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Il capitolo della scoperta dell’italiano antico

I filologi fiorentini della seconda metà del '500

I filologi fiorentini della seconda metà del '500 hanno il merito di aver stabilito delle norme ortografiche che costituiranno dei punti fermi nella fissazione di uno standard per gli usi scritti. Essi depurarono i testi canonici due-trecenteschi dalle scorie che vi avevano depositato nel tempo i copisti e ciò che risultò da questo lavoro fu il fatto che la lingua utilizzata dagli autori del '300 per lessico, fraseologia e sintassi non è più sovrapponibile agli usi dell'oggi, pena il rischio di fraintendere il significato di cospicue porzioni dei testi antichi.

Vincenzo Borghini e il suo lavoro di revisione

Un vero e proprio iniziatore della filologia dei testi antichi fu Vincenzo Borghini, sotto la guida del quale cominciò un lavoro di revisione all’edizione del Decameron. Il suo lavoro si concretizzò nella pubblicazione delle Annotazioni e discorsi sopra alcuni luoghi del Decameron (1573). Questa edizione, pubblicata da Giunti, fu definita dei "Deputati" e oltre a Borghini, facevano parte del gruppo di revisori Guicciardini, Antonio Benivieni e Bastiano Antinori.

Il Decameron era stato incluso, secondo le disposizioni del Concilio di Trento, nell’indice dei libri proibiti. Nel 1582 fu pubblicata una versione dell’opera censurata delle parti ritenute oscene o contrarie ai dettami religiosi a cura di Leonardo Salviati, autore degli Avvertimenti della lingua sopra il Decameron. Borghini eliminò dal testo le interpolazioni operate dai copisti, che spesso banalizzavano il testo proiettando nelle loro scelte un post boccacciano, valutò il grado di attendibilità, raggruppò testimoni sulla base di alcuni passi scelti per la loro difficoltà.

La consapevolezza della lingua antica

Borghini non si occupò solo del Decameron, ma anche dell'edizione del Novellino e stese una fitta rete di osservazioni sulla cronica di Giovanni Villani. Con Borghini si acquisisce la consapevolezza che esiste una "lingua antica" con caratteristiche – soprattutto sintattiche e lessicali – diverse da quella moderna. Per recuperare la vera lingua trecentesca occorreva guardare ai testi antichi come linguisticamente diversi, portatori di alterità piuttosto che di consonanza con gli usi correnti ai nostri tempi.

La sintassi del '300 e il lavoro di Borghini

Borghini si interessò molto alla sintassi del '300. Nelle Annotazioni decameroniane individua i molti costrutti anacolutici presenti nel testo (un vezzo della nostra favella), e riflette anche sull’uso della congiunzione “che”, ripetuta dopo una subordinata incidentale o usata per introdurre una completiva all’infinito, ma anche sull’è accentata con l’infinito. Nonostante l’importanza del lavoro filologico di Borghini, solo nel '600 si cominciò a percepire una più chiara distinzione non più basata su criteri di restauro filologico, ma su una più avvertita coscienza di stadi diacronici antagonisti.

Il vocabolario degli Accademici della Crusca

Fino alla seconda metà dell’‘800, il vocabolario della Crusca è stato un punto di riferimento per la lessicografia italiana e non solo; infatti, anche il Dictionnaire de l’Académie française inizialmente fu progettato sul modello della Crusca. Fino alla pubblicazione del Dizionario della lingua italiana di Niccolò Tommaseo e Bernardo Bellini, ha rappresentato il repertorio più importante per la storia del lessico italiano, fondato su un canone e una traduzione di autori prevalentemente, anche se non esclusivamente, toscani.

Critiche e polemiche sul vocabolario della Crusca

L’opera fu caratterizzata da critiche e polemiche dalla prima alla quinta edizione (del 1923, sospesa alla lettera “o”, alla voce “ozono”), soprattutto per l’impostazione arcaizzante e toscanista che ne era alla base. A tal proposito possiamo distinguere due diversi tipi di obiezioni:

  • Critiche di tipo interno: soprattutto da parte di letterati, per il fatto che nel Vocabolario mancano parole che hanno attestazioni anche presso autori di grande prestigio o perché voci e definizioni non sono più correnti.
  • Critiche di tipo esterno: da parte di intellettuali, scienziati, giuristi, per la mancanza di termini specialistici, ma anche di vocaboli della sfera intellettuale, entrati a far parte della lingua corrente.

La nascita dell'Accademia della Crusca

L’accademia della Crusca nasce nel decennio 1570-80, quando alcuni intellettuali fuoriusciti dall’Accademia fiorentina decisero di riunirsi discutendo su argomenti di poca importanza (“cruscate”) in contrapposizione agli argomenti seri, di tipo filosofico dell’Accademia fiorentina. Nel 1582 entrò a far parte del gruppo Leonardo Salviati che fece prevalere i propri interessi linguistici, prescrittivi e marcatamente filotrecentisti. Proprio con Salviati vengono stabiliti alcuni criteri-guida che si riflettono nella simbologia e nel nome prescelto:

  • Separare il fior di farina (la buona lingua) dalla parte impura (la crusca, appunto);
  • Simbolo dell’Accademia sarà il frullone, strumento che serviva per separare la farina dalle impurità, a cui allude anche il motto prescelto (il più bel fior ne coglie), ripreso da un verso del Petrarca, che si riferiva all’operosità degli anni giovanili che raccolsero il miglior frutto.

Edizioni del vocabolario della Crusca

Intorno al 1590, l’attività dell’Accademia fu finalizzata alla compilazione del Vocabolario. Decisiva fu l’influenza di Borghini (che cruscante non era e tra l’altro era morto nel 1580), mediata da Salviati, ossia di studiare tutta la lingua dei trecentisti fiorentini, non solo quella dei grandi autori, presupposto che segna la differenza con Bembo, per il quale aveva valore solo la lingua di un numero limitato di autori.

Prima edizione del vocabolario

La prima edizione uscì a Venezia, nel 1612, in un volume unico di grande formato. Il corpus del vocabolario era costituito da opere di grandi trecentisti toscani (Dante, Petrarca, Boccaccio) o, in mancanza di attestazioni trecentesche, i compilatori ricorrevano ad autori toscani dei secoli successivi (Lorenzo de Medici, ad esempio).

Seconda edizione del vocabolario

La seconda edizione uscì sempre a Venezia, nel 1623, e accoglieva proposte di correzione come, ad esempio, quelle di Tassoni.

Terza edizione del vocabolario

La terza edizione, importante, fu pubblicata in tre volumi a Firenze, nel 1691. Furono inseriti termini tecnici e scientifici, uno dei settori meno curati dalla Crusca. Furono aggiunti una cinquantina di autori moderni esclusi nelle edizioni precedenti (Tasso, Galilei, Pallavicino, ecc.). Tuttavia, vi entrarono a far parte anche false attestazioni trecentesche. Rispetto ai lessici cinquecenteschi, la Crusca evita di inserire trattazioni di tipo grammaticale all’interno della voce. Notevole cura viene riservata alla definizione mediante uno o più sinonimi. Vengono registrati come voci autonome solo i participi equivalenti a un nome pieno.

Defetti del vocabolario della Crusca

Tuttavia, non mancano difetti, tra cui la genericità di alcune definizioni (soprattutto per termini zoologici e botanici) e in particolare il fatto di fondarsi su un corpus trecentesco e non sull’uso corrente, per cui il lemma arcaico era l’esponente principale e la forma corrente un semplice rinvio. Esempi: da “accarezzare” si rimanda a “careggiare”, da “duellante” a “campione”. Al di là dei difetti, il Vocabolario della Crusca ha il merito di aver fissato in una forma tendenzialmente stabile l’aspetto grafico di molte parole ancora oscillanti negli usi cinquecenteschi. Da questo punto di vista, gli Accademici useranno, normalmente, le scelte ortografiche di Salviati, ad esempio:

  • Uso dell’“h” etimologica in parole come “huomo”;
  • Grafia con “zi” per “vizio”, “lezione” (e non ovitio, letione);
  • Grafie stabili nelle doppie (fabbro, fabbrica).

Alessandro Tassoni

L’atteggiamento critico nei confronti della Crusca può essere esemplificato nelle diverse postille che Alessandro Tassoni, accademico egli stesso, oppose alle prime due edizioni del Vocabolario. La sua critica, coeva a quella di Paolo Beni, è rivolta essenzialmente alle scelte arcaizzanti e fiorentiniste degli accademici. Per Tassoni, come per Beni, la Crusca rappresentava l’incarnazione di una tradizione linguistico-letteraria non in sintonia con l’attualità. Spiccata è l’insofferenza, ad esempio, verso parole arcaiche ritenute non più utilizzabili negli usi correnti, per esempio: colla per fune, dibottamento per dibattimento, mortadello (come diceva Boccaccio) per mortadella. Tassoni non si limitò a confutare le scelte della Crusca, in alcuni casi aggiunse voci o scrisse una def.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Luigicadm di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dell'italiano letterario e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi L'Orientale di Napoli o del prof Corrao Maria Francesca.
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