Concetti Chiave
- Fichte, nato in una famiglia povera nel 1762, affronta numerose difficoltà nella sua giovinezza, ma grazie a un benefattore riesce a proseguire gli studi.
- Influenzato dalle opere di Kant, Fichte sviluppa un pensiero autonomo e critica il concetto di noumeno, affermando un "io" creativo e infinito.
- L'idealismo di Fichte è considerato una scelta etica che promuove l'autonomia individuale contro il dogmatismo, sottolineando l'importanza della libertà e dell'azione.
- La sua Dottrina della scienza descrive l' "io" come un'attività creatrice universale che si sviluppa attraverso l'opposizione al "non-io", ovvero il mondo e la natura.
- Fichte enfatizza la missione sociale dell'uomo di vivere in comunità, promuovendo la libertà collettiva e il miglioramento morale attraverso l'educazione e l'intervento degli intellettuali.
Le origini di Fichte
Fichte nasce in una famiglia poverissima della Prussia nel 1762, da genitori contadini. Il suo futuro lavorativo pareva destinato ad essere quello di un guardiano di oche, la sua principale attività da ragazzo.
Gli anni di formazione
Ma Fichte amava lo studio e, aiutato da un signore benestante del suo villaggio, prosegue la carriera scolastica, dapprima presso il collegio di Pforta, poi presso la facoltà di teologia delle università di Jena e di Lipsia. Il giovane filosofo subisce umiliazioni e difficoltà di ogni sorta in giovinezza: deriso dai compagni di classe più abbienti e poi, per guadagnarsi da vivere, costretto a lavorare come precettore privato in Germania e in Svizzera.
L'influenza di Kant
Ma il temperamento forte e risoluto di Fichte lo conduce a raggiungere, mano a mano, i gradini più alti della sua carriera e formazione, guidato perennemente da un sentimento rigoroso, coerente e retto. Il suo pensiero è, dapprima, fortemente influenzato dalle opere kantiane, ed in particolare dalla Critica della ragion pratica. Fichte ne è talmente affascinato da recarsi a Konigsberg, per conoscere personalmente Kant e fargli leggere il suo primo manoscritto: Saggio di critica di ogni rivelazione.
Il riconoscimento accademico
Il riconoscimento pubblico della grandezza filosofica di Fichte non stenta ad arrivare e, dal 1794 al 1799, viene chiamato ad insegnare all’università di Jena. Sono gli anni più fecondi per la sua produzione letteraria e, tra le opere fondamentali, ricordiamo: Lezioni sulla missione del dotto (1794), Fondamenti dell’intera dottrina della scienza (1794), Sistema della dottrina morale (1798).
L'accusa di ateismo
Accusato di ateismo, è costretto a dimettersi e si reca a Berlino, dove entra in contatto con le personalità romantiche più autorevoli dell’epoca. Durante l’occupazione napoleonica di Berlino, pronuncia proprio in quella città i Discorsi alla nazione tedesca (1807-1808), e infine, quando ivi viene fondata l’università, è chiamato a insegnarvi, fino a ricoprire la carica di rettore.
L'eredità di Fichte
Fichte si spegne molto presto, all’età di cinquantadue anni, dopo aver contratto il colera, ma la sua influenza sarà immensa e le teorie verranno riprese e rese celebri dal filosofo idealista Hegel.
Fichte: dalla critica a Kant all’Idealismo
La critica al noumeno
Abbiamo già detto come Fichte fosse un grande estimatore di Kant e da lui prendesse le mosse per elaborare teorie e punti di vista autonomi. Il grande distacco tra i due fu segnato dal modo in cui Fichte risolse l’annoso problema del “noumeno”. Molti filosofi seguaci di Kant, prima di Fichte, avevano evidenziato come non potesse esistere e fosse impensabile una “realtà in sé”, esterna al soggetto, da cui derivava la nostra conoscenza.
L'idealismo di Fichte
Fu però Fichte ad andare ancora più oltre, criticando l’ "io" kantiano: quest’ultimo, infatti, aveva la semplice funzione di “ordinatore” di una realtà preesistente. Era un “io” finito, in quanto limitato nel suo agire dal noumeno, una realtà a lui estranea. Per Fichte l’ “io” diventa “creatore”, infinito, ovvero è il soggetto che crea ogni cosa (dal punto di vista conoscitivo e materiale) e non è più condizionato da nessun tipo di vincolo. Questo riconoscimento del ruolo assoluto del soggetto, detto anche “spirito”, sancisce la nascita di una nuova corrente filosofica: l’idealismo.
La scelta etica dell'idealismo
Prima di spiegare in che modo vada correttamente inteso l’ “io creatore” di Fichte, sarà bene sin da ora esplicitare come per il filosofo scegliere di abbracciare l’idealismo fosse una scelta di vita, una questione prevalentemente etica. A suo parere, infatti, contrapposto all’idealismo c’era solamente il dogmatismo che, partendo dalla realtà esterna per spiegare il soggetto, limitava l’autonomia e l’indipendenza del singolo. Abbracciare l’una o l’altra filosofia significava, dunque, per Fichte essere dotati di un temperamento “fiacco” e passivo oppure attivo e votato alla libertà.
La Dottrina della scienza di Fichte: spiegazione e analisi
La dottrina della scienza
In che modo va inteso questo “io” che crea tutta la realtà? Fichte descrive l’infinita attività creatrice dell’io, principio di ogni scienza, nell’opera Fondamenti dell’intera dottrina della scienza. L’ “io” fichtiano non va inteso come il soggetto specifico, come Chiara, Luca, Roberta, ma come un Io che si configura come un’attività creatrice universale e infinita (“Io puro”).
Il ruolo dell'Io
Seguiamo il ragionamento di Fichte, articolato in tre momenti:
1. Tesi: “l’Io pone se stesso”. Prima di poter affermare qualsiasi cosa, l’io deve poter affermare la propria esistenza. L’io, secondo Fichte, è da intendersi come un prodotto di se stesso, come un’attività “auto creatrice” che ha immediata e intuitiva consapevolezza di se stessa.
2. Antitesi: “l’Io pone il non-Io”. Per potersi realizzare come attività creatrice, il soggetto ha bisogno di trovare un ostacolo, un limite. Oppone, dunque, in se stesso un “non-Io” (natura, mondo, corpo) con cui “lottare” per potersi sviluppare, determinare, per poter procedere.
3. Sintesi: “l’Io oppone, nell’Io, all’io divisibile, un non-Io divisibile”. L’Io infinito, avendo creato il non-Io, si ritrova materialmente ad esistere come tanti individui (io divisibile o finito) opposti a molteplici cose (non-Io divisibili). È la situazione del nostro mondo.
La natura e l'Io
Questi tre principi, per quanto apparentemente difficili da comprendere, tendono essenzialmente a spiegare che:
- La natura (il non-Io) non esiste come realtà autonoma, indipendente e preesistente al soggetto, ma unicamente come scenario e momento fondamentale dello sviluppo dello spirito.
- L’Io infinito si concretizza in una serie di “io finiti”. L’ “Io puro” risulta quindi essere, per Fichte, una missione, una tensione continua, uno Streben (sforzo in tedesco) infinito volto al superamento di tutti gli ostacoli. La vita del singolo uomo è, dunque, una tensione verso l’Infinito che non avrà mai fine.
Il mondo come ostacolo
Ma perché, si chiede infine Fichte, se è l’Io a porre il non-Io (cioè la realtà) noi percepiamo il mondo come qualcosa di indipendente ed esterno da noi? La riposta, per il filosofo, sta nella stessa attività creatrice dell’Io, che è inconsapevole: soltanto attraverso varie fasi della conoscenza il soggetto riconosce come tutto ciò che esiste sia in realtà un prodotto di se stesso.
L'idealismo etico
Ma perché l’Io, in fondo, pone il non-Io rendendosi finito? Secondo Fichte noi esistiamo per un unico motivo, quello di agire, e il mondo esiste solo in quanto è il nostro “ostacolo”, lo “scenario” delle nostre azioni. In questo atteggiamento sta il particolare idealismo di Fichte, definito appunto “etico”, in quanto c’è il riconoscimento di un’assoluta superiorità della morale sull’aspetto conoscitivo.
L’io finito ha dunque una meta: l’affermazione assoluta della sua libertà, la vittoria sugli ostacoli. Abbiamo già detto come l’io finito non può mai realizzarsi completamente come Io puro, infinito ma, riprendendo le parole di Fichte: “non vale nulla essere liberi; cosa divina è diventarlo!”. Il senso dell’io sta dunque nella sforzo di incessante auto-perfezionamento di se stesso (superando passioni e egoismi) e del mondo circostante: tendere, cioè, ad un mondo sempre più “umanizzato” e ad una società di individui liberi e razionali.
La missione sociale dell'uomo
Ma l’uomo e il suo sforzo, nota il filosofo, non sono mai solitari, in quanto l’istinto sociale è imprescindibile: “L’uomo ha la missione di vivere in società; egli deve vivere in società”. Lo scopo dell’individuo risulta quindi essere sempre più liberi e rendere sempre più liberi tutti gli altri al fine di compiere “la completa unità e l’intimo consentimento di tutti i suoi membri”.
Il ruolo del dotto
Per conseguire tale scopo, conclude Fichte, è inoltre necessario l’intervento del “dotto” cioè dell’intellettuale che, in quanto consapevole dei veri bisogni, non deve in nessun modo elevarsi superbamente al di sopra degli altri uomini ma, come guida e educatore, deve attivamente lavorare per il miglioramento morale di tutta l’umanità.
Domande da interrogazione
- Quali sono le origini e le difficoltà iniziali di Fichte?
- In che modo l'influenza di Kant ha plasmato il pensiero di Fichte?
- Qual è il significato dell' "io" nella filosofia di Fichte?
- Come si articola la critica di Fichte al noumeno kantiano?
- Qual è la missione sociale dell'uomo secondo Fichte?
Fichte nasce nel 1762 in una famiglia poverissima della Prussia e, nonostante le umiliazioni e le difficoltà economiche, riesce a proseguire gli studi grazie all'aiuto di un benefattore, affrontando vari lavori per mantenersi.
Fichte è fortemente influenzato dalle opere di Kant, in particolare dalla "Critica della ragion pratica", tanto da recarsi a Konigsberg per presentargli il suo primo manoscritto, segnando l'inizio della sua carriera filosofica.
Per Fichte, l' "io" non è un soggetto specifico, ma un'attività creatrice universale e infinita, che si auto-crea e si oppone a un "non-Io" per svilupparsi, sancendo la nascita dell'idealismo.
Fichte critica l' "io" kantiano, considerandolo finito e limitato dal noumeno; al contrario, propone un "io" infinito e creatore, che non è vincolato da realtà esterne, ma che crea la propria esistenza.
Fichte sostiene che l'uomo ha la missione di vivere in società e di rendere tutti gli altri più liberi, enfatizzando l'importanza del "dotto" come guida morale per il miglioramento dell'umanità.