendentali sono le proprietà universali che hanno in comune tutte le cose, Kant lo collega al significato di forma a priori (non proprietà della realtà in sé ma una condizione che rende possibile la conoscenza della realtà fenomenica). Trascendentale è qualcosa che precede l’esperienza per renderne possibile la conoscenza. Il trascendentale non coincide con l’a priori (opposto empirico); trascendentale coincide con lo studio filosofico degli elementi a priori (conoscenza che si occupa del nostro modo di conoscere gli oggetti). → Discipline filosofiche relative alle forme a priori.

RAGIONE = facoltà conoscitiva in generale (validità e limiti della ragione).

PURA = contiene i principi per conoscere qualcosa a priori.

La critica è un’analisi delle possibilità conoscitive dell’uomo (mappa filosofica sulla ragione).

La critica appare davanti al tribunale: giudice e giudicato (nel titolo risulta oggettivo e soggettivo).

L’estetica trascendentale

Studia la sensibilità e le sue forme a priori. Essa è:

  • Recettiva: accoglie (non genera) i propri contenuti per intuizione dalla realtà esterna o dall’esperienza interna.
  • Attiva: organizza il materiale delle sensazioni tramite forme a priori:
    • Spazio: fondamento di tutte le intuizioni esterne e del disporsi l’una accanto all’altro.
    • Tempo: fondamento dei nostri stati interni e del disporsi l’uno dopo l’altro (successione).

I dati del senso esterno ci giungono attraverso il senso interno → tempo (anche forma del senso esterno) = attraverso cui percepiamo tutti gli oggetti. Tutto è nel tempo (non nello spazio). Kant giustifica l’apriorità dello spazio e del tempo (argomenti teorici e matematici).

Essi sono ideali rispetto alle cose in sé ma reali rispetto all’esperienza (idealità trascendentale e realtà empirica) [si avvicina per la dottrina come coordinate assolute (condizioni a priori del conoscere) dei fenomeni].

Nell’“esposizione trascendentale” Kant giustifica l’apriorità dello spazio e del tempo mediante considerazioni matematiche. La matematica e la fisica sono scienze sintetiche (ampliano la conoscenza con costruzioni mentali oltre il già noto: 7+5=12) a priori (i teoremi non dipendono dall’esperienza) per eccellenza. Esse sono basate sulle intuizioni di spazio e tempo:

  • Geometria: dimostra le proprietà delle figure mediante lo spazio.
  • Aritmetica: determina le proprietà delle serie numeriche mediante il tempo.

La matematica è anche universale, necessaria e immutabile (valida per tutte le menti).

Come mai la matematica (costruzione mentale) vale anche per la natura? E ci permette di prevederla?

  • Galileo: Dio creando geometrizza, creando una struttura matematica.
  • Kant: le matematiche possono essere applicate agli oggetti dell’esperienza fenomenica (nello spazio e nel tempo → ha una configurazione matematica).

La forma a priori di spazio è euclidea → i teoremi della geometria di Euclide valgono per l’intero mondo fenomenico.

L’Analitica trascendentale

Logica originale rispetto a quella tradizionale. Ha come oggetto d’indagine l’origine, l’estensione e la validità oggettiva delle conoscenze a priori (proprie dell’intelletto e della ragione). Sensibilità e intelletto sono indispensabili alla conoscenza:

  • No sensibilità = nessun oggetto verrebbe dato. Pensieri senza contenuto = vuoti.
  • No intelletto = nessun oggetto verrebbe pensato. Intuizioni senza concetti = cieche.

1° parte “Analitica trascendentale” = “Analitica dei concetti”:

  • Intuizioni = affezioni (passive).
  • Concetti = funzioni (attive) dell’intelletto = ordinano e unificano diverse rappresentazioni sotto una comune. Essi possono essere:
    • Empirici: ricavati dall’esperienza.
    • Puri: contenuti a priori nell’intelletto. Essi si identificano con le categorie (concetti basilari della mente che rappresentano le funzioni unificatrici dell’intelletto) (varie maniere con cui l’intelletto unifica a priori) che coincidono con i predicati primi (dove rientrano tutti i predicati possibili).

Le categorie

Pensare per concetti = giudicare (attribuire un predicato a un soggetto) → ci saranno tante categorie (predicati primi) quante sono le modalità di giudizio (maniere fondamentali per giudicare). Le categorie sono le maniere universali e necessarie mediante cui un predicato viene riferito ad un soggetto. Kant fa corrispondere ad ogni giudizio una categoria.

  • Quantità: universali = unità; particolari = pluralità; singolari = totalità.
  • Qualità: affermativi = realtà; negativi = negazione; infiniti = limitazione.
  • Relazione: categorici = dell’inerenza e sussistenza (sostanza e accidente); ipotetici = della causalità e dipendenza (causa ed effetto); disgiuntivi = della comunanza (azione reciproca tra agente e paziente).
  • Modalità: problematici = possibilità–impossibilità; assertori = esistenza–inesistenza; apodittici = necessità–contingenza.

“Deduzione (linguaggio giuridico: legittimità di diritto di una pretesa di fatto) trascendentale” (giustifica l’uso legittimo di esse e ne determina i limiti) presuppone il carattere finito dell’io e della conoscenza umana. Problema più difficile: perché le categorie (forme soggettive della mente) pretendono di valere anche per gli oggetti (natura non creata dall’intelletto)?

  • Per lo spazio e il tempo (forme della sensibilità), il problema non c’è: un oggetto non può essere percepito senza di esse.
  • Per le categorie: gli oggetti non devono sottostare necessariamente ad esse. La soluzione è articolata in vari punti:
    • L’unificazione del molteplice non deriva dalla molteplicità stessa (passiva) ma da un’attività sintetica che ha sede nell’intelletto.
    • Distinguendo tra l’unificazione (processo tramite cui avviene la sintesi del molteplice) e l’unità stessa (principio), individua la suprema unità fondatrice della conoscenza con il centro mentale unificatore (struttura mentale degli uomini, non psiche), identificato con l’“io penso” (esso accompagna tutte le mie rappresentazioni).
    • L’attività dell’“io penso” si attua grazie ai giudizi (modi concreti con cui il molteplice dell’intuizione è pensato).
    • I giudizi si basano sulle categorie (diverse maniere di agire dell’“io penso”).
    • Gli oggetti non possono essere pensati se non vengono categorizzati.

Tutti i pensieri presuppongono l’io penso + esso pensa tramite le categorie → tutti gli oggetti pensati presuppongono le categorie.

Ogni sintesi (rende possibile la percezione) è sottoposta alle categorie [condizioni della possibilità dell’esperienza (conoscenza mediante percezioni connesse) e valgono per tutti gli oggetti dell’esperienza].

“Io penso” (autocoscienza, appercezione): principio supremo della conoscenza umana a cui ogni realtà deve sottostare per poter entrare nel campo dell’esperienza. Esso rappresenta ciò che rende possibile l’oggettività (universalità e necessità) del sapere (senza di esso ci sarebbe solo la soggettività). Non è l’io creatore, ma esso ha carattere formale ed è finito, è la semplice sensibilità dell’esperienza. Di esso abbiamo coscienza ma non conoscenza. Esso ordina la realtà preesistente che gli dà senso di esistere.

2° edizione della Critica: confutazione dell’idealismo (teoria che considera l’esistenza degli oggetti fuori di noi dubbia e indimostrabile, falsa e impossibile) VS:

  • Cartesio (idealismo problematico): indubitabile solo l’io sono.
  • Berkeley (idealismo dogmatico): cose nello spazio ridotte a semplici idee.

L’interiorità non può essere concepita senza l’esteriorità (io esisto nel tempo) poiché la nostra esperienza interna dipende da qualcosa di permanente che si trova al di fuori di essa.

Lo schematismo trascendentale

Nell’analitica dei concetti Kant si è preoccupato delle categorie, nell’analitica dei principi indaga su come applicarle ai fenomeni. Attraverso la dottrina dello schematismo mostra in concreto come l’intelletto condiziona la realtà fenomenica tramite le categorie (mostrato in generale nella deduzione trascendentale).

DOMANDA: Com’è possibile, in concreto, che l’intelletto condizioni le intuizioni e quindi gli oggetti sensibili? (In essa c’è il segreto della Critica).

RISPOSTA: l’intelletto, non potendo agire direttamente sugli oggetti, agisce indirettamente tramite il tempo (medium universale attraverso cui vengono percepiti gli oggetti) (intelletto → tempo → oggetti). Ciò avviene grazie all’immaginazione produttiva: l’intelletto determina il tempo secondo schemi che corrispondono alle categorie.

Lo schema è rappresentazione intuitiva di un concetto ed è diverso dall’immagine (lo schema di un cane non coincide con l’immagine sensibile ma con una “regola di base” grazie alla quale posso delineare il cane: quadrupede). Gli schemi trascendentali (categorie tradotte in un linguaggio temporale) sono la prefigurazione intuitiva delle categorie (ovvero le regole attraverso cui l’intelletto condiziona il tempo attraverso i propri concetti a priori).

Con la teoria dello schematismo Kant ha mostrato come la mente non si limiti a ricevere la realtà attraverso il tempo ma riceva il tempo secondo determinate dimensioni che sono il corrispondente delle categorie. Con questa teoria Kant chiarisce perché gli oggetti (non creati dalla mente) nascano già sintonizzati con il nostro modo di pensare.

I principi dell’intelletto puro sono le regole (si identificano con le leggi supreme dell’esperienza e le proposizioni di fondo del sapere scientifico) di fondo tramite cui si applicano le categorie agli oggetti.

La natura come sistema di leggi

Questa dottrina coincide con quella dell’io come legislatore della natura (massima espressione della “rivoluzione copernicana” di Kant). Per natura in generale si intende la conformità a leggi dei fenomeni (ordine necessario e universale alla base dell’insieme di tutti i fenomeni); esso non deriva dall’esperienza ma dall’io pensante e dalle forme a priori. L’io penso e le categorie possono solo rivelare la natura in generale (regolarità dei fenomeni nello spazio e nel tempo) e le leggi particolari (dove si esprime questa regolarità) possono essere ricavate dall’esperienza (no categorie). L’io, essendo il fondamento della natura, è anche il fondamento della scienza che la studia.

I pilastri ultimi della fisica (che si identificano con i principi dell’intelletto puro) poggiano sui giudizi sintetici a priori della mente che derivano dalle intuizioni pure di spazio e tempo e dalle 12 categorie. La gnoseologia di Kant si configura come la scienza del metodo galileiano-newtoniano e come il tentativo di giustificarne filosoficamente i principi base contro lo scetticismo di Hume. Hume credeva che l’esperienza potesse smentire la verità su cui si regge la scienza mentre Kant crede che ciò sia impossibile poiché l’esperienza (condizionata dalle categorie e dall’io penso) non può smentire i principi che ne derivano; perciò le leggi della natura non potranno mai essere smentite dall’esperienza.

Kant trova la garanzia ultima della conoscenza nella mente dell’uomo (non in Dio o negli oggetti) e fonda l’oggettività nel cuore stesso della soggettività. La rivoluzione copernicana di Kant è consistita nel:

  • Fondare sul soggetto e non sull’oggetto.
  • Intendere il fondamento del sapere in termini di possibilità e limiti conformemente al modo d’essere dell’uomo (ente pensante finito).

La validità delle categorie deriva dai loro limiti. Le idee di Kant sono nette ed inequivocabili: le categorie (= facoltà logica di unire il molteplice della sensibilità) funzionano solo in rapporto al materiale che esse organizzano (in connessione alle intuizioni spazio-temporali) e considerate di per sé (non riempite dai dati provenienti dal senso interno/esterno) sono vuote; perciò risultano operanti solo in relazione al fenomeno (= oggetto proprio della conoscenza umana) (sintesi elemento formale e materiale).

Quindi il conoscere per Kant non può estendersi al di là dell’esperienza poiché, se una conoscenza non si riferisce ad un’esperienza possibile, non si può ritenere tale ma solo un pensiero vuoto. Questo principio distingue il pensare dal conoscere e non attribuisce alle categorie un uso trascendentale ma solo un uso empirico che le riferisce ai fenomeni (oggetti di un’esperienza determinata).

La delimitazione della conoscenza al fenomeno (ovvero alla scienza) rimanda alla nozione di “cosa in sé” (inconoscibile e gnoseologia criticistica). Kant non ha ridotto la realtà del fenomeno (se c’è un per-noi, c’è anche un in-sé. Una x meta-fenomenica che si fenomenizza in rapporto a noi). La cosa in sé è il presupposto interno del discorso gnoseologico di Kant: quando l’essere si dà a noi attraverso le forme a priori si deve distinguere tra fenomeno e cosa in sé.

Inoltre, per Kant, la conoscenza umana è limitata al fenomeno poiché il noumeno (cosa in sé, realtà pensabile) non può essere oggetto di un’esperienza. Kant ha distinto il noumeno in:

  • Significato positivo = quando è oggetto di un’intuizione non sensibile (conoscenza extra-fenomenica a noi preclusa, propria di un intelletto divino dotato di un’intuizione intellettuale).
  • Significato negativo = quando è concetto di una cosa in sé (una X che non può entrare in rapporto conoscitivo con noi ed essere oggetto della nostra intuizione sensibile). Unico che possiamo legittimamente adoperare, la cosa in sé è un concetto-limite che delimita le nostre pretese conoscitive.

Il noumeno (idea di cosa in sé) è un promemoria critico che circoscrive:

  • Le pretese della sensibilità (ricordandoci che ciò che viene dato nell’intuizione spazio-temporale non è la realtà in assoluto).
  • Le arroganze dell’intelletto (ricordandoci che non possiamo conoscere le cose in sé ma solo pensarle sotto forma di X ignote).

La conoscenza scientifica è paragonata a un’isola, il desiderio di varcare le soglie dell’esperienza a un navigante che vuole scoprire nuove terre e l’oceano alla metafisica (nebbia e ghiaccio illudono su nuove terre).

Kant distingue l’esperienza in due accezioni:

  • Indica l’intuizione sensibile (il materiale e la fonte della conoscenza sensibile): ogni conoscenza inizia con l’esperienza.
  • Indica la totalità della conoscenza fenomenica: l’esperienza è l’organizzazione (che sottintende le forme a priori che la rendono possibile) complessiva della conoscenza (sistema organizzato di forma e materia).

Quando Kant parla dell’a priori si riferisce alla 1, quando parla di esperienza in generale o possibile alla 2.

La dialettica trascendentale

Nell’analitica e nell’estetica Kant ha risposto alla prima parte del suo programma: come è possibile il sapere scientifico. Nella dialettica (logica dell’apparenza, inganni della ragione = risposta negativa) affronta la seconda parte: se la metafisica sia una scienza.

Dialettica ha un senso:

  • Positivo = Platone: scienza delle idee; Stoici e Medioevo: logica.
  • Negativo = Aristotele: arte sofistica.

Kant lo intende negativamente come l’analisi e lo smascheramento dei ragionamenti fallaci della metafisica. Essa è infondata ma anche un’esigenza naturale e inevitabile della mente umana e la filosofia vuole chiarirne la genesi. La metafisica è un parto della ragione (facoltà logica di unificare i dati sensibili tramite le categorie, può pensare anche senza dati come la colomba che immagina di poter volare anche senza aria, che è sia il limite al suo volo che la condizione senza la quale precipiterebbe).

Il voler andare oltre l’esperienza è dovuto alla tendenza all’incondizionato e alla totalità: la ragione è attratta verso il regno dell’assoluto e verso una spiegazione globale di ciò che esiste che fa leva su 3 idee trascendentali proprie della ragione che unifica:

  • I dati del senso interno mediante l’idea di anima (io penso): idea della totalità assoluta dei fenomeni interni.
  • I dati del senso esterno mediante l’idea di mondo (cosa in sé): idea della totalità assoluta dei fenomeni esterni.
  • I dati interni ed esterni mediante l’idea di Dio (oggetto della teologia razionale): totalità di tutte le totalità e fondamento di tutto ciò che esiste.

L’errore della metafisica consiste nell’unificare queste 3 esigenze mentali di unificazione dell’esperienza in realtà (dimenticando che non abbiamo a che fare con la cosa in sé ma con la realtà non oltrepassabile del fenomeno). I metafisici sono come i navigatori degli oceani burrascosi in cerca di nuovi insediamenti. La Dialettica è lo studio critico della metafisica (avventure e fallimenti del pensiero quando va oltre l’esperienza), guidato dall’illusione che non cessa anche quando ne è cosciente, come all’astronomo la Luna appare più grande al suo levarsi nonostante sappia che nella realtà non muta.

Per dimostrare l’infondatezza della metafisica, Kant prende in considerazione le scienze che ne costituiscono l’ossatura:

  • Psicologia razionale (studia l’anima) o metafisica: è basata su un ragionamento errato che applica la categoria di sostanza all’io penso trasformandola nell’anima (realtà permanente). L’io penso, per Kant, non è un oggetto empirico ma un’unità formale e sconosciuta a cui non possiamo applicare una categoria. L’equivoco di base sta nell’identificare con un’anima “immateriale”, “incorruttibile”, “personale”, “spirituale” e “immortale” la condizione formale suprema dell’esperienza. Per Kant non si può conoscere l’io noumenico (in sé) ma l’io fenomenico (come appare a noi stessi tramite le forme a priori).
  • Cosmologia razionale (studia il mondo): pretende di usare la nozione di mondo (totalità assoluta dei fenomeni cosmici) ed è destinata a fallire poiché la totalità dell’esperienza non è mai un’esperienza (noi possiamo sperimentare i vari fenomeni singolarmente, non la totalità). Quando i metafisici pretendono di fare un discorso sul mondo cadono nelle antinomie (conflitti della ragione) che si concretizzano in coppie di affermazioni opposte, dove una afferma (tesi: presenta un concetto troppo piccolo per l’intelletto) e l’altra nega (antitesi: presenta un concetto troppo grande per l’intelletto), tra le quali non si può decidere perché possono essere entrambe razionalmente dimostrate.

Le antinomie sono:

  • Quantità: il mondo ha dei limiti spazio-temporali / il mondo è infinito secondo lo spazio e il tempo.
  • Qualità: tutto è semplice / tutto è composto.
  • Relazione: Dio ha creato al di là delle cause efficienti, con libertà / Dio ha creato secondo le cause efficienti, senza libertà.
  • Modalità: esistenza di Dio (essere necessario) / non esistenza di Dio (tutto è contingente).

1-2: matematiche, si elidono a vicenda; 3-4: dinamiche, possono essere vere se riferite al noumeno. Non potendo scegliere tra una o l’altra tesi, le antinomie dimostrano l’illegittimità dell’idea di mondo.

  • Teologia razionale o naturale, studia Dio, risulta priva di valore conoscitivo. Dio per Kant rappresenta l’ideale della ragion pura, il supremo “modello” personificato di ogni realtà o perfezione chiamato Ens realissimum (essere da cui derivano tutti gli altri). Non sapendo nulla circa la sua realtà effettiva, la storia ha elaborato varie prove che Kant raggruppa in 3 classi:
    • Prova ontologica (S. Anselmo, ma Kant assume nella forma cartesiana): l’esistenza di Dio deriva dal semplice concetto di Dio come essere perfetto. Kant obietta che non è possibile saltare dal piano della possibilità logica a quello della realtà ontologica poiché l’esistenza è qualcosa che si può constatare solo empiricamente e non dedurre intellettualmente (l’esistenza non è un predicato e può essere ricavata solo mediante l’esperienza). La differenza tra 100 talleri reali e 100 talleri pensati non sta nelle loro proprietà concettuali ma nella loro esistenza. Per conferire esistenza bisogna uscire dal concetto. Quindi questa prova è contraddittoria (nell’idea di Dio assume quell’esistenza che vorrebbe dimostrare) o impossibile (vuole derivare da un’idea una realtà).
    • Prova cosmologica (fulcro delle vie tomistiche): afferma che se qualcosa esiste deve esistere anche qualcosa di assolutamente necessario. Il primo limite a questo sta nell’uso illegittimo del principio di causa (regola con cui connettiamo i fenomeni tra loro e che non può servire a connettere i fenomeni con qualcosa che non lo è), che partendo dall’esperienza pretende di andarne oltre. Il secondo limite sta nel fondarsi su varie forzature logiche che ricadono nella prova ontologica: pretende di dimostrare delle realtà attraverso semplici idee forzatamente legate tra loro. La prova cosmologica implica la logica di quella ontologica e pretende di far scaturire delle esistenze. Ma questo “gioco di prestigio” può ingannare solo gli inesperti.
    • Prova fisico-teologica: l’ordine, la finalità e la bellezza del mondo sono indici dell’esistenza di Dio. (Più antica, chiara e adatta alla ragione: illuministi, orologiaio che fa gli orologi) anch’essa presenta forzature logiche. Partendo dall’esperienza dell’ordine del mondo pretende di elevarsi all’idea di una causa ordinatrice trascendente quando l’ordine della Natura potrebbe essere la conseguenza stessa delle sue leggi. Bisogna concepire Dio come causa dell’ordine del mondo (Architetto) e come causa del mondo stesso (Creatore), ricadendo nella prova cosmologica che ricade in quella ontologica. Questa prova pretende, anche, di stabilire l’esistenza di una causa infinita e perfetta sulla base di un ordine cosmico, ma i suoi attributi sono indeterminati e relativi e non autorizzano a passare dal finito all’infinito e quindi a sostenere che la causa di tutto è infinita e perfetta. Anch’essa parte dall’esperienza per poi allontanarsene.

Queste critiche sono connesse alla gnoseologia della Ragion pura ma sono anche indipendenti da essa; con esse Kant non ha voluto negare Dio ma mettere in discussione la sua dimostrabilità razionale e metafisica. Kant è agnostico: la ragione umana non può dimostrare né l’esistenza né l’inesistenza di Dio.

Le idee della ragion pura devono avere non un uso costitutivo (non servono a conoscere nessun oggetto possibile) ma regolativo e indirizzare la ricerca intellettuale verso l’unità totale che rappresentano. Infatti l’idea dà all’esperienza massima estensione ed unità sistematica.

  • L’idea psicologica cerca legami fra tutti i fenomeni del senso interno e rintraccia maggiore unità come se fossero manifestazioni di una sostanza semplice.
  • L’idea cosmologica passa da un fenomeno naturale all’altro come se la totalità dei fenomeni costituisse un solo mondo.
  • L’idea teologica indica a tutta l’esperienza un ideale di perfetta organizzazione sistematica che non raggiungerà mai ma che perseguirà sempre come se dipendesse da un unico creatore.

Le idee cesseranno di valere dogmaticamente come realtà e varranno problematicamente come condizioni che impegnano l’uomo nella ricerca naturale.

Critica della ragion pratica

La ragion pura pratica e i compiti della nuova Critica

La ragione serve a dirigere la conoscenza e l’azione ed accanto alla ragione teoretica abbiamo la ragione pratica, che Kant distingue tra una ragione pura pratica (indipendente dall’esperienza e dalla sensibilità) e una empirica pratica (sulla base dell’esperienza e della sensibilità). La dimensione della moralità si identifica con quella della ragion pura pratica e Kant, nella Critica della ragion pratica, distingue quando la ragione è pratica e pura da quando è pratica e non pura.

Questa critica non è della ragion pura pratica come la prima che era della ragion pura teoretica poiché quest’ultima doveva essere criticata anche nella sua parte pura mentre quella pratica no poiché:

  • Quella pura obbedisce ad una legge universale.
  • Quella non pura è legata all’esperienza.

La critica della ragion pratica (critica il restar legata sempre e solo all’esperienza) è capovolta rispetto a quella della ragion pura (critica le pretese della ragione teoretica di trascendere dall’esperienza). Questa opera vuole stabilire che la ragione pura può essere pratica ma che essa è pratica in modo incondizionato; per questo bisogna condurre una ragione pratica in generale poiché la ragione pura non richiede alcuna critica.

La critica della ragion pratica ha l’obbligo di contestare alla ragione condizionata empiricamente la pretesa di costituire il motivo determinante della volontà. La ragion pura pratica deve essere illustrata nelle sue strutture e funzioni ma non viene privata dei suoi limiti (pur non avendo bisogno di una critica) (la morale risulta segnata dalla finitudine dell’uomo e necessita di essere salvaguardata dal fanatismo, ovvero dall’identificarsi con un essere infinito). La ragione morale è di un essere pensante finito e condizionato; il condizionamento che la finitudine umana introduce nel campo morale è dato dal fatto che la ragione incontra la resistenza della natura sensibile dell’uomo, che obbliga la legge morale ad assumere la forma del dovere.

Realtà e assolutezza della legge morale

Nella Critica della ragion pratica muove all’idea dell’esistenza di una legge etica assoluta che il filosofo deve constatare (non dedurre). Sulla sua esistenza non ha dubbi, poiché essa o è una chimera (l’uomo agisce in virtù delle inclinazioni naturali) o, se esiste, è incondizionata, presupponendo una ragion pratica pura capace di svincolarsi dalle inclinazioni sensibili e guidare la condotta in modo stabile. La tesi dell’assolutezza della morale implica 2 concetti di fondo:

  • Libertà dell’agire.
  • Validità universale e necessaria della legge.

Essendo incondizionata, la morale implica la capacità umana di autodeterminarsi al di là dell’istinto, dove la libertà è il primo postulato della vita etica. La libertà e la legge pratica sono reciprocamente connesse. Essendo indipendente dagli impulsi, essa è anche universale e necessaria, ovvero uguale a se stessa in ogni tempo e luogo.

Il fulcro dell’analisi etica di Kant può essere considerata l’equazione: moralità = incondizionatezza = libertà = universalità e necessità, e la chiave per capire gli attributi essenziali che il filosofo riferisce alla legge morale: categoricità, formalità, disinteresse e autonomia. Per Kant la morale è assoluta (in grado di de-condizionarsi dall’istinto) e si trova tra ragione e sensibilità:

  • Se l’uomo fosse solo sensibilità (animale e impulsivo), essa non esisterebbe poiché si agirebbe per istinto.
  • Se l’uomo fosse pura ragione, essa perderebbe di senso poiché l’uomo si troverebbe sempre nella “santità” etica, ovvero in perfetta adeguazione alla legge.

La bidimensionalità dell’uomo permette alla morale di diventare dovere, concretizzandosi in una lotta permanente tra ragione e impulsi. Da ciò deriva la natura finita (limitata e imperfetta) dell’uomo, che può agire secondo o contro la legge. Se nella Ragion pura il tema dominante è la polemica contro la ragione che vuole superare i limiti della conoscenza, nella Ragion pratica è la polemica contro il fanatismo morale (volontà di trasgredire i limiti della condotta umana), sostituendo alla virtù la santità di un creduto possesso della perfezione etica.

La “categoricità” dell’imperativo morale

Kant distingue i principi pratici che regolano la nostra volontà in:

  • Massime: prescrizione di valore soggettivo (alzarsi per fare ginnastica), valida solo per l’individuo che la sceglie.
  • Imperativi: prescrizione di valore oggettivo che vale per tutti. Essi si dividono in:
    • Ipotetici: prescrivono mezzi in vista di fini e hanno la forma “se… devi” (se vuoi avere buoni voti devi impegnarti costantemente). Essi si dividono in:
      • Regole dell’abilità: illustrano norme tipiche per raggiungere uno scopo (procedure per essere buon medico).
      • Consigli della prudenza: forniscono mezzi per ottenere benessere e felicità (manuali di salute).
    • Categorici: ordinano il dovere in modo incondizionato, a prescindere dallo scopo e hanno la forma del devi puro.

Essendo la morale indipendente dagli impulsi sensibili e dalle circostanze mutevoli, essa non potrà risiedere negli imperativi ipotetici, che sono condizionati e variabili. Solo l’imperativo categorico ha i connotati della legge, di un comando che vale per tutte le persone e circostanze. Quindi (poiché assoluto, universale e necessario) solo esso ha in se stesso i marchi della moralità.

Il suo compito è far rispettare la legge e si concretizza nella prescrizione di agire secondo una massima che può valere per tutti. Da ciò la formula:

Agisci in modo che la massima della tua volontà possa valere sempre nello stesso tempo come principio di una legislazione universale.

Quindi l’imperativo categorico, che si identifica con la ragione stessa, è il comando che prescrive di tener sempre presenti gli altri e ci dice che un comportamento è morale se la sua massima è universalizzabile (chi mente compie un atto immorale poiché, se venisse universalizzato, i rapporti umani sarebbero impossibili).

Le altre due sono state enunciate nella “Fondazione della metafisica dei costumi”:

  • Agisci in modo da trattare l’umanità anche come fine e mai semplicemente come mezzo (rispettare la dignità umana e non ridurre il prossimo a te stesso per egoismo o passioni).
  • Agisci in modo tale che la volontà possa considerare se stessa come universalmente legislatrice. (Ripete, in parte, la prima ma sottolinea l’autonomia della volontà, chiarendo che il comando non è un imperativo esterno ma il frutto della volontà razionale che ci fa obbedire a noi stessi: auto-legislatori).

La “formalità” della legge e il dovere

La legge non ci dice cosa dobbiamo fare ma come dobbiamo fare ciò che facciamo. L’imperativo etico non può essere una casistica concreta di precetti ma una legge formale-universale che spinge ad agire tenendo presente gli altri, rispettando la dignità umana; poi sta a noi concretizzare la legge nei vari casi. Le norme etiche sono sempre fondate e mai fondanti poiché esistono solo in funzione di esso.

Il carattere formale della legge morale e quello anti-utilitaristico dell’imperativo etico si uniscono: se la legge ordinasse di agire per un fine si ridurrebbe a imperativi ipotetici, compromettendo la propria libertà poiché non sarebbe dettata dalla volontà e metterebbe in forse la propria universalità. È importante, per Kant, il dovere per il dovere, ovvero obbedire alla legge solo per rispetto e non per personali inclinazioni o risultati.

Quindi noi dobbiamo agire non per la felicità ma per il dovere; da ciò il rigorismo kantiano, che esclude dall’etica emozioni e sentimenti (che sviano la morale); la sua morale contrasta con ogni morale sentimentalistica. Il rispetto per la legge è un sentimento a priori che fa tacere tutti gli altri e porta al diritto di cittadinanza.

Il dovere per il dovere, rispettando la legge, è importante per l’esistenza della moralità e della virtù e per non passare alla legalità. Per Kant la morale implica una partecipazione interiore (potrebbe scaturire in legalità o autocompiacimento), quindi non è morale ciò che si fa ma l’intenzione con cui lo si fa, poiché la volontà buona è l’unica cosa buona al mondo.

Il dovere e la volontà buona innalzano l’uomo al di sopra del mondo sensibile (dove vige la legge naturale), facendolo partecipare a quello intellegibile (dove vige la libertà). Ciò non significa l’abbandono della sensibilità e l’eliminazione di ogni legame col mondo sensibile poiché l’uomo afferma la sua noumenicità in virtù della sua fenomenicità, poiché il mondo sovrasensibile esiste come forma del mondo sensibile.

L’“autonomia” della legge e la rivoluzione copernicana morale

Le varie determinazioni della legge etica convergono in quella dell’autonomia. La rivoluzione copernicana morale, di Kant, consiste nell’aver posto nell’uomo e nella sua ragione il fondamento dell’etica per salvaguardarne libertà e purezza. La libertà risiede:

  • In senso negativo, nell’indipendenza della volontà dalle inclinazioni.
  • In senso positivo, si identifica con la sua capacità di autodeterminarsi che permette all’umanità di essere norma a se stessa.

Kant polemizza contro le morali eteronome (pongono il dovere in forze esterne all’uomo facendo scaturire la morale da principi materiali). Kant riassume i diversi motivi etici, teorizzati dai filosofi, in una tabella:

Motivi soggettivi: esterni, dell’educazione; interni, del governo civile. Motivi oggettivi: esterni, del sentimento fisico e del sentimento morale; interni, della perfezione e della volontà di Dio.

Kant individua i limiti di ognuna poiché non riescono a preservare l’incondizionatezza della legge morale e degli attributi in cui si concretizza:

  • Se i motivi della morale fossero l’educazione, la società, il piacere fisico o il sentimento della benevolenza, l’azione non sarebbe più libera ed universale poiché queste realtà sarebbero fattori determinanti e mutevoli, forze necessitanti e soggette al cambiamento; questi motivi potrebbero spiegare la presenza della moralità negli uomini ma non il carattere obbligatorio della legge morale.
  • Cadremmo negli stessi inconvenienti se i motivi stessero:
    • Nell’ideale di perfezione: è un’idea vuota a meno che non venga identificata con quella di perfezione morale, ma si arriverebbe ad una tautologia ed equivale a dire che la moralità risiede nella moralità.
    • In Dio (indeterminata), per cui viene determinata sottobanco: in virtù della perfezione etica, dicendo che Dio è la perfezione morale che l’uomo deve seguire (la morale consiste nel seguire la morale o determinata in modo volontaristico) e la morale cessa di essere libera poiché è frutto di una costrizione o della paura di punizioni. Anche la morale teologica va contro gli attributi di libertà e universalità che costituiscono il mondo morale.

Il modello etico di Kant si distingue dai sistemi morali del razionalismo e dell’empirismo.

Il razionalismo, pur fondando la morale sulla ragione, dipendeva dalla metafisica. L’empirismo, pur sganciando la morale dalla metafisica, era connesso al sentimento. Kant sostiene che la morale si basa solo sull’uomo e sulla dignità di essere razionale finito e non dipende da conoscenze metafisiche preesistenti; inoltre si basa solo sulla ragione poiché il sentimento è troppo fragile e soggettivo per essere la base di un “edificio etico”.

Il kantismo non nasce da una sintesi tra razionalismo ed empirismo ma da un continuo misurarsi con le diverse espressioni della filosofia moderna, che produce un pensiero originale irriducibile a quelle precedenti. Il tema dell’autonomia morale, escludendo ogni causa determinante esterna alla condotta, scioglie il paradosso della ragion pratica: non sono i concetti di bene e male a fondare la legge etica ma il contrario. La rivoluzione copernicana morale di Kant rende l’uomo unico legislatore del suo comportamento.

La teoria dei “postulati” pratici e la fede morale

Nella “Dialettica” della Ragion pratica Kant prende in considerazione l’assoluto morale o il sommo bene. La felicità non può mai essere il motivo del volere poiché metterebbe in forse l’incondizionatezza della legge etica. La virtù, pur essendo il bene supremo, non è ancora quel sommo bene a cui tende la nostra natura, che consiste nell’addizione tra felicità e virtù.

Introducendo il concetto del sommo bene, Kant non contraddice il carattere autonomo della morale poiché bisogna pensare che l’uomo possa essere anche degno di felicità pur agendo per dovere. Ma in questo mondo virtù e felicità non sono mai unite poiché lo sforzo di essere virtuosi e la ricerca della felicità sono 2 azioni opposte. Quindi virtù e felicità costituiscono l’antinomia etica per eccellenza e mostra come i filosofi greci abbiano tentato di risolverla (la felicità nella virtù: Stoici; la virtù nella felicità: Epicurei). Per Kant l’unico modo per uscirne è postulare un mondo dell’aldilà in cui possa realizzarsi ciò che qui è impossibile: virtù = felicità.

Kant trae il termine postulato (principi che pur essendo indimostrabili vengono accolti per rendere possibili verità geometriche) dalla matematica ed indica quelle proposizioni teoretiche non dimostrabili che hanno a che fare con la legge morale. I postulati tipici sono:

  • L’immortalità dell’anima: poiché solo la santità (conformità completa della volontà alla legge) rende degni del sommo bene e poiché la santità non è mai realizzabile nel nostro mondo, si deve ammettere che l’uomo, oltre al tempo finito dell’esistenza, dispone anche di un tempo infinito verso la santità.
  • L’esistenza di Dio: la realizzazione della felicità proporzionata alla virtù porta a credere in una volontà santa ed onnipotente che fa corrispondere la realtà al merito.
  • La libertà: è condizione stessa dell’etica, che presuppone che si possa agire o no conformemente al dovere e che quindi si è liberi; se c’è la morale deve esserci la libertà.

Quest’ultimo si colloca su un piano oggettivamente diverso dagli altri poiché, pur non sapendo cosa sia la libertà, possiamo dire che essa esiste, mentre per gli altri due non possiamo dire né che cosa siano né che siano. La libertà è la condizione stessa dell’etica, l’immortalità e Dio rappresentano condizioni ipotetiche. Postulati sono soprattutto quelli religiosi. Kant classifica tra i postulati anche la libertà poiché ritiene che un’autocausalità non possa essere scientificamente provata, poiché il mondo dell’esperienza si regge sul principio di causa-effetto.

Il “primato” della ragion pratica

La teoria dei postulati porta al “primato della ragion pratica” (prevalenza dell’interesse pratico su quello teoretico e la ragione ammette proposizioni che non potrebbe ammettere nel suo uso teoretico); tuttavia i postulati non possono valere come conoscenze. Le condizioni di validità della Ragion pratica portano alla speranza dell’esistenza di Dio e dell’immortalità dell’anima.

Se i postulati fossero verità dimostrate o delle certezze comunque intese, la morale scivolerebbe verso l’eteronomia e sarebbe la religione a fondare la morale. Rovesciando il rapporto tradizionale tra morale e religione, Kant sostiene che è la morale, sotto forma di postulati, a fondare la religione, non viceversa. Dio non sta alla base della vita morale ma alla fine, come possibile completamento.

Kant dice che:

  • La morale (si fonda sulla libertà dell’uomo) non ha bisogno dell’idea di un essere superiore per conoscere il proprio dovere né di un altro movente (sostegno della religione), ma è autosufficiente grazie alla ragion pratica pura.
  • La morale conduce inevitabilmente alla religione, poiché da una volontà moralmente perfetta e onnipotente possiamo sperare quel sommo bene.

Con la teoria dei postulati, Kant ha eliminato l’antinomia dell’etica, integrandola in una fede razionale. Tuttavia ciò delineò un dualismo platonizzante e spezza la realtà e l’uomo in due:

  • Mondo fenomenico della scienza, uomo fenomenico delle inclinazioni.
  • Mondo noumenico dell’etica, uomo noumenico della libertà e del dovere.

Dalla consapevolezza di questo dualismo nasce la Critica del Giudizio.

Critica del giudizio

Il problema e la struttura dell’opera

Affiora una visione della realtà in termini indeterministici e finalistici dove si premette come condizione della morale la libertà dell’uomo e l’esistenza di Dio. Troviamo 2 mondi diversi:

  • Fenomenico e deterministico conosciuto dalla scienza.
  • Noumenico e finalistico postulato dall’etica.

Nella Critica del Giudizio Kant studia il sentimento che va inteso come peculiare facoltà mediante cui l’uomo fa esperienza della finalità del reale. [Ciò non significa che la critica della ragion pura è la tesi, della ragion pratica l’antitesi e del giudizio la sintesi]. Il sentimento, pur mostrandosi in termini di finalità e libertà, rappresenta un’esigenza umana che non ha valore conoscitivo o teoretico. Il sentimento permette l’incontro tra i due mondi, non la conciliazione che implicherebbe l’oggettività, mentre questo è un accordo soggettivo.

Per Kant i giudizi, che si contrappongono, sono:

  • Riflettenti (giudizi sentimentali): riflettono su una natura già costituita mediante quelli determinanti e la apprendono attraverso le nostre esigenze universali; l’universale va cercato partendo dal particolare; esprimono un bisogno tipico dell’uomo.
  • Determinanti (giudizi conoscitivi e scientifici): studiati nella ragion pura e determinano gli oggetti fenomenici; l’universale o il concetto è già dato dalle forme a priori; sono oggettivi e scientificamente validi.

La Critica del Giudizio diventa un’analisi dei giudizi riflettenti (intermedi tra intelletto e ragione, tra conoscenza e morale). I due tipi fondamentali di giudizio riflettente (entrambi giudizi sentimentali puri, derivanti dalla mente, differenti per il rimando al finalismo) sono:

  • Estetico (sulla bellezza): viviamo immediatamente o intuitivamente la finalità della natura; la finalità esprime un venir incontro dell’oggetto alle aspettative estetiche del soggetto; il principio di finalità riguarda il rapporto di armonia che si instaura tra oggetto e rappresentazione dell’oggetto; finalità soggettiva o formale.
  • Teologico (sui fini della natura): pensiamo concettualmente la finalità della natura mediante la nozione di fine; la finalità esprime un carattere proprio dell’oggetto; il principio di finalità riguarda un ordine finalistico interno alla natura stessa; finalità oggettiva o reale.

Anche il giudizio teologico esprime un’esigenza umana (bisogno soggettivo della nostra mente di rappresentarsi in modo finalistico l’ordine delle cose); ciò non esclude che i giudizi riflettenti possano avere una funzione della ricerca regolativa ed epistemologica.

La Critica del Giudizio si divide in:

  • Critica del Giudizio estetico, che si divide in:
    • Analitica del Giudizio estetico (tratta del bello e del sublime).
    • Dialettica del Giudizio estetico (tratta dell’antinomia del gusto).
  • Critica del Giudizio teologico, che si divide in:
    • Analitica del Giudizio teologico (tratta del giudizio sulla finalità della natura).
    • Dialettica del Giudizio teologico (tratta dell’antinomia del Giudizio).
  • In aggiunta troviamo la Metodologia del Giudizio teologico.

L’analisi del bello e i caratteri specifici del giudizio estetico

Il termine “estetica” significa “dottrina dell’arte e della bellezza”; dopo aver spiegato che bello è ciò che piace nel giudizio di gusto, Kant chiarisce la natura del giudizio estetico dividendolo secondo la tavola delle categorie e definisce 4 definizioni di bellezza:

  • Qualità: il bello è l’oggetto di un piacere senza alcun interesse.
  • Quantità: il bello è ciò che piace universalmente, senza concetto.
  • Relazione: la bellezza è percepita come finalità senza scopo.
  • Modalità: il bello è ciò che, senza concetto, è riconosciuto come oggetto di un piacere necessario.

I giudizi estetici sono contemplativi e disinteressati, non si curano dell’esistenza o del possesso degli oggetti ma solo della loro immagine e rappresentazione (un campo di grano conta per interesse per il guadagno, per l’estetica per l’immagine di bellezza che offre). I giudizi estetici pretendono l’universalità (esige che il piacere sia condiviso da tutti) senza che il bello sia sottomesso a qualche concetto o esprima un piacere dipendente da una conoscenza. L’armonia degli oggetti belli, pur esprimendo una finalità (accordo formale delle parti tra di loro), non soggiace ad uno scopo determinato. Il giudizio estetico appare come qualcosa su cui tutti devono essere d’accordo, che non può esprimersi tramite giudizi scientifici (concetti o regole logiche) poiché il bello è qualcosa che ognuno percepisce intuitivamente e non si può spiegare intellettualmente (un tramonto sulla neve è bello). Si presuppone che ognuno sia d’accordo senza poter esprimere tale emozione concettualmente.

Una cosa è bella perché bella, non perché obbedisce ad interessi esterni. Il giudizio di gusto è sentimentale poiché è vissuto spontaneamente, non giudicato attraverso ragionamenti o concetti. La bellezza è un libero e vissuto gioco di armonie formali che non rimanda a concetti precisi e non è imprigionabile in schemi conoscitivi. L’educazione alla bellezza non risiede in un manuale tecnico sull’argomento ma solo nella contemplazione delle cose belle elevate al grado di esemplari della bellezza.

L’universalità del giudizio estetico

I caratteri del giudizio estetico sono il disinteresse e la pretesa dell’universalità. Con universalità, Kant vuole affermare che nel giudizio estetico la bellezza è qualcosa che deve essere condivisa da tutti. Se noi giudichiamo bello qualcosa non permettiamo a nessuno il contrario ma pretendiamo il consenso di tutti.

Per comprendere ciò bisogna considerare 2 cose. Kant distingue tra campo del piacevole (ciò che piace ai sensi nella sensazione) e piacere estetico (sentimento provocato dall’immagine della cosa che definiamo bella). Distingue inoltre tra bellezza libera (viene appresa senza nessun concetto) e bellezza aderente (implica il riferimento ad un modello o concetto della perfezione dell’oggetto definito bello).

Il piacevole dà luogo ai giudizi estetici empirici che scaturiscono dalle attrattive delle cose sui sensi, legati alle inclinazioni individuali e privi di universalità. Quando la bellezza è solo attrattiva fisica (muove i sensi e non lo spirito), il piacere estetico è inquinato nella sua purezza e quindi soggettivo.

Il piacere estetico è qualcosa di puro che si concretizza nei giudizi estetici puri, che scaturiscono solo dalla contemplazione della forma di un oggetto. I giudizi di questo tipo hanno la pretesa dell’universalità poiché non sono soggetti a condizionamenti di vario tipo. La bellezza pretende dagli altri il piacere come se il bello fosse una qualità della cosa; ciò accade di fronte a certi fenomeni della natura.

La bellezza libera dà luogo a giudizi estetici puri e perciò universali; la bellezza aderente dà luogo a giudizi complicati da considerazioni intellettuali o pratiche che possono variare attraverso tempi e civiltà. I giudizi estetici puri costituiscono una fascia oggettivamente ristretta di tutti i giudizi umani sul bello.

La giustificazione dell’universalità del giudizio di gusto e la rivoluzione copernicana estetica

Kant afferma che il giudizio estetico nasce da un rapporto spontaneo tra immaginazione e intelletto (libero gioco), per cui l’immagine della cosa corrisponde alle esigenze dell’intelletto e genera armonia (intreccio tra le facoltà dell’animo). Poiché questo meccanismo è uguale in tutti gli uomini, si spiega il fenomeno dell’universalità estetica e si giustifica la presenza di un senso comune del gusto.

Con ciò viene risolta anche l’antinomia del gusto:

  • Il giudizio di gusto non si basa sui concetti (altrimenti si potrebbe dibattere di esso) → tesi.
  • Il giudizio di gusto si basa sui concetti (altrimenti non si pretenderebbe la necessaria approvazione altrui) → antitesi.

Queste due affermazioni non sono più contraddittorie quando la nozione di concetto assume 2 diversi significati:

  • Tesi: il giudizio di gusto non si basa su concetti determinati.
  • Antitesi: il giudizio di gusto si basa sul concetto indeterminato di un fondamento della finalità soggettiva della natura rispetto al Giudizio.

Se il giudizio di gusto non si basa su concetti (no di conoscenza) ma sulla facoltà di Giudizio comune ad ogni uomo, fondando il giudizio di gusto e la sua universalità sulla mente umana, Kant giunge ad una rivoluzione copernicana estetica. Il bello non è una proprietà oggettiva o ontologica delle cose ma l’incontro del nostro spirito con esse; qualcosa che nasce solo per la mente e in rapporto ad essa.

Se le forme belle sono in natura, la bellezza è nell’uomo poiché per diventare tali hanno bisogno della mediazione della mente (baricentro del giudizio estetico); l’armonia dell’oggetto bello non è intrinseca alla cosa ma nell’armonia interiore del soggetto che viene proiettata nell’oggetto. Se la bellezza fosse intrinseca nella natura non sarebbe libera perché ci verrebbe imposta da essa.

Con ciò si distacca dalle altre estetiche. Gli empiristi dicono che il bello deriva dai sensi. I razionalisti dicono che la bellezza è una conoscenza confusa della perfezione degli oggetti. Kant, dalla distinzione-chiave tra piacevole e piacere estetico, difende il carattere spirituale dell’esperienza estetica e ne rivendica l’universalità, giustificando l’esistenza di giudizi estetici a priori. L’esperienza estetica è fondata sul sentimento e sulla spontaneità, non sulla conoscenza o sui concetti.

Ogni immagine che può provocare in noi un piacere ha valore estetico, ma solo quel piacere disinteressato è comunicabile a tutti e indipendente dai mutevoli stati d’animo dell’individuo. Per questi caratteri di autonomia e libertà la bellezza è simbolo della morale e dei suoi attributi. Kant autonomizza l’estetica.

Il sublime, le arti belle e il “genio”

Il sublime (trattato ampiamente nel ‘700) è un valore estetico che è prodotto dalla percezione di qualcosa di smisurato o di incommensurabile. E viene distinto in:

  • Sublime matematico: nasce in presenza di qualcosa di smisuratamente grande; esempi: alberi, montagne, Terra, galassie. L’uomo prova dispiacere poiché la sua immaginazione non riesce ad abbracciare queste grandezze, ma trova piacere poiché la sua ragione è portata ad elevarsi all’idea di infinito che rende piccole le cose immense. Il dispiacere dell’immaginazione si converte in un piacere della ragione; la nostra piccolezza fisica si trasforma in grandezza spirituale. Il vero sublime risiede in noi stessi e non nell’oggetto naturale.
  • Sublime dinamico: nasce in presenza di strapotenti forze naturali; esempi: lampi, tuoni, vulcani, uragani. L’uomo avverte la sua piccolezza materiale davanti alla forza della natura, poi avverte la sua grandezza ideale poiché è un essere umano pensante e portatore di idee e leggi morali. L’emozione del sublime dinamico da depressiva diventa esaltativa e l’angoscia diventa entusiasmo. La natura è sublime poiché eleva l’immaginazione a rappresentare i casi in cui l’animo può sentire la sublimità della propria destinazione.

Il sublime, in entrambi i casi, ha bisogno di un’elevazione d’animo senza la quale diverrebbe solo “terribile” ed è caratterizzato dal dispiacere-piacere e impotenza-potenza. Esso si differenzia dal bello:

  • Il bello nasce dall’equilibrio dell’intelletto e dell’immaginazione e procura calma e serenità davanti ad una forma armonica.
  • Il sublime nasce dalla rappresentazione dell’informe e procura fremito e commozione dal contrasto tra immaginazione sensibile e ragione.
  • Il bello presuppone il soggetto o la mente che rappresenta il trascendentale (possibilità e fondamento) dell’esperienza estetica.

Ciò che Kant tratta è il “bello di natura”, diverso dal “bello artistico”, che ha la stessa definizione di bellezza ed è affine alla prima: la natura è bella quando ha l’apparenza dell’arte e l’arte è bella quando ha l’apparenza o la spontaneità della natura. La spontaneità dell’arte bella proviene dal genio. Se per giudicare degli oggetti si ha bisogno del gusto, per crearli si ha bisogno del genio, che è il tramite con cui la natura interviene sull’arte.

Il genio è la disposizione innata dell’animo per mezzo della quale la natura dà la regola dell’arte. Esso ha caratteristiche proprie:

  • Originalità o creatività (diversa dai precedenti).
  • Capacità di produrre opere che fungono da modelli per gli altri.
  • Impossibilità di mostrare scientificamente come compie la sua produzione.

Perciò esso è inimitabile ed esiste solo nelle arti belle. Per Kant nella scienza vi sono ingegni ma non geni.

Analisi del giudizio teologico: il finalismo come “bisogno” connaturato alla nostra mente

La finalità del reale può essere pensata nel giudizio teologico in virtù del concetto di fine. Secondo Kant la visione scientifica del mondo è meccanicistica (basata sul rapporto di causa-effetto e sui giudizi determinanti), poiché nella nostra mente c’è una tendenza irresistibile a pensare finalisticamente (cercare cause finali intrinseche ed estrinseche nella natura).

Di fronte all’ordine generale della natura l’uomo è portato a credere nell’esistenza di una causa suprema (Dio) che agisce con intenzione. Anche in chiave etica l’uomo avverte l’esigenza interiore di credere che la natura (in virtù della sapienza ordinatrice di Dio) sia organizzata in modo da rendere possibile la libertà e la moralità; e finalisticamente predisposta all’uomo (senza un essere ragionevole la creazione sarebbe un semplice deserto).

Il giudizio teologico non può essere dimostrato poiché la finalità (dato di partenza) non è verificabile ma è solo un nostro modo di vedere il reale. L’uomo però non può fare a meno di ammetterlo poiché il meccanicismo non riesce a fornire una spiegazione soddisfacente dei fenomeni naturali.

Pur potendosi integrare con la spiegazione meccanica e svolgere il ruolo di principio euristico per la ricerca di leggi particolari della natura (modello meccanico: impotente), il modello teologico non può sostituire quest’ultimo nella spiegazione della natura e non può pretendere di valere scientificamente. Il finalismo ci ricorda i limiti della visuale meccanicistica (principio regolativo della ricerca) e ci ricorda l’intrascendibilità dell’orizzonte fenomenico e scientifico.

Nella metodologia del giudizio teologico, Kant determina l’uso di essi nei confronti della fede razionale: la teologia come scienza non appartiene né alla teologia né alla scienza della natura ma alla critica (del giudizio). Essa non è dottrina positiva ma scienza dei limiti e consente di riconoscere nell’uomo lo scopo della creazione come essere morale e dimostra che per l’uomo la realizzazione degli scopi che si propone come essere morale non è impossibile poiché sono gli stessi scopi della natura.

Perciò la teologia rende possibile una prova morale dell’esistenza di Dio (la moralità è possibile anche senza fede in Dio poiché è fondata solo sulla ragione, la fede garantisce la possibilità della sua realizzazione nel mondo). Kant insiste sull’impossibilità di utilizzare come sapere oggettivo il risultato della considerazione teleologica.

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