Concetti Chiave
- Habermas analizza la Dialettica dell’Illuminismo, distinguendo tra scrittori che anticipano la teoria di Marx e quelli che interrompono tali collegamenti, come Sade e Nietzsche.
- Si discosta dal pessimismo di Horkheimer e Adorno, ritenendo che l'Illuminismo non debba essere visto solo in chiave autodistruttiva.
- Habermas evidenzia la complicità tra Illuminismo e mito, sottolineando che il primo, pur opponendosi al secondo, presenta legami nascosti.
- Critica l'idea che l'Illuminismo sia intrinsecamente autodistruttivo, paragonandola alle tesi nichiliste di Nietzsche.
- Secondo Habermas, non esiste una sfera indipendente dalla razionalità strumentale, portando a scetticismo etico e indifferenza.
Habermas e la dialettica dell'Illuminismo
Habermas interpreta la Dialettica dell’Illuminismo. Esordisce facendo riferimento agli scrittori che Horkheimer e Adorno hanno analizzato. Distingue da un lato “scrittori oscuri”, che avevano comunque degli elementi che preludevano affinità con la teoria sociale di Marx; dall’altro gli “scrittori neri della borghesia”, che hanno interrotto questi collegamenti. Per esempio Sade e Nietzsche: il primo a paradigma della decadenza morale della civiltà e del pensiero razionalista borghese. Il secondo a paradigma dell’assenza, del nichilismo che caratterizzerà l’esito finale dell’Illuminismo maturo. L’analisi di Adorno e Horkheimer è stata spietata, ma non hanno abbandonato la speranza, “la speranza è dei disperati”. Tutto ciò ha dell’ironico, i due autori, nel loro tentativo di andare al di là, di superare l’esito estremamente negativo dell’itinerario autodistruttivo dell’Illuminismo, si comportano come i disperati a cui fa riferimento Marcuse. Sono degli insensati, che vanno contro corrente.
Critica di Habermas al pessimismo
Habermas prende distanza da questo atteggiamento. Egli non è così pessimista, non ha bisogno di essere un disperato che tenta di correggere l’esito dell’Illuminismo, ma in ogni caso va detto che esistono delle analisi estremamente nichiliste dell’Occidente, come quelle degli strutturalisti, per i quali, sostanzialmente, l’uomo non esiste.
Illuminismo e mito secondo Habermas
Habermas mette in evidenza la complicità, il nesso inestricabile tra Illuminismo e mito. Il primo si presenta come contrario al secondo, proponendo degli argomenti e ragioni, una forza che difende le ragioni dell’individuo, del singolo. Antitesi del mito, in quanto si slega dalla tradizione legata al passato (ipse dixit), a favore della ratio, dell’argomento migliore. Contrapposto al mito, perché non esprime potenze collettive e anonime, ma il singolo. A questo contrasto però si oppone la tesi di una complicità segreta. L’Odissea rappresenta un po’ la narrazione mitica di quello che è l’itinerario dell’Io, dello Spirito, delle difficoltà è peripezie che compie per affrancarsi dalla sua origine di predominio rispetto alla natura (culti magici), ma nello stesso tempo tale itinerario lo porta infine a sottomettere la natura, sottomettendo se stesso. L’Io, per acquisire la propri identità personale, deve infatti imporsi delle rinunce, con l’introiezione del sacrificio (il dominio di sé), l’occultamento del sé vero, che diventa Es. Ciò è la civiltà.
La natura e l'Io nell'Illuminismo
In sintesi: la natura originariamente non è oggettivate e l’Io le è fuso. Ne ha però paura e ne avverte la pressione, quindi pratica la magia. Il mito è la prima forma di distinzione, di spiegazione della natura e del suo superamento. È la prima forma di Illuminismo. Il dominio avviene solo quando la natura esterna viene oggettivata, con l’Io che ha il ruolo di soggetto. È già in questo momento che entra in campo la dialettica dell’Illuminismo, e non più la fusione originaria. Quando si domina la natura esterna, si reprime anche la natura interna. Ciò perché è necessario acquisire la propria identità di soggetto in relazione all’oggetto, negando il proprio sé più autentico, occultarlo, reprimerlo. L’Illuminismo più compiuto è caratterizzato da tutto ciò.
Critica alla ragione strumentale
Questa tesi, afferma Habermas, è però criticabile: una disamina della storia non tanto diversa dalla diagnosi nichilistica di Nietzsche, che è altrettanto discutibile. Come se l’Illuminismo avesse già in sé l’autodistruzione. Lo spirito si vuole autoconservare e l’Illuminismo, volendo fare così, porta esclusivamente ad una forma di ragione strumentale, che è autodistruttiva.
Questo percorso generale che si delinea verso la ragione strumentale, è tale anche da limitare le sfere più alte della produzione intellettuale dell’umanità, cioè quelle sfere che dovrebbero in realtà produrre conoscenza non in funzione dello scopo? Esiste una sfera di indipendenza dalla razionalità strumentale? Ciò non è stato dimostrato. Habermas segue ancora il discorso dei due autori, che sostengono che invece una sfera indipendente non esiste. Non soltanto non possiamo fondare razionalmente le grandi idee, essere in grado di trovare qualcosa di giusto o sbagliato dal punto di vista morale, ma si cade proprio nello scetticismo etico. O nell’indifferenza.
Domande da interrogazione
- Qual è la distinzione che Habermas fa tra gli "scrittori oscuri" e gli "scrittori neri della borghesia"?
- Qual è la posizione di Habermas rispetto al pessimismo di Adorno e Horkheimer?
- Come si relazionano Illuminismo e mito secondo Habermas?
- Qual è il ruolo dell'Io nella dialettica dell'Illuminismo?
- Qual è la critica di Habermas alla ragione strumentale?
Habermas distingue tra "scrittori oscuri", che presentano affinità con la teoria sociale di Marx, e "scrittori neri della borghesia", che interrompono tali collegamenti, come Sade e Nietzsche, simboli della decadenza morale e del nichilismo dell'Illuminismo maturo.
Habermas si distacca dal pessimismo di Adorno e Horkheimer, affermando di non essere un disperato e di non necessitare di correggere l'esito dell'Illuminismo, pur riconoscendo l'esistenza di analisi nichiliste dell'Occidente.
Habermas evidenzia una complicità tra Illuminismo e mito, dove l'Illuminismo, pur opponendosi al mito, si scontra con la necessità di sottomettere la natura, portando l'Io a rinunciare alla propria autenticità.
L'Io, per acquisire la propria identità, deve oggettivare la natura esterna e reprimere la propria natura interna, portando a una forma di Illuminismo che implica la negazione del sé autentico.
Habermas critica la ragione strumentale come autodistruttiva, sostenendo che l'Illuminismo, nel tentativo di autoconservarsi, limita le sfere più alte della produzione intellettuale e porta a scetticismo etico e indifferenza.