Concetti Chiave
- Le domande esistenziali riguardano l'origine, il destino e l'esistenza dell'anima, evidenziando la ricerca dell'immortalità da parte dell'uomo.
- Platone sostiene che nell'aldilà l'anima è giudicata in base al comportamento virtuoso o vizioso durante la vita, determinando il suo destino.
- L'insegnamento socratico enfatizza che è preferibile vivere nella giustizia piuttosto che commettere ingiustizia, ponendo l'accento sull'importanza dell'etica.
- Il giudizio delle anime si è evoluto nel tempo, consentendo ai giudici di valutare l'anima in modo più accurato, separandola dal corpo.
- Platone attribuisce pene esemplari ed eterne ai tiranni, mentre le anime comuni possono affrontare pene temporanee, suggerendo un principio di giustizia retributiva.
Quali sono le domande esistenziali dell'uomo?
Uno dei problemi che da sempre l’uomo si pone, o perlomeno da quando è un animale razionale, è quello riguardo le domande su se stesso (da dove vengo, dove vado, esiste un’anima, una vita dopo la morte?); già i primi miti orientali (indiani) si chiedono come l’uomo possa raggiungere l’immortalità, dal momento che si ribella all'idea di essere soltanto un animale.
Il giudizio dell'aldilà secondo Platone
In questo mito e nel Fedone Platone affronta il problema della transitorietà della natura umana, sostenendo l’idea che la vera vita sia nell'aldilà, corrisponda all'Ade (l’“invisibile”); in esso l’anima viene giudicata (criterio di giustizia ed ingiustizia) in base a come si è comportata in vita, se è stata temperante, oppure si è lasciata all'ebbrezza e alla dissolutezza, se ha vissuto virtuosamente o viziosamente. I giudici dell’aldilà non si preoccupano della fama terrena, ma soltanto del comportamento, per cui è ivi racchiuso l’insegnamento socratico secondo cui bisogna vivere secondo virtù e saggezza; alle anime tocca una triplice sorte: il capire se ha vissuto in piena giustizia, per stabilire se le spetta il premio di vivere nelle «isole dei beati», oppure un castigo eterno (precipitare nel «Tartaro») attraverso cui scontare le sue pene, o ancora se deve subire una punizione temporanea, per poi ricevere il premio attraverso l’espiazione. Tale mito è molto vicino all'escatologia cristiana, ne emerge un’identica tripartizione dei possibili destini; il comportamento virtuoso, anche se spesso sembra penalizzarci, verrà ampiamente premiato nell'aldilà, da un giudizio di fronte a cui le anime si presentano “nude”, prive dei rivestimenti sociali, ottenuti spesso con l’inganno e con l’astuzia. Platone intende offrire, attraverso questo mito, una verità essenziale, per cui piuttosto che di mìthos si dovrebbe parlare di un lògos vero e proprio.
L'insegnamento socratico sulla giustizia
Il mito, narrato da Socrate, è molto significativo un quanto racchiude il nucleo dell’etica socratica, soprattutto nell'affermazione fondamentale che per l’anima è meglio vivere nella giustizia piuttosto che commettere ingiustizia, subire un’ingiustizia piuttosto che commetterla; la storia di Socrate insegna che, più che rappresentare un mito, questo insegnamento è una narrazione vera e propria (storica).
Il giudizio e le pene nell'aldilà
Inizialmente, al tempo di Chrónos e nei primi anni del Regno di Zeus, il giudizio avveniva non appena morti, ma poco prima di morire; esso, tuttavia, rischiava di essere un giudizio mal dato, mal posto, per il semplice fatto che le ricchezze, gli onori, la bellezza del corpo, i parenti che testimoniavano per la persona destinata a morire potevano essere falsi, pagati, dal valore meramente convenevole. L’anima e il corpo, una volta separati, conservavano ciascuno le proprie qualità e portavano i segni di tutte le attività vissute nella vita terrena; il giudice, in tal modo, anche solo vedendo l’anima riusciva a verificarne direttamente il vissuto, tuttavia, non riusciva a stabilire di chi fosse l’anima, cioè a che corpo appartenesse, sia che fosse appartenuta ad un potente Re, sia che fosse stata l’anima di un uomo semplice. Se essa gli appariva «flagellata», «piena di piaghe», egli la mandava in prigione, dove avrebbe patito dei castighi commensurati alle colpe, cioè giustamente meritati e secondo un principio retributivo di giustizia.
Le pene esemplari per i tiranni
Platone si incentra, particolarmente, sul castigo che viene dato ai tiranni; chiunque sconta una pena è salutare, cioè offre un beneficio, alle altre anime, che ne traggono ammaestramento e ammonimento affinché si comportino bene: tale beneficio si esplica nel momento in cui le altre anime vedono le sofferenze dell’anima colpevole, le quali si propongono, per la prossima reincarnazione, di diventare persone migliori. Ovviamente, si tratta di un’anima le cui colpe sono curabili, per cui le pene hanno il duplice ruolo di espiazione e di esemplarità; ai tiranni, in particolare, sono inferte pene esemplari ed eterne, tanto che l’anima non potrà reincarnarsi successivamente: come esempi di talune pene Platone porta Sisifo, Tantalo e Tizio, ossia coloro che hanno compiuto danni irreparabili, mentre i cittadini comuni assai difficilmente avranno una pena eterna, perciò restano più felici dei potenti e dei sovrani nell'Ade.
Conclusione del mito e critica a Omero
Socrate conclude il mito esortando a guardarci bene dal commettere ingiustizie, ci esorta a subirla piuttosto che commetterla; sebbene non conosciamo in questo mondo le pene inferte nell'Ade, possiamo cercare di conoscerle attraverso questa narrazione che non pretende di essere un mito, quanto un lògos (racconto veritiero). Platone elabora inoltre, nel Gorgia, tutta una seria di elementi omerici che Socrate cita esplicitamente, criticandone talvolta i contenuti: ad esempio, mentre Omero metteva nel Tartaro soltanto i Titani, in quanto colpevoli di ribellione (tracotanza, hýbris) a Zeus, Platone riserva il castigo eterno esclusivamente agli uomini di potere, per l’uso che hanno fatto del loro potere politico.
Domande da interrogazione
- Quali sono le domande esistenziali che l'uomo si pone secondo il testo?
- Come Platone descrive il giudizio dell'aldilà?
- Qual è l'insegnamento socratico sulla giustizia?
- Quali pene sono inflitte ai tiranni nell'aldilà secondo Platone?
- Come Socrate critica Omero nel contesto del mito?
L'uomo si interroga su questioni fondamentali come l'origine, la destinazione, l'esistenza dell'anima e la vita dopo la morte, come evidenziato nel testo.
Platone sostiene che nell'aldilà l'anima viene giudicata in base al comportamento virtuoso o vizioso in vita, con conseguenze che possono portare a premi o punizioni, come descritto nel mito.
L'insegnamento socratico afferma che è meglio vivere nella giustizia piuttosto che commettere ingiustizia, evidenziando l'importanza della virtù per l'anima, come riportato nel testo.
I tiranni subiscono pene esemplari ed eterne, che servono da ammonimento per le altre anime, mentre le anime comuni possono ricevere punizioni temporanee, come spiegato nel testo.
Socrate critica Omero per riservare il castigo eterno solo ai Titani, mentre Platone estende tale punizione agli uomini di potere che abusano del loro potere politico, come evidenziato nella conclusione del mito.