Concetti Chiave
- Il criticismo kantiano sottolinea che la conoscenza è un'attività, ma il soggetto è limitato dalla "cosa in sé", non creando la realtà ma organizzando il processo conoscitivo.
- L'idealismo si concentra sull'Io come entità creatrice e infinita, abbandonando il concetto di noumenon e spostando il dibattito dal piano gnoseologico a quello metafisico.
- Fichte incoraggia il "dotto" a farsi promotore della cultura e dell'educazione, assumendo un ruolo di guida per coloro che non hanno avuto accesso alla formazione culturale.
- Nei "Discorsi alla nazione tedesca", Fichte sostiene che il popolo tedesco ha un primato spirituale e culturale, legato all'integrità della sua lingua e identità.
- Schelling propone un'unità indifferenziata tra natura e spirito, vedendo la natura come "spirito addormentato" e suggerendo una lenta evoluzione di Dio all'interno della natura stessa.
Quali sono i limiti del criticismo kantiano?
Il criticismo kantiano aveva evidenziasto che la conoscenza è attività e non passività. Il soggeto (Io penso) è però limitato dalla “cosa in sé”, inoltre esso non crea la realtà, ma organizza il processo conoscitivo.
La filosofia ora si interroga sull’utilità de la sensatezza del pensiero di Kant. Vuole smantellare il concetto di “cosa in sé”. Che senso ha mantenere questa concezione? La rivoluzione di Kant non è soddisfacente, ma è “a metà”.
L'idealismo e il culto dell'Io
L’Idealismo invece manifesta un vero e proprio culto nei confronti dell’Io, la cui attività è a volte assimilabile a quella di Dio), viene respinta l’idea del concetto di noumenon. L’Idealismo è un movimento culturale che si sviluppa in Germania, in un clima dove si respira il Romanticismo, intorno ad un gruppo composito di intellettuali e filosofi, tra cui si ricordano appunto Fichte, Schelling ed Hegel. Non vengono posti limiti all’intelligenza umana, piuttosto si sostiene l’infinitezza dell’autocoscienza.
Di umile origine, intendeva in giovane età dedicarsi a vita ecclesiastica. Fu inizialmente un grande estimatore di Kant, assisterà a molte sue lezioni, gli fa anche leggere un suo trattato di etica (che viene addirittura scambiato per un’opera di Kant stesso, per via dell’immensa devozione di Fichte nei suoi confronti). Il pensiero filosofico da lui elaborato lo porterà ad affrontare non pochi problemi: considerato blasfemo viene allontanato dall’insegnamento (a Jena).
L’idealismo sorge quando Fichte, spostando il discorso dal piano gnoseologico (o di dottrina del conoscere) al piano metafisico (o di dottrina dell’essere), abolisce lo “spettro” della cosa in sé, ovvero la nozione di qualsiasi realtà estranea all’io, che in tal modo diviene un’entità creatrice (fonte di tutto ciò che esiste) e infinita (priva di limiti esterni). Da ciò la tesi tipica dell’idealismo tedesco, secondo cui “tutto è spirito”. Per comprendere tale affermazione, cuore strutturale di tutto l’idealismo, bisogna tenere presente che con il termine “spirito” (o con i sinonimi “Io”, “Assoluto”, “Infinito”), Fichte intende la realtà umana, considerata come attività conoscitiva e pratica e come libertà creatrice.
Quando si afferma che per Fichte e per gli idealisti lo spirito coincide con l’umanità, non si intende quest’ultima come razza biologica particolare, ma come un’entità autocosciente, razionale e libera, che potrebbe anche esistere in altre zone dell’universo. Infatti, per gli idealisti, vi è spirito là dove esistono intelligenza e libertà. Inoltre, l’importante non è tanto essere liberi, ma piuttosto è cosa divina diventarlo.
Ma se l’uomo è la ragion d’essere e lo scopo dell’universo, vuol dire che egli coincide con l’Assoluto e con l’Infinito, cioè con Dio stesso. E questo ci serve a capire, tra l’altro, perché gli idealisti scrivano le parole “Io” o “Spirito” con la lettera maiuscola e perché l’idealismo romantico viene definito idealismo “assoluto”.
Fichte e la missione del dotto
Durante il suo periodo di insegnamento, Fichte elabora le “Lezioni sul dotto”, cioè cinque lezioni in cui invita il singolo uomo a farsi promotore, con la cultura e l’educazione, dei bisogni spirituali degli altri. Bisogna continuare ad apprendere ed imparare, farsi guida per i propri simili che non hanno avuro la fortuna di farsi una cultura. Il “dotto” ha appunto questa missione.
Il nazionalismo nei discorsi di Fichte
Nei “Discorsi alla nazione tedesca”, si rivolge, successivamente alle invasioni napoleoniche, direttamente al popolo, che deve scacciare l’invasore in nome della libertà. La nazione tedesca infatti ha un primato spirituare e culturale che deve essere mantenuto, soprattutto in un mondo moderno che richiede una nuova azione pedagogica che deve trasformare alle radici la struttura psichica, e anche fisica, delle persone. Si passa però appunto velocemente dal piano pedagogico a quello nazionalistico, in quanto soltanto il popolo tedesco risulta adatto a promuovere la “nuova educazione”, in virtù del suo “carattere fondamentale” identificato nella lingua: i tedeschi sono gli unici che hanno mantenuto la loro lingua inalterata, che da sempre si è posta come espressione della vita concreta del popolo. Non è avvenuta quindi una scissione tra lingua, popolo e cultura. I tedeschi quindi, il cui sangue non è commisto a quello di altre stirpi, ma è rimasto integro, sono l’incarnazione dell’Urvolk, un popolo primitivo integro e puro. Sono il popolo per eccellenza. La Germania è la nazione spiritualmente eletta a realizzare “l’unità fra gli uomini”, perché infatti “Non una gretta determinazione geografica indica la lealtà di un popolo, perché l’uomo si costruisce la patria sotto qualsiasi lembo di cielo, ma un’entità spirituale quale è appunto la lingua”.
Di impostazione teologica, a Jena assistette a molte lezioni di Fichte, a cui poi prenderà la cattedra. La sua filosofia verrà definitia da Hegel come “la notte delle vacche nere”, cioè vuota e inconsistente, e questa critica segnerà l’inizio della fase calante della sua vita, isolato dal mondo culturale. Nel 1841 comunque viene chiamato a coprire la cattedra di filosofia di Berlino, che fu di Hegel. Assume quindi una posizione anti-hegeliana, che comunque stava già trovando ampio consenso in Germania.
Schelling e l'unità di natura e spirito
La sua opara princiale fu “Sistema dell’idealismo trascendentale”, in cui si collega alle idee di Fichte, intese a definire la vita dello spirito nelle sue diverse forme e manifestazioni. La natura veniva considerata da Fichte come corollario del “Grande Io” (che è illimitato), cioè una sua appendice; mentre Schelling vuole darle indipendenza, autorevolezza, autonomia: in natura, dal più piccolo minerale, fino all’essere più importante (l’uomo), tutto è “intriso di infinità come un miracolo vivente, perenne fonte di meraviglia”. Sembra quasi un riferimento alla noumenica cosa in sé kantiana. La natura è “spirito addormentato e solidificato, intriso di infinità, spiritualità, anche se in maniera inconscia e irriflessa”. Il principio assoluto di Schelling non è un Grande Io fichtiano, nella sua unilateralità, ma nemmeno una separazione tra natura e spirito. È piuttosto un’unità indifferenziata di natura e spirito, di Io e non Io, di conscio ed inconscio, di soggetto ed oggetto. Ciò non è da intendersi come una azione creativa, cioè legata al pensiero cristiano (cioè una sorta di plotiniana emanazione), ma una lenta evoluzione, un finalismo immanentista, cioè un fine, una finalità oggettiva e reale non di origine divina, estranea alla natura, ma immanente ad essa. Una lenta evoluzione-progredire di Dio nella natura stessa.
L'arte come esperienza dell'Assoluto
Il mondo è una manifestazione plastica di questo Spirito, che quindi noi non possiamo comprendere con la scienza o l’intelligenza, ma con l’arte, o meglio l’intuizione estetica che coglie l’infinito nelle sue diverse forme finite che si manifestano nel nostro mondo, come la bellezza. L’arte unisce natura e spirito, mentre la filosofia è un percorso troppo razionale, che finisce per dividere. Con l’Arte l’uomo fa esperienza dell’Assoluto, per come esso si manifesta a noi. Infatti l’arte è costituita da parte conscia (il lavoro, lo studio), ma anche inconscia (l’ispirazione). Queste si fondono nella genialità dell’artista. L’opera finale è il sublime, ma ciò non rappresenta la sua parte più importante, che invece è l’ispirazione. L’artista, o anche poeta cosmico, è colui che più si avvicina all’Assoluto e al meglio lo esplica.
Schelling spera che un giorno la filosofia, così come durante l’infanzia del sapere si è nutrita di poesia (il mito), possa poi in parte divenire nuovamente tutto ciò, cioè nuovamente unire. La poesia ha il ruolo di definire meglio il rapporto ed equilibrio uomo-natura.
Il trascendentale è nell’ispirazione.
Domande da interrogazione
- Qual è il limite principale del criticismo kantiano secondo il testo?
- Come si distingue l'idealismo dal pensiero di Kant?
- Qual è la missione del "dotto" secondo Fichte?
- In che modo Fichte collega il nazionalismo alla cultura tedesca?
- Qual è il ruolo dell'arte nell'esperienza dell'Assoluto secondo Schelling?
Il criticismo kantiano è limitato dalla concezione della “cosa in sé”, che implica che il soggetto non crea la realtà, ma la organizza, rendendo la rivoluzione di Kant “a metà”.
L'idealismo, rappresentato da Fichte, abolisce il concetto di noumenon e promuove un culto dell'Io, considerato come entità creatrice e infinita, in contrasto con i limiti imposti dal pensiero kantiano.
Fichte invita il "dotto" a farsi promotore della cultura e dell'educazione, guidando gli altri verso la crescita spirituale e conoscitiva, sottolineando l'importanza dell'apprendimento continuo.
Fichte sostiene che la nazione tedesca, con la sua lingua pura e inalterata, ha un primato spirituale e culturale, e deve promuovere una nuova educazione per affrontare le sfide moderne, identificandosi come l'Urvolk.
L'arte è vista come un mezzo per cogliere l'Assoluto, unendo natura e spirito, e permettendo all'uomo di fare esperienza dell'infinito attraverso l'intuizione estetica, superando i limiti della filosofia razionale.