STORIA SOCIALE
Sull’utilità della storia
Secondo lo storico Piero Bevilacqua la conoscenza è diventata un drammatico obbligo etico. La storia
che si insegna nella scuola italiana è la storia dei manuali, vale a dire la storia dei fatti. Con l’aiuto dei
docenti i discenti vengono ogni anno messi letteralmente davanti a una montagna di fatti - quella
che si assicura loro essere la realtà veramente accaduta - perché la “mandino giù” a memoria. La
comprensione e l’apprendimento della storia scadono inevitabilmente, e per lo meno
tendenzialmente, in esercizio mnemonico, il passato diventa più pesante e indiscutibile di una pietra
tombale. La prima operazione da compiere nel passaggio dallo studio liceale a quello universitario è
quella di distruggere - concettualmente - il manuale. Quel che occorre riportare dunque
nell’insegnamento della storia è la sua “discutibilità”. Il nuovo modo di guardare alla storia lascia
aperta la strada all’ipotesi di altre possibili vie, percorsi, alternative. L’effetto più generale cui mette
capo è quello di alimentare una “cultura della possibilità sociale”. Nell’Ottocento; così scriveva
Gustav Droysen nel manuale di metodologia che ha formato generazioni di storici per un intero
secolo: “Per l’indagine storica il dato non sono le cose passate, bensì quanto di esse nello hic et nunc
non è ancora tramontato, sia che si tratti di ciò che fu ed avvenne, sia di avanzi di ciò che è stato e
avvenuto”. La storia ha assunto lo statuto di disciplina scientifica nell’Ottocento. Nel Novecento si è
ancora più fortemente sottolineato, in particolare a opera della scuola francese delle “Annales” (dal
nome della celeberrima rivista storica fondata da Marc Bloch e Lucien Febvre nel 1929), il carattere
della storia come scienza sociale, la funzione della storia come studio della civiltà in cui viviamo:
“comprendere il presente mediante il passato e comprendere il passato mediante il presente”,
secondo la celebre definizione di Bloch, il quale sosteneva “qui come altrove, è un cambiamento che
lo storico vuol cogliere. Un’altra operazione da compiere è naturalmente quella di interrogarsi sul
significato della storia come “disciplina”, intendendo questa parola nel suo significato più complesso:
da una parte come definizione di un settore particolare del conoscere, dall’altra come acquisizione
faticosa dei metodi necessari per “apprendere un mestiere”. La definizione data dalla parola stessa
storia (in greco: istorìa = indagine, inchiesta, curiosità) testimonia la nobile origine della storia come
antenata di tutte le scienze dell’uomo, al tempo stesso vedremo come facendo la storia del “concetto
di storia”, essa si sia proclamata come la disciplina che non studia genericamente il passato, ma il
passato che è in noi in funzione dell’oggi. Dobbiamo sempre ricordare che la storia “siamo noi”. La
storia può e deve porsi come uno strumento di tutela, di difesa delle tradizioni, delle culture, dei
linguaggi, delle forme di plasmazione della natura e dell’edificazione, realizzate dalle generazioni
passate. Ma una tutela all’altezza delle sfide e dei bisogni del nostro tempo, non una sterile
mummificazione.
Unire la storia e la geografia equivale a unire i due elementi essenziali e strettamente legati della
costituzione e dell’evoluzione delle società: spazio e tempo. La concezione del tempo storico viene
rivoluzionata da Fernand Braudel. Lo studioso che ha teorizzato l'invenzione della tradizione è stato
Eric J. Hobsbawm.
L'invenzione della stampa: cultura scritta e cultura orale
Nessuna autentica rivoluzione del sapere sarebbe stata possibile senza l'invenzione della stampa.
Già usata in Cina fin dal secolo IX, sia pure con tecniche diverse essa fu introdotta in Europa intorno
al 1450. Tradizionalmente, l'uso dei caratteri mobili per comporre pagine a stampa si attribuisce
all'artigiano tedesco Johannes Gutenberg. Suo fu il primo libro giunto fino a noi. Si tratta di
un'edizione latina della Bibbia, detta "delle 42 linee", la cui produzione si colloca fra il 1452 e il 1455,
richiama la scrittura gotica. L'editore e umanista Aldo Manuzio nel 1490 egli fondò il principale
centro italiano di produzione di testi classici. Gutenberg era un orafo e si attribuisce a lui l’invenzione
della stampa. La nascita della stampa ebbe come prima conseguenza la creazione di un prodotto
librario del tutto nuovo nel formato e nell'uso. Realizzato non più in pergamena ma su carta, meno
costosa e più facile da produrre, il libro si ridusse di dimensioni e divenne più maneggevole. L'uso di
caratteri più semplici e leggibili e di illustrazioni ne fece un oggetto didattico. I libri a stampa
divennero lo strumento privilegiato per l'insegnamento privato e domestico. Il libro divenne uno
degli oggetti di uso più comune. Anche se le spese di impianto delle stamperie erano elevate, il costo
di produzione di ogni singolo volume e il tempo impiegato per produrlo furono abbattuti, rispetto al
tradizionale manoscritto. L’uso prevalente di una lingua comune, il latino. La parola ‘libro’ deriva dal
vocabolo latino librum che significa ‘pellicola posta tra la corteccia e il legno dell’albero’. I primi libri,
infatti, assumevano la forma di rotolo, volumen. Grazie all’utilizzo di una sola lingua, quella latina, è
stato possibile diffondere la stampa in tutta / l’uso prevalente di una lingua comune, il latino,
consentì la stampa di libri che potevano essere acquistati e letti in tutta Europa.
La nascita del rinnovamento culturale fu già iniziata da Petrarca.
La Riforma fu il primo movimento religioso a poter contare sull'avvento della macchina da stampa,
anzi il protestantesimo fu il primo a sfruttarne a fondo il potenziale come mezzo di comunicazione
di massa. Tra il 1517 e il 1520, le trenta pubblicazioni di Lutero vendettero probabilmente ben più di
300.000 copie complessivamente; in relazione alla diffusione delle idee religiose, sembra difficile
esagerare l'importanza della stampa, senza la quale difficilmente si sarebbe potuta consumare una
rivoluzione di questa grandezza. Stampa e protestantesimo procedono quindi assieme.
Se si guarda all’invenzione della stampa sotto il profilo della strumentazione tecnica, allora bisogna
considerare che la tecnologia forse è il fattore più importante nelle grandi dinamiche storiche. Dai
documenti si può dedurre che i segreti di Gutenberg si riferivano a tre distinti oggetti: la levigazione
della pietra, la fabbricazione degli specchi e un’arte nuova’ per la quale ci si serve di un torchio, di
‘pezzi’ (Stucke) che vengono tagliati o fusi di forme (formen) di piombo e infine di ‘cose relative
all’azione di pressare’. Questi testi, suscettibili di tante interpretazioni contraddittorie, sembrano
almeno indicare che Gutenberg si occupava di stampa. La tecnica gutenberghiana può essere
riassunta in base a tre elementi: i caratteri mobili di metallo fuso, l’inchiostro grasso e il torchio.
L’elemento di svolta non è né l’inchiostro grasso né il torchio, ma i caratteri mobili, e in primo luogo
la loro mobilità. Uno degli umanisti più colpiti dall'invenzione della stampa fu Gaspare da Verona.
Nel 1469 l’arte della stampa approdò a Venezia, che divenne uno dei più importanti centri di
produzione libraria di tutta l’età moderna. Qui si trasferì l’editore e umanista: Aldo Maurizio.
Chi vede l’invenzione della stampa come un vero e proprio grappolo o galassia di tecnologie
precedentemente acquisite: Mc Luhan. Libro “La Galassia Gutenberg” scritto da McLuhan nel 1962.
Umanesimo e Rinascimento
L’Umanesimo fu l’importante movimento intellettuale che diede poi vita al Rinascimento. Esso
inaugurò l’epoca degli studi specialistici, basati sulla filologia e l’archeologia, rinnovando la storia
greca e romana. Gli umanisti cercarono infatti di recuperare la civiltà classica, per offrire un modello
ideale di vita basato sull’autonomia dell’individuo e sulla partecipazione alla vita politica.
L'Umanesimo si afferma in Italia nel 1400. L'Umanesimo nasce per primo in Italia perché qui, prima
o più che altrove, esistevano le condizioni favorevoli alla nascita dei rapporti economici capitalistici.
Verso la metà del XIII sec. in molte città-stato repubblicane era avvenuta l'emancipazione dei
contadini dalla servitù della gleba, anche se a ciò non corrispondeva quasi mai un'equa distribuzione
della terra. La più famosa rivolta dei contadini italiani fu quella guidata da Fra Dolcino, agli inizi del
‘300. La libertà conquistata dai contadini era essenzialmente di natura giuridica.
Il significato dell’Umanesimo come quello del Rinascimento stesso è stato l’oggetto di molte
controversie. Nelle discussioni ideologiche del nostro tempo si vede nell’umanesimo o umanismo
nient’altro che l’asserzione di certi valori umani, senza nessun riguardo a qualche tradizione culturale
o intellettuale. La parola “umanesimo” usata in questo senso, fin dai primi anni dell’Ottocento risale
alla parola “umanista”, coniata e usata già nel tardo Quattrocento per indicare un insegnante o
studente dedito agli Studia humanitatis. La parola Humanitas è collegata con le cosiddette arti
liberali già presso alcuni scrittori romani come Cicerone e Gellio e fu poi ripresa dal Petrarca e da
altri umanisti del Tre e Quattrocento. Verso la metà del Quattrocento si concepirono gli Studia
humanitatis come un gruppo ben definito di materie di studio che comprendeva tutto ciò che allora
si chiamava grammatica, retorica, poetica, historia e philosophia moralis. Diversamente dalle arti
liberali del primo Medioevo gli Studia humanitatis non includevano la logica o il Quadrivium
(aritmetica, geometria, astronomia e musica), e diversamente dalle Belle Arti del Settecento, gli
Studia humanitatis non comprendevano le arti figurative o la musica, la danza o l’arte dei giardini.
Non comprendevano neppure le materie principali che si insegnavano alle Università del tempo, cioè
la teologia, la giurisprudenza o la medicina, o le materie filosofiche all’infuori dell’etica, cioè la logica,
la filosofia naturale o la metafisica. In altre parole, diversamente da ciò che si è pensato molte volte,
l’Umanesimo non costituisce il sapere e pensare intero o completo del Rinascimento, ma soltanto
un suo settore parziale, ben limitato, per quanto importante. L'umanista imita, stilisticamente,
Cicerone nella prosa, Virgilio nell'epica, Orazio nella lirica: cerca addirittura di riproporre i loro
problemi e di imitarli nelle loro virtù morali e politiche, nel loro razionalismo e naturalismo.
L'umanista è un soggetto di nuova Umanità. Il Medioevo invece si era più che altro preoccupato di
“ribattezzarli” secondo le esigenze della religione cristiana. Chi sono dunque gli umanisti? Sono
intellettuali al servizio di una corte signorile, sono ricercatori eruditi e collezionisti di codici antichi,
studiati in maniera filologica, al fine di stabilirne l'autenticità, la provenienza, la storicità. La
formazione delle Signorie contribuisce allo sviluppo dell'Umanesimo.
Umanesimo, sostanzialmente, vuol dire "laicizzazione". L'ideologia antropocentrica
dell'Umanesimo(i rinascimentali erano antropocentrici), le cui basi vanno ricercate nella riscoperta
medievale dell'aristotelismo (per quanto gli umanisti lo neghino), si è sviluppata, in Italia, sino alla
Controriforma, raggiungendo il vertice in due figure di spicco, le cui idee troveranno maggior seguito
al di fuori del nostro Paese, soprattutto laddove la Riforma protestante potrà continuare a svilupparsi
senza particolari problemi. Questi personaggi sono Nicolò Machiavelli, che fonda la scienza della
politica, e Galileo Galilei, che fonda la scienza sperimentale. In entrambi l'emancipazione dalla
religione, fatte salve quelle affermazioni di circostanza utilizzate in maniera puramente
convenzionale, per poter operare il più possibile, ha comportato lo sviluppo di idee individualistiche,
e quindi borghesi, che hanno costituito una sorta di punto di non ritorno. A loro due bisognerebbe
aggiungere anche la figura di Giordano Bruno, che fonda il moderno ateismo naturalistico. Gli
umanisti ricercavano la verità al di fuori di essi. Umanesimo e Rinascimento furono modi di vivere e
di pensare di una determinata 'classe': intellettuale.
La Sublime Porta, il tributo dei bambini, il sultanato delle donne
Con la fine del Sultanato Selgiuchide di Rum (1300 circa), l’Anatolia si frantumò in una moltitudine
di Stati indipendenti, i Beylicati turchi (in turco: Anadolu Beylikleri, turco ottomano: Tevâif-i mülûk).
A quell’epoca l’Impero Romano d’Oriente, indebolito, aveva perso molte delle province anatoliche a
vantaggio dei Beylicati. Uno di essi si trovava nella zona di Eskişehir, nell’Anatolia occidentale, ed era
governato dal Bey Osman I (da cui deriva la parola “ottomano”), figlio di Ertuğrul. Nel mito della
fondazione conosciuto come Sogno di Osman, narrato nella storia medievale turca, il giovane Osman
è ispirato dal sogno premonitore di un grande impero, rappresentato da un grande albero le cui
radici si espandono in tre continenti e i cui rami coprono il cielo; dalle radici si diramano quattro
fiumi: il Tigri, l’Eufrate, il Nilo e il Danubio, e l’albero fa ombra a quattro catene montuose: il Caucaso,
il Tauro, l’Atlante, e i Balcani. Una vera e propria visione, in base alla quale però, durante il suo regno
come Sultano, Osman I estese le frontiere del suo impero fino ai margini di quello bizantino. Nacque
così l’Impero Ottomano o Sublime Stato Ottomano, (turco ottomano: Devlet-i ʿAliyye-yi ʿosmâniyye;
turco moderno: Osmanlı Devleti o Osmanlı İmparatorluğu), che durò 623 anni, dal 1299 al 1922. La
struttura amministrativa all’interno del grande Impero era dominata dal Sultano, che aveva come
Primo Ministro il Gran Visir (Vezir-i a’zam o Sadr-i-a’zam).Questi era anche il Presidente del Consiglio
di Stato, il Dîvân-i humâyûn, che era composto dai principali funzionari di vertice ovvero: il Vezir-i
a’zam o Sadr-i-a’zam e cioè, appunto, il Gran Visir (responsabile per gli affari politici), il Ni-Shangi, il
Segretario del Consiglio (responsabile della Cancelleria), il Kadi asker di Anatolia (responsabile
giudiziario dell’Anatolia), il Kadi asker di Rumelia (responsabile giudiziario dei territori ottomani nel
continente Europeo, e cioè della Rumelia), il Deftderdar (responsabile del Tesoro), il Kapudan Pascià
(Grande ammiraglio della flotta ottomana), e due o tre Kubbealtı vezirler (Visir della Cupola), che
rivestivano funzioni di ministri. Il governo dell’Impero era anche definito della Sublime Porta (in turco
Bab-ı Ali), ossia Porta Superiore o Suprema): il nome deriva dal portone (tuttora esistente), situato a
Istanbul nelle immediate vicinanze del Topkapi, che conduceva al quartier generale del Gran Visir,
dove questi teneva la cerimonia di benvenuto per gli ambasciatori stranieri. Gran Visir gran consiglio
in Turchia.
I giannizzeri erano l’élite dell’esercito imperiale ottomano. La forma di reclutamento avveniva
attraverso il cosiddetto devshirme ossia “La Raccolta” o, com’è stato definito, “il tributo dei bambini”.
Si tratta di bambini cristiani raccolti nei villaggi balcanici ogni 4-5 anni regolarmente (fra XV e XVII
secolo); la scelta è fatta sulla base di registri (no figli unici, no figli di vedove o di preti, uno ogni 40
famiglie). Per le famiglie d’origine si tratta di bambini persi per sempre (ma non qualche eccezione)
Qual è il loro destino? I bambini diventano figli del sultano, ma in realtà proprietà – schiavi del
sultano (in quanto si tratta di cristiani). Conversione all’islam, educazione e formazione
rigorosissima, dura disciplina al termine della quale si possono aprire strade impensate e carriere
straordinarie. La maggioranza lavorano in campagna presso contadini turchi, poi sono chiamati ed
entrano nel corpo dei giannizzeri (le guardie scelte del sultano). Alcuni (i migliori) possono essere
mandati nei palazzi imperiali dove lavorano come paggi sotto gli occhi del sultano (alcuni diventano
amanti del sultano), e periodicamente vengono inviati in provincia come cavalleggeri della guardia,
o come funzionari scelti. Dal corpo dei giannizzeri vengono le maggiori cariche dell’impero
Governatori, generali, ammiragli, vizir. Un ceto dirigente di stranieri: tutto il gruppo dirigente
dell’impero è costituito da uomini nati cristiani, senza genitori e senza discendenza, a totale
disposizione del Sultano: un ceto politico di assoluta fedeltà.
La caserma è la casa, il focolare. Simbolo della compagnia è il calderone per la zuppa. Il segno della
ribellione è il calderone rovesciato, o battuto ritmicamente con i cucchiai. Ogni soldato porta un
cucchiaio sul cappello. I gradi degli ufficiali sono quelli dei cucinieri: il caporale è lo sguattero; il
colonnello (ciorba) è lo zuppiere. I giannizzeri non portano il turbante, ma un copricapo di panno
bianco a cono. Possono avere solo i baffi e non la barba. Solo gli ufficiali possono avere la barba. No
al velo per le donne, possibilità di bere vino senza commettere peccato (ubriachezza). I giannizzeri
erano un corpo permanente ancora prima che gli eserciti permanenti divenissero una realtà comune
in Europa. Le truppe erano pagate e venivano pensionate a 45 anni. Il servizio non consentiva il
matrimonio ed erano proibiti
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