Pedagogia ed educazione a confronto: terminologia
Educazione e pedagogia
Educazione: processi che avvengono, pratiche concrete.
Pedagogia: studio/riflessione sui fatti/processi educativi.
Esempio: L’outdoor education con bambini è un processo educativo (educazione) solo se dopo tale processo qualcuno riflette su di esso, allora si può parlare di pedagogia.
Etimologia
L'etimologia del termine è chiara; si compone infatti di due termini greci: paidos (bambino) e ago (guidare, condurre, accompagnare). Dunque per molto tempo la pedagogia si configurò come la riflessione sulla crescita e le prassi educative dei bambini. Tuttavia, circa negli ultimi 60 anni, inizia a occuparsi di tutte le età della vita; dunque anche pratiche educative per adulti e anziani. Vi è stato un notevole ampliamento, inoltre la pedagogia sostiene che la formazione non abbia un'effettiva fine ma sia continua.
Interventi educativi informali
Nel corso della vita non solo si è soggetti a interventi educativi formali ma bensì anche informali, che dunque non avvengono nelle classiche istituzioni educative. I messaggi educativi informali si stanno moltiplicando e si diffondono anche presso nuove piattaforme. Essi sono per esempio presenti anche in spot pubblicitari, basti pensare a una pubblicità nella quale è inserita una bambina che gioca con le bambole e un bambino che gioca con le macchinine. Implicitamente, nonostante non sia il fine ultimo della pubblicità, si sta educando il gioco, educa il ruolo delle bambine e dei bambini.
Quando è nata l’educazione?
L'educazione come processo di trasmissione di contenuti e valori da una generazione a un’altra generazione probabilmente avviene da sempre; già a partire dagli ominidi (visibili in 2001: Odissea nello spazio). La trasmissione ammette comunque contestazioni e modifiche. Un classico e semplice esempio è dato da "I Croods", un'animazione sulla preistoria nella quale emerge la figura del papà (un primitivo) il quale voleva trasmettere un valore chiaro: non si modifica nulla. Di pensiero opposto era invece la figlia. C’era quindi un conflitto generazionale. Dunque il fatto educativo esisteva già ai tempi degli ominidi. Dunque quando l’educazione fa riferimento alla trasmissione di un patrimonio di conoscenze e valori tra generazioni è possibile collocare la sua nascita all’epoca degli ominidi.
Le istituzioni educative nascono solo con società più organizzate e strutturate; per esempio la scuola (come istituzione educativa) nascerà solo nel V secolo a.C.
Secondo buona parte della società tra gli animali non avviene tale trasmissione, in realtà però come dimostra per esempio l'uccisione dell'orsa Amarena ciò potrebbe in parte accadere. Attualmente i suoi cuccioli seguono il percorso solito della madre e dunque secondo un'ulteriore porzione l'educazione caratterizzerebbe anche comunità animali. L'educazione si intreccia poi con altri processi che sono la socializzazione e la culturazione. È fondamentale notare come i contesti condizionino il nostro sviluppo e la nostra educazione; contesti diversi portano anche a comportamenti differenti. Sia il microcontesto (es. famiglia, conoscenze strette) sia il macro contesto (es. Nazione) influenzano e condizionano il nostro processo educativo.
Quando è nata la pedagogia?
Nel V secolo a.C. per la prima volta Socrate riflette esplicitamente sui processi educativi, seguito da chi si contrappone a lui cioè i sofisti. Socrate attua il processo educativo perché era educatore ma vi riflette attentamente. Nel VI-V secolo a.C. anche tra i buddisti vi sono riflessioni educative analoghe di Lao Tze. Tuttavia è solo nel 1800 che nasce la pedagogia come scienza autonoma. Le riflessioni sull'educazione vi sono a partire dal V secolo a.C. in poi (Socrate, Platone, Aristotele, Plutarco o Sant’Agostino) ma l'idea che possa esistere una scienza autonoma che riflette sui fatti educativi nasce solo nella seconda metà del 1800.
Anche poeti come lo stesso Dante attuano riflessioni di natura pedagogica. Dante inserisce nella Divina Commedia il suo stesso maestro Brunetto Latini all'inferno per una riflessione proprio di tal natura. Dante ammirava il suo maestro ma credeva che il vero maestro non solo dovesse essere colto ma anche rispettoso nei confronti del magistero ecclesiastico e Brunetto Latini non lo era in quanto omosessuale e ai quei tempi l’omosessualità era condannata. Le sue riflessioni pedagogiche emergono anche nella storia del conte Ugolino (uomo chiuso nella torre a morire di fame con i suoi figli); Dante riconosce come una vergogna il fatto che i bambini debbano pagare per le colpe dei padri. Esempio: qualche anno fa qualcuno ha proposto di non ammettere all’asilo i figli di immigrati clandestini, ma i figli non devono avere su di loro il peso dei padri.
A metà dell’Ottocento si comincia a riflettere sull'epistemologia delle varie scienze; con il termine di epistemologia si fa riferimento a una scienza che stabilisce i limiti, la definizione e il campo di applicazione di una scienza. Dunque alla riflessione sui fatti educativi si dà il nome di pedagogia e il suo campo di applicazione è riconosciuto nei fatti educativi. Alla fine dell'Ottocento nella cultura occidentale vi è una riflessione sugli aspetti epistemologici su scienze, dunque in sintesi la pedagogia nasce come riflessione nel V secolo a.C. e come scienza autonoma nella seconda metà del 1800.
Si rammenta infine che le istituzioni educative non sono solo legate all'ambito scolastico ma bensì rientrano in tale categoria anche famiglia, attività sportiva, oratori, ecc.
Dimensione biologica e culturale: Dewey
“La vita degli esseri umani ha una dimensione biologica, ovvero di crescita e trasformazione attraverso l’interscambio con mondo naturale, in un processo osmotico che provoca nell’essere umano e nell’ambiente circostante trasformazioni reciproche” - John Dewey.
John Dewey afferma che gli uomini hanno una dimensione biologica che attraversa tutti gli esseri viventi e che segue dei ritmi di crescita e sviluppo. Tale dimensione è in relazione all'ambiente e al contesto. L'ambiente trasforma l’uomo e l’uomo trasforma l'ambiente, ci sono trasformazioni reciproche. Oltre alla dimensione biologica c'è la dimensione culturale. Ciascun uomo si sviluppa all’interno di un contesto, i contesti sono di varia ampiezza e complessità e si intersecano. Dewey ricorda che l’uomo è dentro a strutture di crescente complessità e c'è osmosi reciproca tra la persona e ciò che la circonda. (Osmosi: biologicamente è un principio per cui avviene un trasferimento di materia). Anche quando noi interagiamo con ciò che ci circonda si creano dei disequilibri che trasformano il soggetto stesso e l’ambiente.
Cultura e tradizione
L’educazione permette alle nuove generazioni di integrarsi, dialogare, contestare, riprodurre e trasformare la cultura delle generazioni precedenti. Il concetto di educazione è quindi strettamente connesso con quello di trasmissione culturale, cultura. Esiste una concezione di cultura sino al 1800 rifacendosi al pensiero di Cicerone. Essa veniva quindi definita come l'insieme di saperi che ci circondano, tuttavia nel 1800 si comincia a discutere su tale termine anche se una vera definizione di cultura è molto complicata.
L’antropologo Edward Burnett Tylor afferma che la cultura non sia solo un bagaglio di saperi proveniente dalle generazione passate in cui siamo immersi ma sia al tempo stesso anche abitudini, usi e costumi e credenze (anche se spesso sono implicite). Tra le abitudini potremmo ritrovare per esempio l'ora dei pasti piuttosto che la stessa programmazione televisiva che si adatta alle abitudini dei cittadini. Vi sono cambiamenti economici e sociali che modificano abitudini e costumi pertanto essi non rimangono invariati nel corso degli anni ma cambiano di generazione in generazione. La tradizione (dal latino tradito - onis cioè consegna, tradizione) è definita come ciò che ereditiamo dalle generazioni precedenti. Da un lato c'è l'elemento di tradizione dall'altro mutamento. Dunque riassumendo la cultura per Tylor Burnett ha una definizione più ampia rispetto al passato. Egli teorizza la sua definizione nel 1871 ma verrà accolta nell’Oxford Dictionary solo sessanta anni dopo.
Cultura: risorsa o limite?
Crescere in una cultura comporta crescere in schemi mentali dai quali è difficile uscire. Anche le illusioni ottiche hanno un’incidenza culturale; ad esempio cittadini che vivono in città con palazzi molto alti percepiscono le illusioni ottiche in un modo differente rispetto a culture che vivono in capanne. La cultura è risorsa perché ci fornisce degli schemi mentali ed evita il caos ma al tempo stesso è limite perché comporta una difficoltà nell'uscire dai suoi schemi. La nostra cultura è l'esito di una storia che ci ha condizionato, essa differenzia un popolo da un altro. Anche i saperi che noi abbiamo sono influenzati dalla cultura (luogo geografico in cui noi ci troviamo) e dal periodo storico in cui ci troviamo. La cultura può quindi creare senso di appartenenza ma in altre situazioni esclusione. La cultura può anche essere declinata in cultura intellettuale cioè il grado di sapere diffuso o meno in quella determinata area.
Il bisogno di identità
Nel tentativo di creare una cultura inclusiva potremmo arrivare a un’aporia come diceva Socrate, un paradosso e forse una situazione a cui non c’è soluzione. Dunque è evidente che nel creare schemi mentali la cultura risponde al bisogno di avere un'identità ed essere tutelati all’interno del gruppo. Tutti noi avvertiamo il bisogno profondo di avere un'identità. Lo psicanalista Giovanni Jervis afferma che l'identità risieda nel riconoscersi ed essere riconosciuti. Noi desideriamo una micro cultura nella quale inserirci. Spesso le differenze culturali sono state strumentalizzate anche per creare conflitti di base razziale, considerando alcune culture come superiori rispetto ad altre.
Nel VI secolo a.C. Erodoto racconta in un suo passo di quando re Dario, re della Persia, chiama gli Indiani callati e i greci e chiede loro il comportamento attuato in caso di morte di un caro. In seguito alle risposte Dario si chiede quale pratica fosse la migliore. Così nel racconto interviene Erodoto stesso affermando che tutti riconoscerebbero la propria cultura come migliore rispetto alle altre. C’è esigenza di riconoscersi ed essere riconosciuto ma al tempo stesso diversificarsi dagli altri; ad esempio si dice “io non sono nera” escludendo quindi di conseguenza i neri per aumentare il senso di appartenenza alla propria cultura.
Multiculturalismo: compresenza di culture diverse.
Interculturalismo: dialogo tra culture diverse.
La dimensione simbolica: la scrittura
Riflettendo sulla dimensione simbolica è doveroso citare la scrittura. Prima della sua invenzione vi erano culture orali definite anche società dell’angoscia per via della paura di dimenticare (del rischio dell’oblio). L’oralità condiziona la struttura del pensiero: ogni supporto condiziona il nostro modo di organizzare pensieri e cognizioni. Il linguaggio e le modalità di linguaggio ordinano l’esperienza. Il fatto di non avere un supporto crea civiltà dell'angoscia come afferma lo stesso Havelock.
I vari sviluppi della scrittura
Vi sono testimonianze di antiche tavolette scrittorie di argilla a partire dal 3000 a.C. La scrittura stessa sappiamo nascere per esigenze di natura commerciale. Nel 3000 a.C. vi sono civiltà fiorenti che commerciano ma il commercio richiedeva tempi lunghi ed è per questo che i commercianti sentivano la necessità di un supporto che tenesse memoria. Dapprima si predilesse la scrittura ideogrammatica caratterizzata dal fatto che a ogni parola corrispondesse un segno. In tal modo però vi sarebbero stati infiniti segni e di conseguenza tale cultura era elitaria, solo pochi potevano avere accesso all'istruzione. In seguito si procedette con la scrittura sillabica dunque a ogni sillaba corrispondeva un segno e così vi erano meno segni rispetto alla scrittura ideogrammatica e l'istruzione divenne accessibile ad una fascia più ampia di persone. Fino poi ad arrivare alla scrittura alfabetica inventata dai Fenici secondo la quale a un suono corrisponde un segno. Così facendo vi sono pochi segni ed è per questo che l'istruzione presenta un largo accesso. È nel VI-V sec. a.C che si diffonde la scrittura in Grecia Antica, si tratta di un processo lungo. In seguito alla diffusione della scrittura inizia a nascere un'istituzione preposta alla diffusione della scrittura: la scuola. Dunque l'istituzione investita del compito di diffondere l’istruzione formalizzata.
Scuola in realtà deriva dal greco "Scholé" che significa “tempo libero” proprio perché in realtà chi non ha denaro ed è costretto ad andare a lavorare non ha il tempo libero da dedicare all'istruzione. L’educazione non si svolgeva solo a scuola (come accade tuttora). Erano invece molto pervasivi e incisivi altri luoghi e altre agenzie educative: teatro; palestra; gare; feste; bottega; casa; momenti rituali o piazza. La scuola è percepita come più o meno importante a seconda delle evoluzioni sociali e culturali.
Socrate e le sue testimonianze
Socrate fu un filosofo nato e vissuto ad Atene; non si hanno documenti che accertano la data di nascita ma si ha la data della morte ovvero 399 a.C. Su tutte le testimonianze giunte sino a noi viene affermato che morì a 70 anni; quindi da qui si ricava la data di nascita che potrebbe essere il 470 o 469 a.C. Socrate si configura come una figura molto complessa, della sua vita si hanno solo testimonianze di altri. Questa è una sua scelta, lui scelse di non scrivere. Mentre dei suoi contemporanei (sofisti) non abbiamo opere non per loro scelta ma perché esse furono bruciate, condannate o perse. Socrate non scrisse perché credeva che la vera relazione/apprendimento/insegnamento potesse avvenire solo attraverso un dialogo ed esso può avvenire solo nel presente e orale. Socrate è difensore dell'oralità intesa come scambio di dialogo, c’è un rifiuto della scrittura.
Testimonianze della vita di Socrate: Platone
Noi possiamo ricostruire la sua figura tramite le testimonianze dei suoi allievi, tra cui l’allievo prediletto: Platone. Platone in età giovanile sceglie di seguire Socrate e prende nota (utilizzando la scrittura) dei suoi insegnamenti per non perdere memoria della predicazione del suo maestro. Alla morte di Socrate, Platone è preso dall’angoscia di dimenticare, ha paura di perdere ciò che il maestro gli ha insegnato. I dialoghi che noi definiamo giovanili di Platone hanno tutti come protagonista Socrate; anche l’ultimo dialogo giovanile “La Repubblica”. Queste testimonianze sono interessanti perché numerose e dettagliate anche se talvolta diverse e contraddittorie. Platone in seguito si emancipa dal suo maestro, alcuni critici credono che già in “La repubblica” a parlare è Platone stesso per bocca di Socrate.
Altre testimonianze: Senofonte
Vi è poi la testimonianza di Senofonte, storico ateniese che condivide e abbraccia i valori praticati a Sparta (città antagonista di Atene). Egli in alcune opere racconta di Socrate; un Socrate diverso da quello descritto da Platone. È un Socrate più pratico e concreto anche se comunque dialoga e interroga.
Testimonianze: Aristofane
Ci sono altre testimonianze importanti come quella di Aristofane che nel 323 a.C. scrive una commedia che riesce a mettere in scena e che vedeva Socrate come protagonista. Dunque un’opera dinanzi al pubblico ateniese in cui vi è un Socrate molto diverso da quello platonico. Gli storici raccontano che lo stesso Socrate si recò a vedere la commedia ma si alzò in piedi come segno di dissenso rispetto a ciò che veniva mostrato. La commedia testimonia un’importanza notevole di Socrate già in vita, poiché se non avesse avuto fama non sarebbe stato scelto come protagonista di un’opera teatrale. In questa commedia stranamente noi vediamo una serie di caratteri molto diversi da quelli raccontati da Platone e Senofonte; per esempio, Socrate nella commedia è scorbutico, maleducato e una persona sgradevole mentre nelle altre opere appare come dedito al dialogo e all’accoglienza. Oppure c’è un passaggio della commedia in cui Socrate viene contattato da Strepsiade (coprotagonista) che gli chiede delle lezioni e vi è una lunga contrattazione sul prezzo dell’insegnamento mentre in altre fonti veniva affermato che Socrate non si facesse pagare (come nell'Apologia di Socrate, opera di Platone in cui lui trascrive il discorso che Socrate propone ai giudici per difendersi).
Introduzione ai sofisti
Nel VI-inizio V secolo a.C. i bambini piccoli andavano a scuola dove c’erano i maestri primari, poi solo alcuni da adolescenti (dai 16 ai 20 anni) venivano affidati dalla famiglia a un mentore (per antonomasia vuol dire colui che cresce e fa da educatore. Forma la persona e la fa crescere in tutti i suoi aspetti). Il mentore apparteneva a una famiglia altolocata e quindi non si fac...
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