Concetti Chiave
- Il Verismo è un movimento culturale e letterario italiano dell'Ottocento, nato come reazione al romanticismo e influenzato dal Positivismo, con un focus sulla realtà sociale e politica.
- Il Verismo italiano si distingue dal Naturalismo francese per la sua rappresentazione di umanità umile e provinciale, evitando i temi degradanti delle metropoli e privilegiando la vita contadina e artigiana.
- Giovanni Verga, fondatore del Verismo, ha trovato la sua vocazione artistica nella rappresentazione dei "vinti", ossia dei personaggi che affrontano le sfide della civiltà pur mantenendo un legame con la loro tradizione.
- I capolavori di Verga, come "I Malavoglia" e "Mastro Don Gesualdo", esplorano il tema della lotta sociale e della solitudine, riflettendo le difficoltà esistenziali delle classi umili italiane.
- Il Verismo, attraverso la scrittura di Verga, offre una rappresentazione autentica e profonda della vita, mettendo in luce le ingiustizie sociali senza mai perdere di vista l'umanità dei suoi personaggi.
redir: https://www.skuola.net/appunti-italiano/giovanni-verga/verga-vita-opere97644x.html
Il Verismo è il fenomeno culturale letterario che in Italia si manifesta e si diffonde negli ultimi decenni dell’Ottocento. La sua genesi va direttamente rinvenuta in seno al grande moto romantico il quale, fin dal suo sorgere, affermò l’esigenza realistica accanto a quella idealistica.
Il realismo, che è la denominazione più lata del verismo, non fu solamente un movimento letterario ed artistico, ma fu innanzitutto una convinzione filosofica che prese il nome di Positivismo. Per esso, anche nella ricerca filosofica, nell'esplorazione dello spirito umano prevale il metodo scientifico.
In Europa, inoltre, e più particolarmente in Italia, la situazione politica e sociale preparava il terreno più idoneo a questa corrente di pensiero e di arte.
La fede nell’ideale, che aveva alimentato il nostro glorioso Risorgimento, era stata seguita da un atteggiamento realistico dominato dalla preoccupazione di avviare a risolvere i gravi problemi politici, economici e sociali, la cui urgenza non tollerava indugi.
Milano, capitale culturale e artistica d’Italia, fu all’avanguardia del moto veristico, i cui programmi e fini si preannunciano, negli scrittori “scapigliati” che oscillano, come è noto, tra atteggiamenti realistici e decadentistici, nel tenace anche se vago desiderio di reagire all’eredità della tradizione che sentivano ormai estranea alle loro aspirazioni.
Come è noto, il Verismo non è un fenomeno originale italiano. Esso, infatti, ebbe origine ed acquistò consapevolezza di se stesso in Francia, dietro l’influenza della grande narrativa inglese e russa.
In Francia prese il nome di naturalismo ed ebbe il suo teorico in Taine e i suoi rappresentanti letterari in Zola, Flaubert, Maupassant, De Goncourt.
Il Verismo italiano rappresenta una forma meno esasperata del naturalismo francese, l’acclimatazione nostrana della rivoluzione d’oltralpe.
In Francia il Naturalismo proclamava imperiosamente la necessità di un’arte nascente da documenti umani, indagati e ritratti con l’impersonalità e l’impassibilità dello scienziato e del fotografo.
Nacque così il romanzo sperimentale che trovava la sua materia narrativa nei bassifondi della metropoli francese e ritraeva spassionatamente un’umanità dominata dal vizio e prostrata dalla miseria, che nell’alcool non vedeva il suo abbrutimento, ma un’illusione di riscatto.
A questo stato primitivo e istintivo di un’umanità appartenente ai più bassi strati sociali si rivolgevano di preferenza i naturalisti francesi, nella convinzione che solo qui poteva rinvenirsi una natura umana autentica, senza veli e senza ipocrisie, che insieme al suo ambiente fedelmente ritratto costituiva il materiale necessario ed insostituibile per la nascita di una vera opera d’arte.
Vi era pertanto in quegli scrittori un polemico e consapevole ripudio del complicato e sofisticato mondo della borghesia e della nobiltà, lontano dalla istintività e dalla sincerità della gente primordiale.
Teoricamente la poetica naturalistica e quella veristica vengono a coincidere. Ma in Italia le rigide norme dei teorici francesi vennero temperate e adattate alla nostra diversa civiltà.
Anche lo sfondo o l’ambiente delle vicende narrate dai veristi italiani è infatti, quello primitivo, non degradato, ma è, invece, quello sostanzialmente sano della nostra provincia, per cui Luigi Russo ebbe a definire per primo “provinciali” i nostri scrittori veristi.
Anche il teorico del verismo italiano, Luigi Capuana, sostenne che l’opera d’arte doveva apparire creazione spontanea, impersonale.
E il Verga, che brevemente ma efficacemente teorizzò sul verismo, scrisse tra l’altro, nella prefazione de “L’amante di Gramigna”: “...l’opera d’arte sembrerà essersi fatta da sé, aver maturato ed essere sorta spontanea come un fatto naturale, senza serbare alcun punto di controllo col suo autore; ...che essa stia per ragion propria, per il solo fatto che è come deve essere ed è necessario che sia, palpitante di vita ed immutabile al pari di una statua di bronzo, di cui l’autore abbia avuto il coraggio di eclissarsi e sparire nella sua opera immortale”.
In definitiva le differenze tra il Naturalismo ed il Verismo riguardano innanzitutto gli ambienti e le classi sociali oggetto della rappresentazione artistica.
Il Naturalismo predilige i quartieri periferici delle grandi città, i bassifondi parigini, gli emarginati, gente abbruttita dall’alcool e dal vizio. L’Italia anche per il ritardo dello sviluppo industriale non ha le grandi metropoli francesi e non conosce, se non marginalmente, quella realtà degradata e ghettizzata.
Protagonisti delle opere dei veristi italiani sono perciò non i miserabili ma gli umili: poveri pescatori, contadini, muratori, artigiani della provincia italiana.
Il Verismo italiano costituì una reazione non solo al patetismo del tardo romanticismo, ma anche al classicismo, alla fredda accademia, alla sonora retorica, all’espressione raffinata ma vuota e generica.
Gli ideali veristici di concretezza e di aderenza alla realtà portarono a preferire le forme del romanzo e del dramma, più idonee ad esprimere la nuova poetica, che, come si è detto, tende a ritrarre direttamente dal vero, per cui l’arte deve essere riproduzione obiettiva di autentica vita.
L'opera di Giovanni Verga
Nella storia della sua formazione umana e letteraria, Giovanni Verga approdò al Verismo come si approda in un porto sicuro dopo il lungo travaglio di una tempesta.
Prima il Verga aveva fatto esperienze varie e diverse nel campo della narrativa.
Era partito come scrittore romantico, con “I Carbonari della montagna”. Di un romanticismo più retorico che sentito e che non fuggiva alle seduzioni di quei languori che avevano costituito le ragioni prime del decadere del romanticismo stesso.
Gli anni trascorsi a Milano fecero si che egli sentisse non poco gli influssi della Scapigliatura, i quali si notano soprattutto in molti dei romanzi giovanili dello scrittore, quali Eros, Eva, Tigre reale, Storia di una capinera, Una peccatrice.
I protagonisti di questi romanzi si somigliano tutti, perché in tutti è presente l’animo dello scrittore. Sono accomunati da una aspirazione a una vita più luminosa, aspirazione che veniva però travolta dall’inesorabile realtà.
“Nasceva così – dice il Pompeati – il tema dei vinti che finirà per sedurre il romanziere in modo programmatico; ma i vinti qui si agitano in un gorgo di passioni sfrenate, in un satanismo manierato che toglie ogni grandezza al loro dramma.
E se il Verga, come è probabile, confessò in quei protagonisti se medesimo, dovette sentire nel loro linguaggio e nei loro gesti una falsità che li rendeva testimoni reticenti della sua inquietudine. Reticenza umana, ma soprattutto reticenza artistica.Quella maniera gli pesò come una schiavitù. E se ne liberò”.
L’inizio di questa liberazione fu la pubblicazione della novella “Nedda”, bozzetto siciliano nel quale, in “nuce”, sono già presenti tutti gli elementi che costituiranno le ragioni e i contenuti dei Malavoglia e di Mastro Don Gesualdo, cioè, dei capolavori verghiani.
Il ritorno alla sua terra natale suggellò questa liberazione e significò per il Verga la scoperta della via alla vera arte sua.
“I Malavoglia” e “Mastro don Gesualdo” sono dunque i capolavori del Verga e sono i primi due romanzi di quello che sarebbe dovuto essere il ciclo dei vinti programmato in cinque romanzi, che però il Verga non scrisse mai, tranne il primo capitolo e parte del secondo de “La duchessa di Leira”. Gli altri due sarebbero dovuti essere “L’Onorevole Scipioni” e “L’uomo di lusso”.
Quel che è necessario sottolineare riguarda l’animo con cui lo scrittore affronta la materia del racconto, l’atmosfera che egli ha saputo creare nelle pagine dei suoi romanzi.
Il Verga riprende il concetto dei vinti ma questi sono diversamente concepiti da quelli dei suoi romanzi giovanili.
Sono vinti, alcuni della famiglia de I Malavoglia, perché nell’incalzare progressivo della civiltà hanno teso le mani avidamente, spinti dalla scontentezza del proprio stato, verso una condizione superiore e sono stati travolti dalla marea, quasi un castigo per essersi ribellati alla loro condizione originaria. Così la famiglia, che era vissuta unita e serena pur nella difficoltà di una vita di miserie, si disperde, travolta da una serie di disgrazie.
Ma di tutta la famiglia rimane il più giovane, Alessi, che si sposa e ricompra la casa del “Nespolo”.
C’è un significato profondo in questo ultimo episodio: “quella casa è come il simbolo augusto della tradizione familiare e ci avverte che la fedeltà alla tradizione riacquista il suo impero e si appresta a ricostruire quello che il destino ha distrutto... Vincono, è vero, gli spiriti ostili, ma l’affermazione ideale è altissima. E prima di tutto la lotta non sarebbe così viva se questa famiglia di analfabeti non fosse costituita in una vigorosa saldezza etica originaria... In tal modo questi primitivi acquistano qualcosa di antico e sembrano espressi veramente dall’anima di una stirpe per affermare i valori ideali".
L’impersonale e impassibile Verga infonde nei suoi personaggi una nobiltà che è la stessa sua nobiltà: "sincero anche in questo, nel far partecipare i suoi eroi, i suoi fraterni eroi della marina siciliana, di quel suo fatalismo triste eppure attivo, di quella convinzione che il mondo è così com’è perché così deve essere e che pure da questa elementare accettazione della realtà si può trarre l’idea di un dovere da compiere, di una legge da servire”.
Di Mastro don Gesualdo possiamo dire che è il romanzo dell’esasperato desiderio di mutar condizione sociale e della più amara sconfitta di un uomo che, rinnegando il suo originario ambiente, il suo mondo povero ma pulito, viene rinnegato nel momento del bisogno e della disperata solitudine da questo mondo povero e pulito. E Gesualdo muore solo, da tutti abbandonato, solo, schernito, nel palazzo dove è stato prigioniero da quei servi che provengono dal suo stesso antico mondo.
Per tornare ai Malavoglia, di cui si è cercata di mettere in risalto la dimensione letteraria, aggiungiamo che il romanzo del Verga (come del resto un po’ tutti i romanzi veristi da quelli del Capuana a quelli della Deledda, della Serao o Di Giacomo) esprime anche un’istanza sociale che spinge lo scrittore verista a mettere in luce, in un quadro vivo e drammatico, pur nella sua apparente freddezza documentaria, condizioni di vita veramente disumane o dominate da secolari pregiudizi.
Non è un caso che i più grandi scrittori veristi siano del centro sud dell’Italia: erano le regioni più depresse soprattutto sotto il profilo socio economico e tale depressione si rifletteva inevitabilmente sulla condizione più generalmente esistenziale delle plebi miserabili del Mezzogiorno.
Di fronte a tale condizione di umana sofferenza ogni teoria di impersonalità e di obiettività inesorabilmente distaccata dalla pietà o dalla commozione, non poteva più esistere né essere affermata.
E questo è il caso del Verga sul quale la terra natale ha esercitato una potente e struggente suggestione.
Scrivendo, l’artista sentiva accendersi un sentimento appassionato che diventava la forza segreta e viva che trasfigurava, pur nella tenace aderenza alla realtà ambientale ed umana, la terra nativa.
Non potremmo concludere più degnamente questo lavoro che ricordando quanto ebbe a scrivere sul Verga e in particolare sui “Malavoglia” Luigi Russo, il quale si soffermò sull’ultima pagina del romanzo, quella dell’addio di ‘Ntoni.
Il grande critico pone l’accento sul paesaggio, sull’ambiente, sui particolari realistici che costituiscono le voci di “un coro sommesso e patetico”.
Egli considera come l’immutabilità del mondo di Acitrezza, fissata con un’attenzione apparentemente fredda e distaccata, agli aspetti e alle abitudini di una vita che non varia, acquista invece una forza lirica e un senso profondo: diviene l’emblema di una condizione umana particolare e del destino degli uomini tutti, vittime sconsolate della spietata legge dell’esistenza: “Tutto è immutato in quel piccolo mondo, come nell’universo; e questa eternità del tempo e delle cose, accennata con particolari anche meschini, finisce con l’essere la condanna più tragica del reietto, dell’escluso. Il suo esodo non pare la partenza da una casa, da un paese, ma da un emisfero, dall’universo stesso, per un viaggio senza lido e senza ritorno”.
Tale è la partenza di ‘Ntoni da Acitrezza: “Egli levò il capo a guardare i Tre Re che luccicavano e la Puddara che annunziava l’alba, come l’aveva vista tante volte. Allora tornò a chinare il capo sul petto e a pensare a tutta la sua storia”.
Domande da interrogazione
- Qual è la genesi del Verismo in Italia?
- Come si differenzia il Verismo dal Naturalismo francese?
- Qual è il significato del concetto di "vinti" nell'opera di Verga?
- In che modo Verga esprime la dimensione sociale nelle sue opere?
- Qual è l'importanza del paesaggio e dell'ambiente nei "Malavoglia"?
Il Verismo si sviluppa in Italia negli ultimi decenni dell’Ottocento come risposta al romanticismo, affermando l'esigenza di un approccio realistico accanto a quello idealistico, influenzato dal Positivismo e dalla situazione politica e sociale del tempo.
Il Verismo italiano è una forma meno esasperata del Naturalismo francese, adattata alla civiltà italiana, con protagonisti che non sono miserabili ma umili lavoratori, come contadini e pescatori, e un ambiente narrativo che riflette la provincia piuttosto che i bassifondi delle metropoli.
Nei romanzi di Verga, i "vinti" sono rappresentati come individui che, cercando di migliorare la loro condizione sociale, vengono travolti dalla realtà, come nella famiglia de "I Malavoglia", simbolo della tradizione e della lotta contro il destino avverso.
Verga mette in luce le condizioni di vita disumane e i pregiudizi secolari, riflettendo la sofferenza delle plebi del Mezzogiorno, e la sua scrittura, pur mantenendo un'apparente freddezza, è intrisa di un profondo sentimento di pietà e umanità.
Il paesaggio di Acitrezza diventa un emblema della condizione umana e del destino degli uomini, rappresentando l'immutabilità della vita e la tragedia degli esclusi, come evidenziato dall'addio di 'Ntoni, che simboleggia un esodo senza ritorno.