Fonti storiche
In storia definiamo “fonte” qualsiasi testimonianza del passato, sia essa naturale o umana, che ci trasmetta informazioni utili per poter svolgere la nostra indagine storica. In storia le fonti sono classificabili secondo vari e diversi criteri, tuttavia la distinzione principale è quella che le divide fra: fonti primarie o dirette e fonti secondarie o indirette. Alla prima appartiene l’elemento dell’immediatezza (dunque fonti prodotte proprio nel periodo preso in esame o che derivano direttamente da esso come narrazioni coeve, epistole, documentazioni di varia natura, leggi, monete e quasi tutte le fonti archeologiche); della seconda fanno parte le fonti distanti nel tempo rispetto al periodo preso in esame, che allora si avvalgono dell’ausilio di altre fonti (soprattutto fonti letterarie). Detto ciò, possiamo ulteriormente suddividerle in altre categorie. In questa mia indagine le suddividerò in:
- Fonti orali
- Fonti scritte (anche le epigrafiche e papiracee per l’elemento comune della scrittura)
- Fonti materiali (sia archeologiche, che numismatiche)
Fonti orali
Per quanto riguarda le fonti orali, sappiamo che esisteva una lunga tradizione orale relativa a canti e motteggi sia nei cortei trionfali sia nei banchetti che celebravano le imprese di generali valorosi e osannavano i loro illustri antenati, e avevano anche una funzione educativa e motivazionale per i giovani. Esisteva anche una tradizione orale connessa alla giurisprudenza, infatti da Cicerone (che visse nel I sec. a.C.) apprendiamo che le XII Tavole (451-450 a.C.) venivano imparate “a memoria dai fanciulli”, oltre ad altre leggi importanti.
Fonti scritte
Tuttavia le fonti scritte sono insostituibili, sono quelle che senza dubbio occupano il primo posto per la ricostruzione della storia antica, la base da cui partire, avvalendosi, laddove possibile del raffronto con altre fonti che possano confermare la ricerca, come nel caso della “cles variana” nella battaglia di Teutoburgo del 9 d.C. (i romani guidati da Varo persero tre legioni e le insegne) e la cui drammaticità raccontata dalle fonti letterarie fu molto tempo dopo confermata proprio dalle scoperte archeologiche condotte sul campo di battaglia; parimenti le mura Serviane di tufo furono il terminus post quem della conquista di Veio del 396 a.C., poiché il tufo veniva dalle cave di Grotta Oscura vicino a Veio; così come è stato possibile confermare la fonte letteraria (Storia Augusta) relativa al condono dei debiti voluto dall’Imperatore Adriano (117-138 d.C.) da due fonti: una numismatica dove è rappresentato il rogo dei registri su cui erano indicati i debiti dei privati con lo Stato, e una epigrafica: un’iscrizione del 118 dove viene indicato l’apprezzamento per la cancellazione dei debiti che poté garantire serenità ai cittadini e ai loro posteri.
Ma il raffronto fra le fonti può portare anche a contraddizioni, come nel caso dell’iscrizione sul sarcofago di Scipione Barbato che indica come nella terza guerra sannitica (298 -295 a.C. combattuta a Sentinum, oggi Sassoferrato nelle Marche) egli “soggiogò tutta la Lucania”, andando in contrasto con le fonti scritte, che lo vedono combattere a settentrione. Tuttavia, in questo raffronto fra più fonti, quello che va perseguito sempre è l’adozione di un principio metodico che Ettore Lepore indica come “autonomia delle evidenze”, evitando dunque di giudicare l’evento storico esclusivamente sul dato archeologico cadendo nel rischio di circolarità.
Nonostante il primato che le fonti scritte possiedono, esse sono anche le più “problematiche”, perché nell’ambito della storia romana disponiamo di meno fonti rispetto ad altri periodi (storia moderna e contemporanea); di alcuni autori antichi non possediamo che frammenti tramandati da altri (Cicerone stesso diceva “oscura è la storia romana”), e di nessuno dei più grandi storici latini o greci che hanno scritto di storia antica romana, l’opera è giunta intera; per alcuni periodi storici ci si affida a un unico “testis” (a volte pessimo) e non possiamo far valere il principio “unus, testis nullus”, e poi perché le fonti scritte/letterarie sono quasi sempre “orientate”, in esse subentra l’elemento della “soggettività” dell’autore, e viene a mancare l’attendibilità della fonte stessa.
Antiquaria e annalistica
Tra le opere storiche romane del passato, distinguiamo l’antiquaria e l’annalistica, alla prima appartengono tutte quelle opere di eruditi che presentano in modo diremmo oggi “scientifico”, dotte ricerche su vari aspetti, indagini accurate (prive di elementi soggettivi) su dati argomenti quali: storia naturale, istituzioni romane, lingua e lessico latino. Grandi autori di antiquaria furono Varrone, Plinio il Vecchio, Verrio Flacco, Pompeo Festo, Macrobio. Grazie a loro le nostre conoscenze su specifici argomenti sono chiare e soddisfacenti, oltre che assolutamente attendibili perché non presentano una narrazione di eventi.
L’annalistica invece si avvalse del supporto degli “Annales” che erano i registri dei pontefici massimi che anno per anno riportavano i nomi dei magistrati e i fatti più significativi dell’anno in questione: guerre, incendi, avvenimenti astronomici, carestie, pestilenze. Essi si presentavano come degli scarni elenchi, e su di essi i primi annalisti apportarono degli elementi narrativi, rimpolpando eventi sulla base non solo del proprio pensiero, ma anche rispondendo a un orgoglio nazionale tutto romano che minimizzava le sconfitte e ingigantiva le vittorie o a un orgoglio gentilizio (nella storia antica romana non esisteva evento degno di nota che non vedesse il coinvolgimento della gens Fabia).
Nel 130 a.C. il pontefice Mucio Scevola pubblicò gli “Annales Maximi” in 80 libri raccogliendo tutto il materiale degli Annales dei pontefici e da quel momento in poi questi non furono più pubblicati. Gli Annales dunque rappresentarono l’ossatura dell’annalistica che inizia sempre con l’origine di Roma. La lingua di questi primi prodotti fu il greco, perché destinati a un pubblico greco o che parlava greco (perché colto), e anche per controbattere la storiografia greco-punica.
A partire dall’epoca della 2° guerra punica (218-202 a.C.), si colloca la redazione delle prime opere storiche in forma letteraria. I primissimi annalisti, membri dell’aristocrazia, organizzarono le loro opere in ordine cronologico e furono:
- Fabio Pittore, sul quale siamo più informati rispetto agli altri, fu il più antico annalista, patrizio (gens Fabia) SENATORE, riteneva che il compito della STORIA fosse ESPRIMERE GIUDIZI e si espresse sulle guerre puniche indicando tra le cause l’ambizione personale dei generali cartaginesi;
- I senatori Cincio Alimento, Postumio Albino e il console Acilio che si scusò per eventuali errori di greco, che non era la sua lingua.
Sappiamo che anche Catone il censore scrisse un’opera “Origines” in LATINO in 7 libri, di cui solo un quarto si è salvato, dove approfondì l’origine di Roma ma anche le due prime guerre puniche (per esse, essendo lui contemporaneo ad esse, è fonte primaria, morì poco prima di vedere Cartagine rasa al suolo – come desiderava “Carthago delenda est”).
Fu autore di annalistica Tito Livio (epoca augustea) autore di “Ab Urbe condita”, dalla fondazione di Roma alla morte di Druso, un’opera immensa, la più estesa di tutta la letteratura latina, di cui solo un quarto si è salvata. Annalista fu Tacito, (sotto i Flavi) molto tendenzioso, il più avvincente ma con molti problemi di interpretazione.
La storiografia di Polibio, rappresenta un punto di snodo tra la storiografia romana e greca, per lui la storiografia esige IMPARZIALITA’ altrimenti è “favola vana”, deve avere per fine l’UTILE ed essere MAESTRA DI COMPORTAMENTO.
Monografie
Oltre all’annalistica e all’antiquaria, possediamo opere monografiche, che descrivono periodi limitati nel tempo. Il più grande rappresentante, e fortunato perché la sua opera si è salvata, è Sallustio Crispo, che ci ha lasciato due monografie:
- Sulla guerra Giugurtina (Bellum Jugurthinum);
- Sulla congiura di Catilina (Coniuratio Catilina).
Per lui la storia è maestra di vita, e dunque i due momenti storici, il primo di un cinquantennio a lui precedente, il secondo a lui contemporaneo, sono emblematici del momento di crisi di I sec a.C., ne La guerra giugurtina attacca l’immoralità dei senatori (lui è difensore dei Populares moderati) e nel La congiura di Catilina i cattivi costumi romani. Scrisse monografie in età augustea anche Asinio Pollione, la cui opera è purtroppo andata persa.
Fonti scritte/letterarie
Sono fonti scritte/letterarie le biografie, massimi rappresentanti: Plutarco (Vite parallele), Varrone (Imagines), Nepote (De viris illustribus), Svetonio (i 12 Cesari). Sono fonti scritte/letterarie le opere di oratoria, le memorie, i discorsi di occasione, le epistole. Per la prima categoria cito oltre a Cicerone, i discorsi di Catone e dei Gracchi.
Per le memorie (e autobiografie) cito gli atti militari di Scipione, l’autobiografia di Silla, i commentari di Giulio Cesare (De bello gallico e De bello civili), le Res Gestae di Augusto fatte incidere per sua disposizione testamentaria su due pilastri di bronzo davanti al suo Mausoleo a Roma, sappiamo da Svetonio che l’Imperatore Claudio scrisse un’autobiografia, da lui non apprezzata (la definì “pedante e di dubbio gusto”) purtroppo andata persa, insieme a tutte le opere che scrisse ma di cui conosciamo l’esistenza perché citate da altri autori (sugli etruschi, su Cartagine, su Augusto). Scrisse “Colloqui con se stesso” (in origine “A se stesso”) Marco Aurelio l’imperatore filosofo, un’opera straordinaria contenente pensieri su vari aspetti della vita. Anche un altro imperatore di IV sec d.C. Giuliano, detto l’Apostata, scrisse una delle più eccentriche opere realizzate da un Imperatore romano: il Misopogon (l’odiatore della barba) tanto amato da Leopardi.
Fra i discorsi d’occasione merita un posto di primo piano il Panegirico di Traiano scritto da Plinio il Giovane per Traiano Imperatore, in cui anche il suo aspetto fisico dà l’evidenza che egli “è un Imperatore”. Un po’ panegirico, un po’ biografia: l’Agricola di Tacito, uno scritto stile laudatio funebris per il suocero.
Per le epistole, sempre di Plinio il Giovane, il ricco epistolario che scambiò in vita con amici (con Tacito in cui descrisse minuziosamente la morte dello zio a seguito dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.) e con il Princeps Traiano (celeberrima quella in cui chiedeva ragguagli sul comportamento da tenere coi cristiani), anche Cicerone scrisse molte lettere, circa 900, ne scrisse Frontone e l’Imperatore Giuliano. Abbiamo lettere di Cornelia, madre dei Gracchi, tramandate da Nepote, sebbene la loro autenticità è controversa, rappresentano una fonte primaria perché scritte nel periodo successivo alle uccisioni dei due Gracchi e ben rappresentano il clima di tensione a Roma e le lotte fra optimates e populares. Tutte queste fonti (oratoria, memorie, discorsi, epistole) sono importantissime fonti primarie che ci comunicano informazioni dei tempi correnti vissuti dagli scriventi.
Fonti scritte, non letterarie sono gli atti processuali, le leggi, i testamenti e i documenti di varia natura (documenti d’archivio sono gli stessi ANNALES). Circa le leggi, molte furono tramandate in forma epigrafica sappiamo però che in origine non furono documenti epigrafici, è solo una circostanza casuale se alcuni di essi furono consegnati alla pietra o al bronzo. Abbiamo anche documenti in forma papiracea provenienti dall’Egitto o da luoghi con condizioni climatiche simili.
Fonti epigrafiche e papiracee
Per le fonti epigrafiche cito: le XII Tavole, purtroppo del tutto perdute nella loro forma originale (tramandateci parzialmente in forma letteraria da Cicerone, Aulo Gellio e Macrobio), l’elogio di Polla che ci dà importanti informazioni sulle disposizioni agrarie graccane e sulle prime rivolte servili, la tabula Hebana, sulle onorificenze postume a Germanico e le cinque centurie che avrebbero preso il suo nome aggiuntive a quelle dedicate a Lucio e Caio Cesare, il senatus consultum de bacchanalibus sui provvedimenti presi relativi ai baccanali, quello su Pisone padre, che definì le responsabilità di Pisone sulla morte di Germanico, la tavola bronzea di Lione (CLAUDIO) sulla concessione della cittadinanza ai notabili della Gallia Comata, la tabula Clesiana (CLAUDIO) che la concedeva alle popolazioni alpine, la lex de imperio Vespasiani (VESPASIANO), che formalizza i poteri del Princeps (con la clausola discrezionale), che sarà usata persino in epoca medievale da Cola di Rienzo per i suoi scopi politici, la tabula bronzea Veleia e quella Liguri Bebiani, sulle istituzioni alimentari, ideate da Nerva e formalizzate da Traiano. Tra gli atti processuali voglio citare quello del 177 a Cartagine relativo a sei cristiani che non vollero rinnegare la loro fede e furono condannati a morte dalle autorità romane.
Tra i papiri voglio ricordare l’elogio funebre per AGRIPPA voluto da Ottaviano Augusto, il papiro in cui Germanico rifiutava gli onori divini e chiedeva che non si compissero abusi e confische per il suo viaggio in Oriente, il PAPIRO di GIESSEN costitutio40 purtroppo mutilo, che ci tramanda in frammenti la Antoniniana voluta da CARACALLA (211-217) che prevedeva la concessione della cittadinanza a tutti gli abitanti dell’Impero esclusi i “dediticii” (forse barbari). Papiri erano usati anche per questioni meno solenni e più pratiche, come quello relativo al censimento di una donna comune che resterà vittima nella rivolta giudaica (132-6 d.C.).
Fonti numismatiche
Per la numismatica credo sia davvero complesso ridurre in poche righe quello che meriterebbe un capitolo a parte, ci tengo però a scrivere che con le monete si compì una vera e propria forma di propaganda e celebrazione/autocelebrazione di eventi e persone, nonché furono un importantissimo veicolo di messaggi per il popolo, in un’epoca in cui non esistevano i moderni mezzi di comunicazione, le monete assolvevano a dei veri e propri media. In epoca repubblicana venivano rappresentate per lo più guerre e vittorie, in epoca imperiale celebrati imperatori e le loro famiglie/gentes.
Così, ad esempio, troveremo monete con elefanti a ricordare le guerre tarantine e puniche in epoca repubblicana, mentre in epoca imperiale volti di imperatori di profilo. Durante la guerra sociale (90-89 a.C.) fu coniata una moneta dai ribelli che avevano stabilito uno Stato nello Stato, con capitale Corfinium poi Italia (Vitelia in osco), questa moneta riporta la parola “Italia” impressa. Celebre la moneta di Caligola delle “tre sorelle”: Drusilla, Agrippina, Livilla, rappresentate quali incarnazioni della Sicurezza, della Concordia e della Fortuna; sempre Agrippina apparirà nella moneta con il figlio Nerone nello stesso verso, visti di profilo. Una moneta molto significativa e propagandistica fu quella di Adriano (117-138 d.C.) rappresentante il rogo dei registri dei debitori, atto che volle lui stesso e che desiderava gli fosse riconosciuto.
Fonti architettoniche
Infine per quanto concerne le fonti architettoniche, vanno menzionati: insediamenti e necropoli (etrusche a Cerveteri e Tarquinia), templi (su tutti il Pantheon, fatto edificare da Agrippa in epoca augustea, poi distrutto da un incendio, riedificato – e modificato – per volere di Adriano e sopravvissuto più in avanti grazie a Bonifacio IV che lo mutò da templio pagano a chiesa cristiana), mausolei (quello di Cecilia Metella, quello di Augusto, quello di Adriano – a Castel Sant’Angelo – ma anche l’imponente mausoleo ad Adamclisi, in Romania, voluto da Traiano e celebrativo dei romani caduti in battaglia), mura (Serviane, Aureliane) valli (quello di Adriano e di Antonino), ma anche i resti di città antiche come Pompei, Ercolano e l’antica Sentinum (Sassoferrato nelle Marche) dove fu combattuta la “battaglia delle Nazioni” nel 295 a.C., o l’antica Brixia (Brescia) dove è conservata forse la più bella “Vittoria alata” di sempre. In Romania, dove furono combattute da Traiano le guerre daciche, ammiriamo la Tabula Traiana sulle sponde del Danubio, dove ancora permangono resti dei piloni di quel che resta del ponte sul Danubio progettato e realizzato in tempi record dal genio dell’ingegneria e dell’architettura: Apollodoro di Damasco. Ma anche ville (villa di Adriano), terme (quelle inaugurate da Caracalla), teatri (teatro Marcello), acquedotti, fori…
Non passa giorno in cui non vengano alla luce importanti reperti dell’antica Roma, siano essi mosaici, sculture, oggettistica, monete, o anche relitti del commercio transmarino con annesse anfore che contenevano vino o olio.
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