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Sociologia del lavoro

Distinzione tra il saper fare e il saper essere

Il saper fare si riferisce alle competenze e all’abilità necessarie per svolgere una determinata mansione lavorativa. Il saper essere ha a che fare con il riconoscimento sociale, legato al fatto di svolgere un determinato lavoro: quanto la società riconosce il lavoratore nei suoi diritti e nelle sue libertà, anche come meritevole di ricevere una ricompensa per il lavoro che fa.

Come cittadini dovremmo interrogarci sulla diversità dei lavori, qual è la loro importanza sociale e quale sarebbe il giusto riconoscimento sociale che dovrebbero avere (ci sono lavori più importanti di altri? E perciò ricevono un certo riconoscimento sociale anche a livello materiale?). Anche la dimensione della libertà è importante: il movimento dei lavoratori, fin dall’inizio, ha operato per questo e per un maggiore stipendio.

Saper essere vuol dire operare per vedere riconosciuto il proprio ruolo, per il contributo che si dà nella società per il lavoro che si compie; e operare per vedere riconosciute le proprie libertà e i propri diritti; infine significa anche acquisire una dimensione che è sempre più importante: il sapersi relazionare con la società, quindi acquisire quelle capacità che ti permettono di poter instaurare delle relazioni sociali che permettono di lavorare meglio e di essere valorizzati come lavoratori.

Saper essere = saper far riconoscere chi si è nella società e il contributo che si dà come lavoratori.

Amartya Sen (economista indiana di Calcutta, premio Nobel) sostenne questa teoria: lo sviluppo economico è correlato allo sviluppo sociale, cioè al vedere aumentare il saper essere e il riconoscimento sociale dei lavoratori. Quindi sviluppo economico ed espansione della libertà vanno di pari passo, affinché ci sia l’uno, ci deve essere anche l’altro - sembrerebbe favorire le società democratiche: soltanto riconoscendo diritti ai lavoratori (maggior parte della popolazione) si può ottenere uno sviluppo economico significativo.

Questo perché se le persone hanno più risorse (stipendio maggiore) ci sarà maggiore propensione all’acquisto di beni.

Dal lavoro deve derivare: la capacità di reddito (il lavoro implica, in termini di riconoscimento sociale, il fatto che venga retribuito: non è così scontato, ci sono molti giovani che per motivi di gavetta o forme contrattuali non ricevono una paga o ne ricevono una minima, una sorta di rimborso, per cui magari regalano prestazioni ma hanno una capacità di reddito molto limitata => capacità di ottenere un reddito da una prestazione lavorativa), l’utilità dei servizi e dei beni prodotti (ci sono professioni che hanno un’utilità sociale evidente, importante e sarebbe importante associare all’utilità sociale, il riconoscimento sociale, a livello di reddito e questo non sempre avviene. Ci sono delle professioni che ricevono una paga importante e persone con professioni altrettanto importanti ricevono retribuzioni molto basse) e il riconoscimento sociale e personale (vedersi riconosciuti socialmente vuol dire poter avere dei diritti, riconosciute delle cose e anche l’aspetto personale: diritto di lavorare in condizioni psicologicamente accettabili, almeno, se non soddisfacenti => diritto a ritrovarsi in un clima positivo per poter svolgere la propria professione).

Capitolo 1: Significati del lavoro

La divisione del lavoro modernità

Principali accezioni, il significato del lavoro nella nostra cultura occidentale (e divisione del lavoro: a cosa serve, che significato ha lavorare?).

Durkheim: valore morale della divisione del lavoro → il lavoro, in particolare l’acquisizione di competenze specialistiche, è molto importante per la società perché permette di fare meglio delle cose e al tempo stesso di rendere interdipendenti le persone e quindi di creare coesione sociale (l’uno ha bisogno dell’altro). Stabilire delle relazioni commerciali, delle cooperazioni in termini di attività lavorative economiche porta anche a stemperare delle tensioni tra paesi.

In Europa è iniziata con l’integrazione economica (dalla caduta dell’Impero Romano) ed è una storia di guerre, i periodi di pace sono stati pochissimi; dopo la Seconda guerra mondiale (la più devastante a livello mondiale ed in cui l’Europa era il suo epicentro) si sviluppò una riflessione su come evitare questo in futuro: una di queste fu l’integrazione sul piano economico, visto che quello culturale risultava complesso. Integrandoci, scambiando gli uni con gli altri ci sarà più coesione = queste tesi utile per sviluppare istituzioni che ancora oggi hanno assicurato la pace.

La divisione del lavoro risponde al bisogno della solidarietà sociale in una società moderna ed elevata differenziazione:

  • Società premoderne: Solidarietà meccanica: prevalere della coscienza collettiva (credenze e sentimenti comuni) su quella individuale e della somiglianza tra gli individui.
  • Società moderne: Solidarietà organica: presuppone la differenza tra gli individui, campi d’azione specifici e una personalità propria.

Un’altra riflessione importante che caratterizza il nostro modo di concepire il lavoro, in Occidente viene da parte di Locke → il lavoro può essere considerato ed è stato considerato come la fonte della proprietà privata, cioè è la fonte del poter dichiarare come propria una determinata cosa. Ragionamento alla base per legittimare la proprietà privata dei beni: come spesso facevano questi intellettuali, si supponeva una sorta di società/situazione originaria (l’uomo alle origini del proprio percorso di civiltà) in cui l’uomo che si trova sulla terra, nessuno di questi uomini della tribù può rivendicare la proprietà privata su quello che gli sta attorno, sono tutti più o meno uguali, fanno tutti più o meno le stesse cose (si occupano di caccia e di raccolta ed intorno a sé hanno la natura) e quindi non posso rivendicare particolari diritti. Può solo rivendicare il diritto su sé stesso (essere proprietario di sé e delle sue azioni).

Se è così con le mie azioni, se lavoro posso trasformare qualcosa che è in natura, e che non serve a nulla (esempio: argilla), in un oggetto utile (ciotola). Dato che quella cosa in natura inutile è diventata un oggetto utile grazie al mio lavoro, allora posso rivendicarne la proprietà, dice Locke, perché si è trasformata e resa utile attraverso il mio lavoro.

Quindi il lavoro è all’origine della proprietà ed è frutto della libertà di ognuno di poter scegliere cosa fare (tra cui quella di operare per trasformare le cose). Non c’è più il problema dell’aspetto comune.

Con il lavoro si passa dallo stato comune delle cose di natura alla proprietà privata dei manufatti. Il lavoro è stato messo in relazione, attraverso la riflessione di Smith, alla ricchezza complessiva che possono avere le singole persone, ma soprattutto i paesi. La ricchezza è l’esito della maggiore produttività generata dall’unione di divisione del lavoro e progresso tecnologico.

- Produttività: quantità di manufatti prodotti in un’unità di tempo (fa differenza uno stabilimento che produce 10 auto in un’ora, piuttosto che 1000 in un’ora).

Ricchezza = capacità di produrre le cose sempre meglio e sempre più rapidamente e in maniera sempre più efficiente (utilizzando meno risorse possibili) → importante il progresso tecnologico, la scienza. L’aumento di produttività porta ad una diminuzione dei prezzi di ogni singolo manufatto e alla crescita dei salari.

Perché la divisione del lavoro accresce la produttività?

Con la specializzazione aumenta l’abilità dei lavoratori a svolgere un determinato compito: se uno si specializza su una cosa, concentra la sua attenzione, dedica il suo tempo a quel problema e alla sua risoluzione e diventa più bravo. Acquisisce esperienza e la mette al servizio poi in futuro. Se poi l’insieme di tutti questi compiti specializzati è coordinato la produttività aumenta molto. È importante non solo l’attività del singolo lavoratore, ma anche il saper coordinare le varie specializzazioni. Questo vale anche nei servizi, sugli interventi sulle persone (per esempio nella salute mentale).

Si risparmia tempo nel passaggio da un lavoro ad un altro. Concentrandosi su un’attività specifica si comprende il metodo migliore per realizzarla e quindi si può sfruttare la tecnologia per risparmiare lavoro utilizzando le macchine. La divisione del lavoro è all’origine del progresso tecnologico. Figure specializzate nell’osservare → figura che osserva gli altri lavorare, per capire come migliorare l’organizzazione del lavoro, la formazione dei lavoratori. Fanno attività produttiva diretta per quanto riguarda per esempio la gestione dei lavoratori, la loro osservazione, tutto per capire come migliorarne la prestazione di chi lavora e compie una prestazione.

Lavoro, realizzazione, democrazia

Ferguson ha avviato una riflessione importante e diversa da quella di Smith, si concentra sulla dimensione realizzativa del lavoro: il lavoro non serve a produrre solo ricchezza e cose, ma è anche un modo con cui le persone realizzano sé stesse = precursore di una riflessione sulla dimensione psicologica del lavoro, di appagamento e realizzazione di sé. La felicità, il benessere, non è tanto legato a ciò che si possiede, ma a ciò che si fa e a quanto le nostre menti vengono usate appropriatamente e sono appagate nello svolgere quello che sanno fare (possibilità di mettersi in campo per ciò su cui si sono formate). Questo riguarda la dimensione individuale.

Ferguson collega questo aspetto micro alla dimensione macro e ragiona su come può essere una società quando questo elemento c’è e quando manca. In una società dove il lavoro non permette tutto ciò, perché magari è povero in termini di mansioni, è ripetitivo; quindi, senza che gli venga richiesto uno sviluppo di qualche abilità particolare, incide sul regime politico. È possibile conservare la democrazia, che dovrebbe essere fatta di cittadini consapevoli, che possono fare delle scelte, anche politiche che orientano i governi, quando c’è una povertà delle menti perché il lavoro non ha permesso di svilupparle? Sapranno essere dei cittadini buoni coloro che fanno lavori che non richiedono nessuna competenza e fanno sempre lo stesso lavoro tutto il giorno e tutti i giorni; quindi, quando non viene coltivata la mente?

Il lavoro è decisivo sullo sviluppo delle persone, ma anche sulla società nel suo complesso → è difficile conservare la democrazia “quando vi è una disparità di condizione e un modo diseguale di coltivare la mente” derivante dalla divisione del lavoro (esempio del nazismo che a livello sociale si sviluppò anche perché i lavoratori vivevano già quella condizione sul luogo di lavoro, quindi erano abituati e ormai conformati a quelle modalità).

Marx e la divisione tecnica del lavoro

Marx rifletté anche sulla divisione tecnica del lavoro. Per lui, il lavoro era un’attività fondamentale da analizzare e comprendere. Marx comprende che la divisione del lavoro ha più dimensioni, non solo una divisione sociale (cioè il fatto che i lavori si differenziano ma in realtà si è, più o meno, sullo stesso piano: ognuno ha la sua specializzazione e tutti mettono la propria a disposizione degli altri in modo relativamente uguale). Per lui con l’avvento dell’industrializzazione e delle organizzazioni complesse, le cose in realtà cambiano e non è possibile ragionare così: ci sono le fabbriche che sono organizzazioni complesse ed estremamente gerarchiche (adesso, addirittura, ci sono le multinazionali).

La riflessione di Marx, quindi, è sul fatto che evolve la divisione tecnica del lavoro, cioè il fatto che in realtà non siamo più nella situazione precedente, ma nell’industria tutte le competenze vengono divise e affidate al singolo lavoratore. E poi Marx intuì (cosa che è molto moderna) la crescente importanza delle macchine e il fatto che l’uomo è destinato a diventare appendice della macchina: sarà la macchina ad evolvere e non l’uomo; perciò, l’uomo diventa frammento del lavoro collettivo (intelligenza artificiale, programmi che fanno tutto da soli anche se tu sei incompetente in quell’ambito). Spoglio del lavoratore delle competenze. In più il lavoro viene sempre più parcellizzato e l’uomo viene messo dove la macchina non arriva ancora.

Marx riflette anche su qual è la struttura del lavoro nella fabbrica emergente: la fabbrica prevede la contemporaneità del lavoro degli individui, anche se adesso con la rivoluzione informatica le cose sono un po’ cambiate per alcuni tipi di lavori; però, ovviamente, produrre significa essere tutti presenti contemporaneamente per il montaggio del prodotto finale. Basta che una sola persona che non faccia il suo lavoro che il prodotto non viene ultimato (principio dello sciopero). Poiché tutto è coordinato ci devono essere dei precisi tempi di esecuzione: ci sono modelli di organizzazione del lavoro che parte da questo e ci ragiona.

Poi tutte le mansioni sono interrelate tra loro, interdipendenti → integrazione delle mansioni individuali, dipendenza reciproca. Infine, mentre prima i lavoratori erano dispersi sul territorio (perché erano contadini), quindi non entravano in contatto tra loro; adesso c’è più una concentrazione urbana dei lavoratori (separazione città – campagna), questo permetterà loro di farsi valere ed unirsi ai sindacati.

Dalla manifattura alla grande industria Sviluppo delle forze produttive e rivoluzione del modo di produzione (macchine che integrano in sé l’uomo). Un altro concetto interessante: ci sarà l’operaio senza abilità - se le macchine incorporano sempre più a loro gli uomini, attraverso gli algoritmi (prendere delle scelte), l’operaio si impoverirà nelle sue mansioni diventando un operaio senza abilità. Marx in uno dei suoi modelli che propone punterà proprio su questo, sugli operai che potranno quindi essere pagati meno rispetto a quelli qualificati (questo giova quindi ai capitalisti, il puntare sulle macchine). Le macchine tenderanno poi ad integrarsi tra di loro (“sistema di macchine”) in sistemi sempre più integrati tra loro. Infine, produzione di macchine mediante macchine → un giorno saremo arrivati a macchine che costruiranno macchine che costruiranno beni = automatizzazione degli impianti (addirittura impianti che costruiscono altri impianti).

Alienazione, anomia, conflitto

Riflessione di Marx sull’alienazione, perché l’uomo è separato dal prodotto del suo lavoro e dai mezzi di produzione (nella moderna economia capitalistica nasce il “problema del lavoro operaio”), infatti sia ciò che produce che i mezzi con cui si produce, che l’azienda in generale è di dominio del capitalista. Prima c’è, quindi, l’alienazione in termini materiali (quello che produce è di dominio del capitalista) e poi la parcellizzazione del lavoro, cioè il fatto che si diventa parte della macchina, che incorpora le conoscenze per realizzare il prodotto... tu sei chiamato magari solo a tirare su una leva o spostare del materiale = sfugge il senso dell’artigiano e di quello che si sta facendo, del fine ultimo (separazione del lavoratore dal suo senso, dall’orgoglio e dalla soddisfazione che provava per il suo lavoro).

Durkheim aggiunge a questa riflessione il fatto che il lavoro moderno, nelle fabbriche, genera anomia, perché le persone perdono il senso di quello che stanno facendo e quindi perdono anche dei riferimenti valoriale e normativi importanti → questo può essere un rischio per la solidarietà sociale, perché, infatti, la conflittualità nei luoghi di lavoro aumenterà moltissimo. [la divisione del lavoro moderna genera anomia = la divisione del lavoro produce disuguaglianze che erodono la solidarietà sociale] fonte del conflitto.

Si comprende che l’azienda moderna, la fabbrica, diventa la fonte del conflitto contemporaneo, il conflitto sociale trova un suo luogo d’elezione nella fabbrica. Fabbrica = grandissima produzione di ricchezza + generazione di tensioni sociali.

La risposta sociale

La nascita di movimenti sociali dei lavoratori, del sindacato e, in diversi paesi, di organizzazioni politiche dei lavoratori (servono perché molte decisioni vengono prese in ambito politico, perciò è utile che i lavoratori vengano rappresentati - grazie a questo si riesce a passare alla classe per sé) => prima in alcuni paesi erano illegali e repressi. La richiesta di regolazione (diritto del lavoro e relazioni industriali) come risposta all’asimmetria intrinseca dei rapporti di lavoro nell’economia capitalistica: i lavoratori chiedono regole e leggi di tutela perché sono la figura più debole rispetto ai capitalisti (perché non ha che il proprio lavoro e non altro per poter sopravvivere, mentre il capitalista dispone di altri mezzi).

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Scienze politiche e sociali SPS/09 Sociologia dei processi economici e del lavoro

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trentalange.elisa30 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università della Valle d'Aosta o del prof Zanetti Massimo Angelo.
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