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Gli interventi anti-bullismo

Introduzione

Il bullismo, sia tradizionale che elettronico, viola i diritti umani fondamentali, come essere rispettati e crescere liberi e sicuri, che gli adulti devono garantire. Il documento “Dichiarazione di Kandersteg” sottoscritto da un gruppo di ricercatori che rappresentano 15 Paesi, stabilisce nel 2007 tale principio che è sostenuto anche dagli autori di questo volume. Nel documento si parla di 5 azioni da intraprendere:

  • Contrastare il bullismo in tutti i luoghi frequentati da bambini ed adolescenti;
  • Fare prevenzione già dall’età precoce, poi nell’infanzia e nell’adolescenza, promovendo relazioni positive tra compagni, per ridurre i rischi e potenziare la protezione;
  • Formare gli adulti a contatto coi bambini e coi giovani per promuovere relazioni sane e per prevenire il bullismo;
  • Fare politiche sociali e programmi di prevenzione, appropriate all’età, al genere ed alla cultura dei destinatari, coinvolgendo famiglie, coetanei, scuole e comunità, che siano basati sulla ricerca scientifica;
  • Fare azioni di monitoraggio e valutazioni in itinere dei percorsi di intervento per verificare i benefici dei programmi e per tutelare i diritti dei bambini e degli adolescenti.

Il bullismo è un problema di salute pubblica (perché ha grande rilevanza e molte conseguenze, sia a breve che a lungo termine, per il benessere e per l’adattamento sociale e personale di bambini ed adolescenti) a livello internazionale. I programmi di prevenzione devono riguardare il cyberbullismo e si deve capire quali componenti dei programmi già esistenti portino cambiamenti significativi in atteggiamenti e comportamenti, capire gli “ingredienti attivi” di essi.

La letteratura vede il bullismo come fenomeno di gruppo e relazionale anziché comportamentale del singolo individuo, l’approccio di questo volume è ecologico e sistemico, per portare cambiamenti a scuola, nelle norme e nei valori del gruppo, senza focalizzarsi solo su bulli e vittime. Dunque vengono integrati vari livelli di intervento, dalla comunità alla scuola come sistema, al gruppo classe, fino alle singole persone ed alle famiglie. L’approccio ecologico si basa sulla valorizzazione delle risorse scolastiche (insegnanti, alunni, genitori, altro personale) senza interventi esterni, in modo che la scuola gestisca autonomamente il bullismo ed il cyberbullismo.

La concezione del volume è multifattoriale e sistemica e c’è anche la conoscenza empirica dei fattori di rischio e di protezione. L’obiettivo del volume è dare una panoramica critica dei modelli di intervento nazionali ed internazionali più usati oggi, frutto di una rassegna della letteratura scientifica, con linguaggio semplificato, adatto ad un vasto pubblico di lettori (studenti universitari, insegnanti, dirigenti scolastici, psicologi e professionisti della prevenzione del disagio e della promozione del benessere).

Nel 1° capitolo viene presentato il fenomeno, nel 2° si parla di comunità e di scuola, nel 3° di classe, nel 4° della famiglia, nel 5° di interventi individuali ed alla fine, dando attenzione all’uso di programmi, si discute degli elementi comuni ai programmi anti-bullismo, all’importanza della valutazione, che sono entrambi cruciali per chi lavora nel modello ed prevenzione e nell’intervento.

Capitolo 1: Che cos’è il bullismo

Paragrafo 1.1 Caratteristiche del bullismo

La domanda più frequente sul bullismo è come prevenirlo e contrastarlo e con quali strategie, ma c’è riluttanza sui modelli teorici e sui risultati di ricerca, considerandoli troppo lontani dalla quotidianità di psicologi, insegnanti ed educatori. Anche noi, come lo psicologo sociale Kurt Lewin, pensiamo che “non c’è nulla di più pratico di una buona teoria”, citazione propria di Lewin.

Dobbiamo chiederci quanto sappiamo del bullismo? Perché le azioni per contrastarlo dipendono da ciò che di esso conosciamo, dalle motivazioni alla base del comportamento prepotente, dalle caratteristiche individuali/contestuali che sono un fattore di rischio. Almeno parte dei ragazzi prepotenti non hanno difficoltà sociocognitive e di autoregolazione dei comportamenti che sono presenti spesso nelle persone aggressive, ma possono avere buona competenza sociale ed un ruolo centrale nel gruppo a livello di popolarità ed una buona capacità di capire le dinamiche sociali del gruppo dei pari ed usano la prepotenza per avere potere e per aumentare il proprio status sociale.

Dunque, gli approcci punitivi tradizionali o che controllano i comportamenti possono essere inefficaci per contrastare il bullismo nel gruppo, ma i bulli non vanno considerati “il problema”, né si deve confondere ciò che è socialmente indesiderabile e ciò che è socialmente incompetente. Si deve essere consapevoli che il bullismo è un fenomeno sociale, enfatizzando il “sociale” per spiegare i comportamenti aggressivi, senza “patologizzarli”, né patologizzando chi li attua.

Cerchiamo di cambiare la persona o il contesto relazionale in cui il bullismo si manifesta. Un buon modello teorico aiuta a scegliere il programma di intervento più adatto, il funzionamento ed a risolvere le difficoltà. La continua sperimentazione e la valutazione degli interventi sono utili per capire il bullismo, perché mettono alla prova la teoria, cercando di cambiarla per comprenderla davvero, come dice Lewin, così come si deve fare per comprendere ogni fenomeno.

L’organizzazione mondiale della sanità nel World Report On Violence And Health raccomanda 4 passaggi per prevenire e per contrastare la violenza:

  • Comprendere tutti gli aspetti del problema con la raccolta sistematica di informazioni sull’incidenza e sulla natura dei comportamenti violenti;
  • Studiare le cause della violenza, i fattori di rischio e quelli modificabili;
  • Prevenire la violenza con gli interventi in vari ambienti, implementando i rapporti costi/benefici e diffondendo informazioni relative ad essi;
  • Applicare tali raccomandazioni con un approccio basato su conoscenze precise della ricerca scientifica e dell’analisi della situazione specifica di una scuola. Tali conoscenze possono guidare le azioni da fare e poi si devono trovare strategie per trasformare le conoscenze di base in una politica anti-bullismo, in azioni concrete per prevenirlo e per contrastarlo ed in un clima ed in una cultura positivi.

Paragrafo 1.1.1 La definizione di bullismo

Il bullismo è un comportamento aggressivo nelle relazioni tra coetanei, caratterizzato da violenza, pervasività e conseguenze durature. È “un abuso sistematico di potere” in quanto c’è stretta relazione tra bullismo, ricerca di potere e dominanza sociale. Negli anni ne sono state date molte definizioni, come ad esempio, un qualsiasi comportamento aggressivo indesiderato, attivato dal singolo o in gruppo, che si ripete e che può portare alla vittima conseguenze psicologiche, fisiche, sociali e scolastiche.

I bulli hanno comportamenti intenzionali per provocare gli altri, per dominare nel gruppo e per danneggiare la vittima fisicamente e psicologicamente ed anche per controllare gli altri. Ci sono azioni aggressive non provocate, ma dirette ad ottenere uno scopo strumentale/personale; dunque il bullismo è aggressione proattiva che persiste nel tempo o c'è l’alta probabilità che succeda e su questo si costruisce la paura della vittima, che si aspetta la ripetizione delle prepotenze nei suoi confronti. Nel bullismo poi c’è squilibrio di potere/di forza tra bullo e vittima che subisce senza riuscire a difendersi perché è più debole fisicamente e psicologicamente (asimmetria relazionale).

Paragrafi 1.1.2 e 1.1.3 Le diverse forme di bullismo e il cyberbullismo

Nel bullismo ci sono comportamenti aggressivi diretti ed indiretti, il bullo può aggredire la vittima in modo aperto, manifesto, diretto, faccia a faccia (picchiandola, insultandola, minacciandola) per sminuire e spaventare la vittima, che non riesce più ad interagire bene con gli altri. Nella scuola primaria ci sono molte prepotenze dirette di tipo verbale ed anche nella secondaria di 1°, quelle fisiche diminuiscono con l’età.

I bulli possono agire anche in modo indiretto, come danneggiando o rubando oggetti alla vittima, diffondendo cattiverie o calunnie o spingendo altri compagni ad isolarla. La prepotenza sociale, per manipolare le relazioni nel gruppo, convincendo anche gli altri ad aggredire o ad isolare un coetaneo, distruggendone i rapporti di amicizia, emarginandolo o rifiutandolo, rappresenta la tipologia tipica delle prepotenze indirette e facendo così, il bullo riafferma il proprio potere sulla vittima e su chi sta ai suoi ordini.

Il cyberbullismo o bullismo elettronico consiste nell’uso di internet o del cellulare per fare prepotenza ai compagni, con messaggi ingiuriosi o minacciosi tramite cellulare, realizzazione e diffusione di fotografie e video, email o Instant Messaging minatori/offensivi, offese, calunnie ed isolamento dalle conversazioni nelle chat-room ed anche l’happy slapping, dove la vittima viene colpita da un compagno, ripresa ed il film circola su internet o sui cellulari, fa parte del cyberbullismo.

Vengono creati anche i gruppi per prevaricare i compagni con i Social Network (Facebook, Whatsapp), il cyberbullismo si è diffuso anche perché il bullo può rimanere anonimo, quindi può essere più ingiurioso ed offensivo ed ha meno possibilità di essere scoperto e punito rispetto al bullismo tradizionale, perché spesso non si può risalire all’identità o al numero di persone dietro ai messaggi. Quindi, la vittima ha più paura e più ansia. Gli studi sul cyberbullismo sono più recenti rispetto a quello tradizionale. Menesini, Nocentini e Palladino distinguono 4 tipi di comportamento prepotente online:

  • Scritto/verbale con messaggi offensivi e commenti denigratori;
  • Visuale con la condivisione di video e fotografie imbarazzanti per la vittima;
  • Impersonificazione non autorizzata delle credenziali della vittima per fare azioni per danneggiarla;
  • Esclusione o estromissione da gruppi online (Facebook, Whatsapp), per isolare la vittima.

Paragrafo 1.1.4 Le differenze di genere nel bullismo

I primi studi sul bullismo, dalla fine degli anni '70 si concentrano sulla componente maschile ritenendo che il bullismo sia caratteristico delle relazioni dei compagni maschi, perché viene identificato con l’aggressività fisica soprattutto dei maschi. Poi sono stati individuati stili aggressivi diversi del bullismo maschile e femminile verso altre ragazze, specie dalla preadolescenza in poi con mezzi diversi dall’aggressione fisica.

Per le ragazze le relazioni sono un modo per entrare in intimità con gli altri, quindi hanno meno relazioni dei ragazzi ma maggiore profondità e forza emotiva, quindi il bullismo femminile è bullismo relazionale, mirato a rompere i legami sociali e di amicizia delle vittime, controllando le relazioni tra compagne ed essendo leader nel gruppo.

Paragrafo 1.2 I correlati individuali: cognizione sociale, emozioni, moralità

Si pensa ci siano disfunzioni specifiche di alcuni processi cognitivi che portano a comportamenti prevaricanti nel modello dell’elaborazione dell’informazione sociale, o sofisticate capacità di comprensione delle relazioni sociali nel modello dell’abile manipolatore. Per il primo modello, le persone aggressive reattive o proattive hanno difficoltà specifiche nell’elaborazione online dell’informazione sociale, che è un processo circolare a 6 stadi.

Gli aggressivi reattivi hanno deficit e bias in fase iniziale, cioè negli stadi 1 e 2 sulla codifica e sull’interpretazione degli stimoli sociali, dunque si interpretano male le interazioni, vedendo anche ostilità dove non c’è, soprattutto quando uno stimolo ambiguo è rivolto direttamente al soggetto.

Gli individui aggressivi proattivi, invece, non hanno difficoltà nella codifica e nell’interpretazione degli stimoli sociali, ma le hanno negli stadi successivi, scelgono obiettivi strumentali per avere vantaggi personali tramite comportamenti aggressivi proattivi, giudicati anche più positivi dai bambini aggressivi proattivi, perché sono strumenti socialmente efficaci e nei quali si sentono capaci.

I sostenitori del secondo modello pensano che molti bulli, specie i bulli Ringleaders, cioè i leaders del potenziale gruppo di prevaricatori, siano abili manipolatori delle relazioni sociali e non sono persone socialmente incompetenti, mirano a raggiungere obiettivi socialmente accettabili come la leadership nel gruppo e i bulli hanno buone capacità in alcuni aspetti dell’elaborazione delle informazioni sociali, come nella comprensione delle intenzioni, delle credenze o dei pensieri altrui ed usare forme di prepotenza più complessa, come nel manipolare le relazioni sociali, si lega positivamente all’intelligenza sociale (cioè la conoscenza delle regole di interazione sociale e la capacità di usare le relazioni a proprio vantaggio).

In questo modello i bulli codificano ed interpretano accuratamente il mondo sociale circostante, usando tale capacità per anticipare pensieri e comportamenti dei compagni, per manipolare abilmente i processi di gruppo sottostanti le dinamiche di bullismo ed avere vantaggi personali. È una cognizione “fredda”, svincolata dalla dimensione emotivo/empatica e basata su un pensiero Machiavellico, che considera manipolabili le persone e violabili le norme morali.

Ad oggi non si propende per nessuno dei due modelli, che sembrano complementari per studiare il bullismo, la sfera emotiva e morale ed il contesto vanno sempre considerati. La competenza emotiva è particolarmente rilevante, la responsività empatica, cioè la capacità di assumere il punto di vista altrui e di esperire le altrui emozioni è carente nei prepotenti, ciò è particolarmente importante se si pensa alla funzione inibitoria dell’empatia rispetto al comportamento aggressivo, funzione esercitata con due meccanismi: uno cognitivo ed uno affettivo.

Il primo riguarda la capacità dell’individuo di assumere la prospettiva dell’altro, capendo ed accettando di più il punto di vista altrui, anche se diverso dal proprio, rendendo meno probabili i conflitti interpersonali e l’adozione di comportamenti aggressivi; il secondo riguarda la componente affettiva, con la quale la persona prova dolore e sofferenza provocate da un comportamento aggressivo, trovarsi face to face con l’altrui sofferenza porta l’osservatore sufficientemente empatico a provare angoscia che dovrebbe essere particolarmente forte se lo spettatore è anche la causa di tale sofferenza, quindi, l’aggressore dovrebbe inibire il comportamento negativo per ridurre la sofferenza della vittima e per evitare lo stress derivante da tale esperienza. Entrambe le componenti, cognitiva ed affettiva, riducono i comportamenti aggressivi e violenti.

È importante anche la componente morale alla base del bullismo e la tendenza dei bulli al “disimpegno morale”, cioè meccanismi che disattivano il controllo morale, non provando colpa o vergogna per la condotta immorale, senza percepire la gravità né del comportamento né delle conseguenze di esso, non riconoscendo la responsabilità personale o dando la colpa alla vittima e tra disimpegno morale e comportamento prepotente c’è una relazione positiva e percepire una maggiore diffusione di tali meccanismi nel gruppo dei pari (disimpegno morale collettivo percepito) aumenta la probabilità di attuare azioni prepotenti.

Regole morali: riguardano il benessere ed i diritti delle persone e sono universali. Regole socioconvenzionali: riguardano il modo di fare certe attività o di comportarsi in una situazione, le decide un’autorità o le concorda il gruppo e cambiano in base al contesto. I bulli danno caratteristiche del dominio socioconvenzionale a tutte le regole e sanno che trasgredire le norme morali è sbagliato, anche se le violano.

Paragrafo 1.3 Il bullismo come fenomeno di gruppo

Il bullismo può considerarsi fenomeno di gruppo e si devono analizzare le dinamiche e le caratteristiche del gruppo in cui si manifesta, poiché il bullismo è influenzato dal significato sociale che ha nel gruppo e dalle credenze ed atteggiamenti che hanno verso esso gli studenti, ad esempio sull’efficacia dei comportamenti aggressivi o gli atteggiamenti verso chi subisce prepotenze.

I bulli agiscono per elevare il proprio status agli occhi dei compagni e sono influenzati dalle norme sociali del gruppo di appartenenza ed il gruppo può rafforzare il comportamento prepotente, i compagni possono addirittura ammirare il bullo, considerandolo un modello positivo da seguire.

Vanno considerati anche i compagni che non fanno né subiscono prepotenze, perché possano avere un ruolo significativo nelle dinamiche bullo/vittima, essendo presenti alla maggioranza degli episodi, chi assiste può stare dalla parte del bullo, sostenere la vittima o osservare. I gruppi sono omogenei nelle caratteristiche demografiche e comportamentali e spesso si formano su somiglianze di genere, di vicinanza, di razza e condividono comportamenti tra cui aggressività e violazione delle regole e si parla di omofilia cioè alta somiglianza tra i membri del gruppo.

Associazione selettiva: ci si cerca a vicenda per formare un gruppo se ci si somiglia per stili comportamentali ed atteggiamenti, infatti a seguito dell’assidua frequentazione ci si somiglia sempre di più, ipotesi della “socializzazione reciproca”, ma è difficile stabilire il contributo dei due processi (selezione e socializzazione). I bulli dunque tendono a formare gruppi con individui simili a loro per promuovere un ambiente che tolleri e sostenga i comportamenti prevaricanti.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/04 Psicologia dello sviluppo e psicologia dell'educazione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher StudentessaSecchiona di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dell'educazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano - Bicocca o del prof Grazzani Gavazzi Ilaria.
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