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Introduzione all'ermeneutica

Introduzione

Che cos'è l'ermeneutica? La parola ermeneutica viene dal greco hermeneia e significa interpretazione, anche se per i greci significava anche dichiarazione, spiegazione, traduzione. Oggi con la parola ermeneutica si intendono almeno tre cose certamente connesse, ma non identiche, ossia i processi di comprensione, l’elaborazione di regole interpretative o la dottrina filosofica che si propone di stabilire la natura, i caratteri, le condizioni e i limiti di ogni possibile comprendere. Questi tre punti sono anche momenti di un processo storico, arrivando solo nel moderno a vedere l'ermeneutica come dottrina filosofica.

Spiegare, comprendere, interpretare, tradurre

La parola hermeneia, oltre il significato di interpretazione, assume il significato anche di spiegazione e traduzione. Successivamente si è giunti a un quarto significato, ossia quello di comprendere.

Il termine spiegazione, da explicatio (esplicazione, sviluppo), assume importanza nell’ermeneutica solo a partire dalla metà dell’800, quando assume un significato contrario ad interpretazione. E in particolare con il Positivismo e con Droysen e Dilthey viene data una definizione allo spiegare. Droysen distinse il metodo della spiegazione ipotetico-causale, delle scienze della natura, dal metodo descrittivo-competente delle scienze dello spirito. Dilthey invece oppose allo spiegare il comprendere, caratterizzato dalle oggettivazioni dello spirito diverse da ciò che la ragione instaura con la natura.

Il termine comprendere è legato allo spiegare, deriva dal latino e rimanda ai concetti di prendere, afferrare, stringere insieme. Il significato ermeneutico è intendere (intelligere), termine usato molto da Cicerone, Seneca e successivamente dalla Scolastica, quando dovrà risolvere i problemi legati alla comprensione della Rivelazione, come Anselmo ed Abelardo, che lo identificano con il conoscere razionale, o come Tommaso d’Aquino, che voleva trovare in esso una differenza tra la conoscenza dimostrativa e la comprensione della fede. Quindi, allora, il comprendere verrà concepito come un conoscere dall’interno, come una forma di sapere in cui soggetto e oggetto vengono a coincidere.

Nel 900 nasceranno varie visioni del comprendere:

  • Simmel lo intende come la capacità di riprodurre la vita psichica di un’altra personalità;
  • Weber differenzia lo spiegare dal comprendere, dando ad ognuno funzioni specifiche;
  • Scheler contrappone spiegare e comprendere, attribuendo al comprendere il significato di cogliere la vita emotiva;
  • Heidegger vede nel comprendere la capacità di progettare l’esistenza umana;
  • Gadamer vede il comprendere come la base per un’ermeneutica universale.

Quando si parla di interpretazione di solito si vuole rendere accessibili al pensiero i significati oscuri che si incontrano leggendo un testo. La traduzione è l’atto attraverso il quale trasponiamo da una lingua naturale all’altra un qualsiasi discorso orale o scritto, cercando di riprodurre non soltanto i significati, ma anche le caratteristiche stilistiche e semantiche.

Attraverso il termine interpretazione, è possibile vedere la differenza che si scorge tra Platone ed Aristotele quando si parla di ermeneutica. Platone vede l’ermeneutica come un’arte mantica che si sforza di svelare significati nascosti provenienti dal divino o dall’umano. Aristotele vede l’ermeneutica come la capacità espressiva propria dei segni linguistici rispetto al pensiero o alle affezioni dell’anima e di questi rispetto alle cose. La concezione aristotelica è molto vicina al significato moderno di semantica, intesa come possibilità di riferire un segno al suo designato.

Attualità dell'ermeneutica

Nel 900 l’ermeneutica ha assunto sempre più significato, dovuto a sollecitazioni e bisogni diversi rispetto a quelli di altre epoche. L’interesse per l’interpretazione dipende dall’importanza che ha assunto il linguaggio nella nostra cultura il quale ha investito ogni aspetto e ogni movimento teorico che abbia importanza nella riflessione attuale.

L'avvio della riflessione ermeneutica nell'antichità

L'hermeneuein secondo Platone e Aristotele

L’ermeneutica nasce nella Grecia presocratica coi i sofisti, dalla necessità di convincere l’ascoltatore, dare maggiori argomentazioni, citando autori classici, come Omero o Sofocle. Successivamente, anche se in minima parte, l’ermeneutica avrà un piccolo sviluppo anche con Platone e Aristotele.

Platone, nel suo pensiero, fa poco riferimento alla riflessione ermeneutica e all’attività interpretativa, ma dove vi fa riferimento, c’è un rimando religioso, come nel Cratilo dove l’ermeneutica viene fatta risalire al dio Hermes, messaggero degli dei agli uomini. Pertanto, allora, l’interprete ha il compito di essere da ponte tra la sfera umana e quella divina. Tuttavia con Platone non manca un’ermeneutica più umana e razionale, come nel Teeteto, dove essa viene posta in relazione con il logos, definendo così la conoscenza come un’opinione retta dalla ragione. Questa relazione esiste anche nelle Leggi, dove viene sostenuto la tesi che il buon custode della legge è colui che conosce la vera natura della legge stessa e sia capace di dare una spiegazione attraverso il ragionamento.

Con Aristotele la parola ermeneutica la troviamo nel quarto capitolo delle Confutazioni sofistiche, dove essa viene accostata al termine espressione, così come accade in altre opere aristoteliche, come i Topici, la Poetica, il De Anima.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/01 Filosofia teoretica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher palma_alex_93 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Ermeneutica filosofica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Istituto superiore di Scienze Religiose - Issr o del prof Scienze Storiche Prof.
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