Storia della pedagogia
Pedagogia: scienza dell’educazione, attenzione e studio dei bambini (deriva da “pais”, bambino dal greco + “ago” conduco), istruzione.
Letteralmente è il condurre il bambino ma la pedagogia è lo studio dell’educazione dei soggetti in crescita; l’educazione è lo studio dei fatti e delle regole.
All’inizio del 900, si parlava di “pedalogia” e solo successivamente è diventato come lo conosciamo noi.
Inizialmente si trattava dello studio dei soggetti in crescita, mentre ad oggi la pedagogia riguarda non solo i bambini, ma ha ampliato i suoi studi anche su tutti i processi educativi che riguardano gli esseri umani, in quanto anche un adulto può essere all’interno di processi educativi. Questa è una definizione che è arrivata tardi, circa 50 anni fa.
L’educazione non ha un vero e proprio inizio nella storia, mentre la pedagogia nasce nel momento in cui inizia la riflessione sull’educazione: si parla dell’età antica e dei grandi momenti apicali, come può essere l’umanesimo, ma anche la stesura di grandi testi come “La Divina Commedia” (passo del conte Ugolino e dei suoi figli, i quali non devono pagare le colpe dei genitori; passo in cui incontra Brunetto Latini, quello che lui definisce “maestro”, il suo modello di educazione, ponendo la riflessione non solo sulla cultura del maestro ma anche sul suo comportamento morale); durante l’umanesimo invece si trovano diversi testi sul tema dell’educazione.
La pedagogia era quindi rintracciabile in diversi ambiti come quello artistico o familiare.
Anche Rousseau tratta il tema dell’educazione nell’“Emilio”, dove però si concentra principalmente sul tema della società e dell’educazione all’interno di questa.
La pedagogia come scienza autonoma ha la sua origine verso la fine dell’ottocento, quando si inizia a fondare epistemologicamente e si inizia a riflettere sulle metodologie e sulle finalità di questa scienza.
Un’altro aspetto su cui riflettere riguarda gli elementi che hanno influenzato gli aspetti educativi, ovvero cosa abbia segnato i processi educativi: il tema dell’oralità e della scrittura, in quanto ci sono culture che non conoscevano la scrittura e hanno dunque vissuto nell’oralità, mentre altre hanno conosciuto la scrittura.
Il grande discriminante di quelle che hanno conosciuto solo l’oralità era il fatto che non avessero modo di tramandare, se non attraverso la memoria, la propria cultura. Il ruolo centrale era quindi quello della memoria e il valore più importante era quello di essere ricordato.
La memoria delle grandi culture era supportata da diverse mnemotecniche, come nell’Iliade e nell’Odissea, all'interno delle quali si trovano diversi elementi o espressioni tecniche che sono ricorrenti, per facilitare la memorizzazione (es: epiteti).
La nascita della scrittura
Un momento di frattura, anche per quanto riguarda l’educazione, è quello della nascita della scrittura: questa nasce nelle grandi civiltà della mezzaluna fertile, come quella dei sumeri o successivamente degli egizi.
Nasce in popoli sedentari, ma sono allo stesso tempo popoli che si spostano per commerciare: inizialmente la scrittura aveva una funzione commerciale, in quanto era necessaria per tenere i conti delle merci e del commercio di queste, fornendo così un supporto ai commercianti e per chi accumula oggetti o alimenti.
Nascono diverse tipologie di scrittura: pittogrammi, ideogrammi, alfabeti ecc.
- Pittogrammi, ideogrammi: scritture in cui un segno corrisponde ad una parola o un concetto; questo tipo di scrittura presenta però il problema della quantità, in quanto non è possibile creare un simbolo o un segno per ogni parola o concetto. La scrittura ideogrammatica è particolarmente difficile da insegnare e non a tutti veniva concesso l’insegnamento di questi pittogrammi.
- Sillabiche: ad ogni segno (grafema) corrisponde una sillaba; questa tipologia di scrittura ha meno simboli da ricordare e ciò facilita l’insegnamento all’interno delle società della scrittura, rendendola accessibile non più solo all'élite.
- Alfabetiche: a ogni segno corrisponde un suono; questo facilitò maggiormente l’insegnamento, poiché i suoni risultano essere pochi. Quando la scrittura diventa alfabetica, permette alla società di aprire maggiormente l’insegnamento non limitandolo più solo all’élite.
Non vi è quindi solo una differenza tra culture dell’oralità e caratterizzate dalla scrittura, ma anche tra le diverse tipologie di scrittura in quanto queste condizionano l’intera società e la sua velocità di insegnamento.
Il processo di diffusione della scrittura non risulta omogeneo nella storia, ma abbiamo diverse fonti del VI sec. a.C. che ne dimostrano la diffusione, seppur con una percentuale di alfabetizzazione molto bassa rispetto al totale della popolazione.
Le scuole di scrittura erano infatti luoghi elitari, ovvero le prime istituzioni scolastiche.
Escolè = tempo libero, ovvero il tempo che i bambini nati in famiglie elitarie avevano e passavano all’interno delle istituzioni scolastiche; l’istruzione è un elemento che solo chi ha questo tempo libero può permettersi.
Alcune famiglie si accordavano sul maestro, pagandolo per istruire i figli, permettendo la nascita dei primi processi di insegnamento. Questo insegnamento avveniva in luogo pubblico, ma non era accessibile a tutti (es: donne non possono accedere all’istruzione).
Nelle culture antiche, si iniziava verso i 6/7 anni a frequentare questi insegnamenti: la scelta di quest’età è dovuta alla perdita dei primi denti da latte (perdita della chiostra dei denti), momento fondamentale della crescita dei bambini poiché nonostante sia un evento fisico condiziona la psiche e i processi mentali. L’insegnamento riguarda non solo il lato psichico, ma anche il lato fisico.
Abbiamo delle testimonianze che dimostrano che tra il V-VI sec. a.C. in Grecia si ha avuto una grande diffusione dell’istruzione. Nell’antica Grecia, i processi educativi erano accessibili alla maggioranza per i primi due anni, dopo i quali avveniva una prima scrematura di coloro che potevano proseguire gli studi.
Infatti nel V sec. a.C. in Grecia nasce la democrazia (demos: popolo): questa parola si trova scritta per la prima volta in una tragedia di Eschilo, intitolata “Le Supplici”, che narra la storia di un gruppo di donne che cerca di scappare verso Atene, dove però per farle integrare nella società vi è prima una “discussione”, una riunione/assemblea di tutti i maschi adulti liberi nell’Agorà all’interno della quale votavano.
La principale differenza tra la democrazia greca e quella odierna è il fatto che quella ateniese era diretta: un soggetto proponeva una legge e all’agorà la proposta doveva essere votata; in quella odierna invece, detta rappresentativa/indiretta, è necessario eleggere un soggetto che voti successivamente per noi.
Il voto nell’antica Grecia era caratterizzato dall’alzata di mano, tranne quello per “stracismo”, che prevedeva il voto segreto, durante il quale veniva distribuito un pezzo di argilla sul quale scrivere il nome del colpevole se lo si riteneva tale.
La necessità di votare per iscritto fu una delle ragioni per cui si diffuse maggiormente la scrittura: era necessario conoscere la scrittura per poter votare. Questo porta alla diffusione della scuola e di conseguenza, vi era una maggior alfabetizzazione, anche se questa si fermava spesso ai primi insegnamenti.
Inoltre, un’altro fattore che permette la diffusione della scrittura è la stesura delle leggi: queste inizialmente venivano tramandate per via orale, ma l’oralità permetteva facilitazioni nei confronti di altri o altre trasgressioni. La nascita della scrittura permette quindi la trascrizione delle leggi e che permetta la isonomia.
Socrate
Socrate è vissuto nell’antica Grecia e possiamo collocarlo storicamente grazie ai documenti del processo che subì, da cui ricaviamo informazioni come il luogo di nascita (Atene).
Nasce da due genitori ateniesi, padre scultore e madre era invece levatrice (ostetrica). Vivrà ad Atene e compirà un solo viaggio verso la Tracia, in quanto impegnato in missioni militari.
A quei tempi questo territorio era un crocevia di diverse culture, ricca di stimoli, dove Socrate ebbe modo di entrare in contatto con una cultura differente dalla sua: vi era l’influsso di culture orientali, di culture nordiche e della cultura greca.
In particolare entra in contatto con Xalmoxis, un vecchio saggio del territorio che aveva grande conoscenza sulla cultura orientale, praticando la meditazione (tecniche particolari dette “dello sciamanismo” che venivano praticate arrivando e portavano a livelli di meditazioni altissimi).
Socrate sottolinea quanto grazie a questo saggio abbia imparato l’importanza delle tecniche di meditazione, del pensiero e di come questi influenzano il corpo.
Incontra poi Carmide: quest’ultimo ha un dolore molto forte alla testa e chiede a Socrate un consiglio farmacologico, ma lui risponde che i mali del corpo sono in realtà mali dell’anima e che per questo dovrebbe riflettere su di essa.
Socrate prende una posizione chiara, decidendo di non scrivere nulla: rifiuta la parola scritta e sostiene che sia importante nella relazione sostare nell’oralità, in un dialogo.
La sua è quindi una scelta motivata: sostiene che il pensiero una volta scritto possa effettivamente circolare, ma attraverso il pensiero scritto non vi è alcuna possibilità di avere un confronto o un dialogo con chi viene a contatto con questo pensiero, dando inizio quindi una relazione “a distanza”. Solo nella relazione (presenza) è possibile crescere, educare.
Molti sostengono che la grande oralità che caratterizzava Socrate e la sua società fu il successo della Tragedia.
Furono quindi i suoi allievi a riportare i suoi pensieri per iscritto; tra essi troviamo Platone, il quale scrive dialoghi (non testi, ma dialoghi platonici o lettere, che sono quindi una forma mimetica dell’oralità).
Ricaviamo informazioni su di lui anche da altre fonti:
- Quelle lasciate da Senofonte che lo ritrae nel “Simposio” (=“bevo insieme”), caratterizzato da diversi dialoghi di Socrate con altri personaggi.
- Quelle di Aristofane, allievo di Socrate che scrive una commedia “Le Nuvole” di cui Socrate è protagonista. Qui Socrate insegna a prendere le distanze dall’educazione, poiché Aristofane stesso aveva preso le distanze del pensiero socratico. Il Socrate raccontato da Aristofane è molto distante dalla realtà: in questa commedia Socrate richiede una retribuzione (anche esosa) da parte delle famiglie, non crede più alle divinità della sua religione e se ne crea di nuove (nuvole). Queste sono le accuse che successivamente lo porteranno in carcere (insieme alla corruzione dei giovani).
La realtà era che Socrate fruiva del mantenimento di diverse persone: lo incontriamo nei dialoghi platonici come ospite di grandi famiglie, con grandi case adatte a ospitare anche tutti i suoi allievi. Per tutta la sua carriera quindi verrà ripagato attraverso il mantenimento e l’ospitalità.
Nello stesso periodo si stava diffondendo anche il pensiero dei sofisti: maestri itineranti, insegnavano spostandosi in differenti città.
Una prima grande differenza con Socrate era quella della retribuzione: i sofisti erano insegnanti pagati, che proponevano inizialmente una “lezione gratuita” in uno spazio pubblico (epideixis), per poi iniziare un corso effettivo rivolto a persone tra i 16 e i 22 anni.
Fino a quel momento questa fascia d’età era stata educata dalla famiglia: i sofisti rompono questo schema, creando grande scandalo e sdegno da parte di chi credeva che dovesse rimanere una professione non retribuita.
Più volte Socrate condanna i sofisti, all’interno dei dialoghi platonici, per la loro mercificazione dell’insegnamento: l’insegnamento doveva essere per tutti, poteva nascere anche per strada e ogni persona che incontrava poteva diventare suo allievo, mentre per i sofisti solo chi poteva permetterselo a livello economico doveva avere la possibilità di accedere all’insegnamento.
I sofisti sostenevano che fosse importante trasmettere informazioni, senza però trasmettere valori; sostengono che non si dovesse far riflettere sulle posizioni o su ciò che insegnavano.
Per Socrate invece l’insegnante è chi suscita pensiero critico e invita a riflettere l’allievo, oltre che trasmettere le informazioni oggettive. L’insegnante educa e istruisce, mentre per i sofisti ha il solo compito di istruire.
“So di non sapere”
“So di non sapere” è il motto più celebre di Socrate: questa riflessione nasce dal fatto che nessuno per Socrate è in grado di considerare completo il suo percorso formativo, in quanto le capacità di riflettere e di apprendere non terminano con la fine del percorso.
Infatti secondo Socrate, ci sarà sempre una sfera o un ambito di cui non si sa abbastanza, ponendo la ricerca come qualcosa di infinito: al termine del dialogo “Alcibiade”, Socrate dice che non si riuscirà a concludere il suo percorso di conoscenza.
L’altra problematica che Socrate si pone è quella della verità: insieme allievi e maestri arrivano ad una verità (provvisoria, in quanto non si arriva mai al termine della conoscenza).
Socrate è consapevole di non poter insegnare valori o un principio, ma deve spingere al dialogo in modo che siano gli allievi, in modo attivo, a intraprendere una riflessione personale.
Nel dialogo di Protagora, Socrate dice di come si sia messo sulla strada per interrogare persone comuni; qui si è accorto di come le persone fossero convinte di sapere e di come, una volta superate le conoscenze nozionistiche, le convinzioni di queste persone decadessero.
Secondo Socrate, finché la persona non si accorge di non sapere non avrà mai la motivazione per immettersi nel cammino della conoscenza: Socrate si pone infatti come obiettivo quello di creare domande e non di dare risposte, per stimolare la motivazione e condurre alla ricerca della conoscenza.
Quando Socrate incontra Alcibiade e lo invita a partecipare al dialogo con altri allievi, Alcibiade risponde di avere e di possedere già tutto (bellezza, ricchezza, conoscenza), mostrandosi alla società come persona di successo.
Socrate inizia invece a porre domande pungenti, portando Alcibiade ad ammettere di possedere quelle cose, ma di non avere tutte le conoscenze, decidendo di inserirsi nel dialogo a cui era stato precedentemente invitato.
L’obiettivo è quindi quello di suscitare domande nell’allievo, creando in lui motivazione per condurlo alla ricerca di risposte e della verità.
La stessa idea viene esposta da Massimo Recalcati in uno dei suoi scritti, dove descrive il lavoro dell’insegnante come quello di creare un vuoto nel bambino, che poi dovrà essere riempito sia grazie alle sue conoscenze, sia grazie alla ricerca.
Motto delfico
La città di Delfi si pone ad un certo punto come città centrale della Grecia, grazie alla presenza dell’oracolo di Delfi, che veniva spesso consultato per avere risposte anche su temi come quello della guerra.
Sul frontone del Tempio di Delfi si trovava la scritta “Conosci te stesso”: secondo questo oracolo infatti, l’importante era proprio conoscere se stessi.
La saggezza del tempio rimandava al fatto che ognuno di noi deve, per poter vivere bene, avere la consapevolezza delle proprie azioni e relazioni. Questo motto verrà ripreso poi da Freud, ponendola come base/obiettivo della psicoanalisi.
Si narra che Cherefonte chieda all’oracolo chi sia l’uomo più sapiente, con più conoscenze e l’oracolo risponde proprio con il nome di Socrate.
La finalità ultima degli insegnamenti di Socrate è proprio la consapevolezza e la conoscenza di se stessi.
Metodo socratico
All’interno dei dialoghi, Socrate viene descritto come colui che pone molte domande a diverse persone, anche di strada: lui stesso inizialmente si descrive come il Tafano, l’insetto che infastidisce e punge la mucca così come lui pone continue domande ai suoi allievi; il suo metodo era quindi basato sulle domande.
Il dialogo socratico (“dia” = attraverso, “logos” = parole) è caratterizzato dal fatto che insieme ci si confronta e definire le proprie conoscenze e le proprie riflessioni.
Ad Alcibiade, al termine del dialogo, dirà che una volta diventato più vecchio, sarebbe diventato lui il suo maestro, come le cicogne (si rovescia il rapporto di cura). I sofisti invece sono fautori di relazioni asimmetriche: l’insegnante non apprende insieme agli allievi (come invece sosteneva Socrate).
Nella commedia di Aristofane, che accomuna sofisti e Socrate (in modo errato), questi insegnano delle tecniche di retorica in modo tale da prevalere sempre sull’altro. In Sicilia (parte della Magna Grecia) si sviluppa la retorica, un’arte per prevalere sempre (a prescindere dai principi e dai contenuti).
Secondo i sofisti, siccome il ruolo di massimo successo era quello di prevalere sull’assemblea dei cittadini, era necessario insegnare come prevalere per poter proporre leggi o ottenere qualcosa, nonostante ciò potesse danneggiare gli altri.
Solo imparando a controbattere sull’altro si può prevalere, non ci devono quindi essere riflessioni etiche, in modo tale da ottenere un vantaggio personale. Non ci si pone interrogativi sull’eticità delle azioni da compiere, ma sul come arrivare ad ottenere un vantaggio personale.
Questa tecnica è spesso utilizzata anche oggi (es: in America spesso si svolgono scontri tra fazioni politiche differenti, sp
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Storia della pedagogia e delle istituzioni educative - la storia delle Istituzioni
-
Appunti di Storia della pedagogia e delle Istituzioni educative su Aristotele
-
Appunti di Storia della pedagogia e delle Istituzioni educative su Rousseau
-
Esame di storia della pedagogia e delle istituzioni educative, libro consigliato: percorsi della pedagogia contempo…