Concetti Chiave
- La "Critica della ragion pratica" di Kant, pubblicata nel 1787, identifica l'imperativo categorico come principio morale universale e necessario per orientare l'azione umana.
- Kant distingue tra massime, che sono soggettive e relative, e imperativi, che sono oggettivi e razionali, evidenziando la loro differenza fondamentale nella moralità.
- Il dovere naturale (mussen) è obbligatorio senza eccezioni, mentre il dovere morale (zollen) è facoltativo, sottolineando la libertà individuale nella scelta morale.
- Kant definisce la libertà come l'indipendenza dai vincoli esterni e l'autonomia, posizionandola come fondamento dell'imperativo categorico e dell'etica.
- L'etica kantiana si distingue per la sua autenticità autonoma, basandosi sulla ragione e sulla libertà individuale, contrariamente alle etiche eteronome del passato.
redir: https://www.skuola.net/filosofia-moderna/kant-immanuel.html
Venne pubblicata nel 1787, la stessa data della pubblicazione della seconda edizione della critica della ragion pura (prima nel 1781 e seconda nel 1787). Tanto la ragion pura, quanto la ragion pratica, tendono all’individuazione di principi a priori universali e necessari che per la ragion pura sono le due forme a priori della sensibilità e le dodici forme dell’intelletto; per la ragion pratica l’imperativo categorico, l’imperativo morale per eccellenza. Entrambe le critiche partono da una realtà che danno per scontata che per la ragion pura è l’esistenza della sintesi a priori (si chiede solo perché matematica e fisica siano scienze), parte da un dato precedente che viene accettato senza un particolare fondamento; la ragion pratica dà per scontato che in tutti gli uomini ci sia l’imperativo categorico, Kant non si preoccupa di dimostrarne l’esistenza, si preoccupa semmai di mostrarne il fondamento. Un altro elemento di affinità è costituito dalla rivoluzione copernicana che nella ragion pura è elaborata in ambito gnoseologico (si assiste al rovesciamento soggetto-oggetto) e nella ragion pratica in ambito etico: i concetti di buono e di cattivo possono esser definiti solo dopo la legge morale, sono resi bene o male dall’intenzione del soggetto, non hanno consistenza propria. Ci sono, invece, due differenze fondamentali. Il famoso noumeno che nella ragion pura era stato dichiarato inconoscibile e, semmai, soltanto ipotizzabile, nella ragion pratica diventa penetrabile, è come se Kant indicasse una via alternativa efficace per giungere al noumeno, prima considerato un concetto limite. La critica che si esercita nella ragion pratica è nei confronti dei vagheggiamenti empirici pratici; il titolo completo della prima opera è “critica della ragione teoretica pura”, ovvero la ragione capace di conoscere, il cu compito è la conoscenza, si esercita quindi in ambito teorico, mentre il titolo completo della seconda opera è “critica della ragione pratica empirica”, la ragione capace di orientare e determinare la volontà e l’azione, si esercita nell’ambito della prassi. Nella ragion pura, critica le pretese della ragione di fare a meno dell’esperienza volendo essere pura a priori, però deve sintetizzare i dati del molteplice empirico altrimenti le categorie funzionano a vuoto, non si può presumere di fare a meno dell’esperienza; dall’altro lato, la ragion pratica tende a rimanere troppo attaccata all’esperienza. C’è una sorta di singolare rovesciamento nella critica della ragion pratica.
Kant parte da una definizione dei cosiddetti principi pratici generali, le norme generali di condotta e distingue, però, le massime dagli imperativi: le massime sono a carattere soggettivo perché le pone il soggetto è non c’è nessuna consapevolezza che non possono essere valide per tutti gli altri non hanno carattere razionale, bensì parziale e relativo, mentre gli imperativi a carattere oggettivo e razionale. Nell’ambito degli imperativi, bisogna distinguere: - imperativi ipotetici condizionati: valgono ma limitatamente agli obiettivi che ci si prefigge (se vuoi, devi); - imperativi categorici incondizionati: presentano il dovere per il dovere, non sono vincolati da alcuna condizione, si impongono a tutti (devi perché devi). Qui Kant distingue il dovere naturale (mussen), il dovere che non può non compiersi, dal dovere morale (zollen), il dovere che può non compiersi. Kant dice che la legge morale non può essere caratterizzata dalla contingenza altrimenti non sarebbe universale. Il carattere essenziale dell’imperativo categorico è la formalità, ovvero il fatto che nessuna cosa diventa di per sé buona o cattiva, dipende dall’intenzione attraverso la quale il soggetto compie l’azione. Ciò consente anche di distinguere l’ambito della moralità, l’azione autonoma che non si ripromette vantaggi, dall’ambito della legalità, l’azione eteronoma che obbedisce a scopi esterni. Kant aderisce ad un’unica regola: “agisci in modo tale che le modo tale che le massime della tua volontà possano essere il principio di una legislazione universale” significherebbe che quello che tu stai facendo possa valere anche per gli altri. Poi c’è anche: “agisci in modo tale da considerare l’umanità tanto nella tua persona come nella persona degli altri, sempre come fine e mai come semplice mezzo”, non bisogna pensare di poter sfruttare gli altri. Questa formula non venne mantenuta, perché si pensava potesse alterare la purezza. La terza formula dice: “agisci in modo tale che la tua volontà con la sua massima possa essere universalmente legislatrice”, si differenzia dalla prima perché qui Kant vuole mettere in luce il ruolo del soggetto, che, obbedendo alla massima, obbedisce anche a se stesso. L’imperativo categorico è la manifestazione di quella ragione che è l’essenza stessa dell’uomo, tanto che la prima e la terza formula sono scambiabili, l’idea di legge che sta all’interno d ogni uomo la cui sostanza sta nella formalità. Il fondamento dell’imperativo categorico è sorprendente: esso, infatti, è la libertà. Se devi, puoi anche; se l’imperativo categorico ti ordina di agire, evidentemente puoi agire e, se puoi agire, sei libero. A questo punto dovremmo ammettere l’esistenza di un elemento sintetico a priori in ambito noumenico.
Il concetto di dovere aggiunge sinteticamente il concetto di libertà. L’elemento fondamentale della sintesi a priori è che quel che sta nel predicato aggiunge qualcosa in più a quel che sta nel soggetto. Kant sta recuperando, riflettendo sulla morale, quella libertà che non c’era nell’ambito fenomenico, facendone il fondamento dell’imperativo categorico. Dunque, la libertà è l’indipendenza rispetto al meccanismo dei fenomeni e alle leggi naturali, ma la libertà deve essere intesa anche come autonomia ovvero la capacità di autodeterminarsi, mentre l’indipendenza è l’assenza di vincoli esterni e basta. La sua etica è l’unica etica autenticamente autonoma rispetto a tutte quelle del passato connotate dall’eteronomia: - l’etica di Cartesio adottava un principio soggettivo ed esterno (diceva di mutare i valori dell’ambiente nel quale si viveva attraverso l’educazione); - l’etica di Epicuro adottava un principio soggettivo ed interno (vincolata alla ricerca del piacere); - l’etica stoica adottava un principio oggettivo interno (adeguamento all’ordine necessario del mondo); - l’etica teologicamente cristiana adottava un principio oggettivo esterno (la volontà di Dio).
Domande da interrogazione
- Qual è il principale obiettivo della "Critica della ragion pratica" di Kant?
- Come si differenziano le massime dagli imperativi secondo Kant?
- Qual è il significato dell'imperativo categorico nella filosofia di Kant?
- In che modo Kant distingue tra dovere naturale e dovere morale?
- Qual è il ruolo della libertà nell'etica kantiana?
L'obiettivo principale è individuare i principi a priori universali e necessari che guidano la moralità, con particolare attenzione all'imperativo categorico, che rappresenta l'imperativo morale per eccellenza.
Le massime sono soggettive e non universali, mentre gli imperativi sono oggettivi e razionali. Kant distingue tra imperativi ipotetici, che dipendono da obiettivi specifici, e imperativi categorici, che si impongono a tutti senza condizioni.
L'imperativo categorico è la manifestazione della ragione umana e rappresenta il dovere per il dovere, fondato sulla libertà e sull'autonomia, permettendo di agire in modo che le proprie azioni possano essere universalizzate.
Kant distingue il dovere naturale (mussen), che è obbligatorio, dal dovere morale (zollen), che è facoltativo. La legge morale deve essere universale e non contingente, secondo Kant.
La libertà è fondamentale nell'etica di Kant, poiché rappresenta l'indipendenza dai vincoli esterni e l'autonomia nell'autodeterminazione, costituendo il fondamento dell'imperativo categorico e della moralità autentica.