Storia della filosofia medievale
Agostino di Ippona
S. Agostino nasce a Tagaste, aderisce al Manicheismo, una setta religiosa dedicata al dio Mani che prevedeva una realtà divina dualista, una continua lotta tra luce e tenebre, tra un dio e un anti-dio.
Una volta giunto a Milano, conosce S. Ambrogio, il quale lo aiuta nella sua conversione facendolo avvicinare alle Sacre Scritture. Studia filosofia, in particolare quella neoplatonica con le Enneadi di Porfirio.
Tra le sue prime opere vi sono le controversie contro i manichei, i donatisti e i pelagiani.
I primi sostenevano l’esistenza del bene e del male come luce e tenebre, dio e anti-dio, e vedevano il mondo come un carcere. Agostino critica la dottrina del dualismo e rilegge la Genesi dando un nuovo valore alla creazione.
Contro i donatisti, Agostino critica la teoria della non validità dei sacramenti nei confronti di quei cristiani lapsi che furono costretti a rinunciare alla loro fede per salvarsi dalle persecuzioni.
Contro i Pelagiani, viene contrastata la teoria della grazia divina fosse elargita nei confronti degli uomini solo perché essi volontariamente vivono i comandamenti. Agostino asserisce che la grazia è dono di Dio e non merito dell’uomo.
Il tema centrale di Agostino è la grazia divina.
Egli in un primo momento segue la filosofia nel ricercare la felicità dell’uomo, per questo riprende la filosofia greca e segue l’otium filosofico. Afferma che ogni uomo deve tendere alla felicità e il mezzo per raggiungerla è la filosofia, la ragione, l’equilibrio, tuttavia, essa permette di raggiungere la felicità solo ad un esiguo numero di persone.
A questo problema dell’efficacia, Agostino preferisce la religione, che ha potere di salvare e rendere felice più persone. La differenza è quindi quantitativa.
Nella fase cristiana, Agostino afferma che la vera felicità non è data dalla filosofia, ma dalla fede in Dio, unico e vero autore della vita. È a Lui che bisogna tendere, alla vita eterna.
Come raggiungere la vita eterna? Attraverso la salvezza che non è destinata a tutti.
Agostino chiarisce bene il concetto di salvezza e predestinazione della grazia di Dio. Egli afferma che l’uomo è immerso nel peccato e che non può fare a meno di peccare, questa condizione di peccato scaturisce dal peccato originale che lo ha reso corruttibile e peccatore. Solo quegli uomini eletti saranno in grado di raggiungere la vita eterna e ritrovare l’incorruttibilità del corpo e la felicità.
Chi sono gli eletti? Sono uomini scelti da Dio in base ai loro comportamenti, Dio li sceglie già in origine, in quanto attraverso la prescienza di Dio, egli sa in principio chi sarà eletto o meno. Coloro che scelgono invece di peccare, sono gli uomini che preferiscono le colpe, che dinanzi alla fede, dono di Dio, scelgono il peccato. L’uomo è comunque libero.
Importante per Agostino è il comprendere. “Credo ut intelligam, intelligo ut credam”, Agostino afferma che la ragione è utile per conoscere la natura e le scienze, ma da sola non riesce ad arrivare al vero fine della conoscenza. Solo grazie alla fede, la ragione può conoscere e comprendere le cose.
Ogni sapere scisso dalla fede è inutile, fede e rivelazione uniti alla ragione permettono di comprendere i fini di ogni scienza e della religione.
Per questo distingue tra scientia e sapientia, la seconda è il Verbo di Dio, la prima è soltanto uno strumento per arrivare a comprendere con la fede il Verbo, se essa è usata in modo puramente razionale non porta da nessuna parte. Agostino distingue tra segni e cose. I primi rimandano a qualcosa, i secondi sono le cose in sé. I segni sono divisi in naturali e intenzionali, quest’ultimi sono importanti per comprendere le Scritture.
Agostino riprende Plotino nel suo discorso sull’anima e Dio. Secondo Agostino, infatti, l’anima, meno mutabile dei corpi, riesce a leggere dentro di sé delle verità intelligibili e che provengono da qualcosa che trascende la ragione. Da qui si ha il doppio movimento dell’anima, che trascende dal corpo per rientrare in sé e poi trascendere verso l’alto.
Per Agostino, come per il medioplatonismo, Dio è stabile, puro e sussistente come il Nus, e le idee non sono indipendenti da Dio ma sono in Cristo e quindi in Dio. Pertanto, il fatto che l’anima contiene verità apprese da qualcosa che trascende Dio deve esistere per forza. L’anima riesce a leggere le verità perché è immagine di Dio e noi cogliamo le verità perché l’anima è illuminata dal lume di Cristo.
Nel De Trinitate, l’anima reca in sé i segni di Dio. Ex. è la triade essere-conoscere-volere o mente-conoscenza-amore.
Per Agostino la questione del tempo è ripresa nell’esegesi della Genesi, egli afferma che Dio è fuori dal tempo, il tempo è qualcosa legato e creato da Dio con la creazione del mondo, noi siamo nel tempo, la nostra anima è nel tempo ed è anello tra passato e futuro, il male è nel tempo come privazione del bene, ma Dio no. Il tempo è distensione dell’anima.
Per questo motivo, la creazione è atemporale, in essa Dio semina le ragioni seminali, ovvero come i semi, Dio sparge nel mondo le ragioni di tutti gli enti che a loro volta cresceranno, alcuni sono riservati nella sua prescienza per spiegare i miracoli. Il male non viene da Dio, ma è presente nel mondo a causa dell’agire immorale dell’uomo che volontariamente sceglie di non compiere il bene. Il male è privazione del bene.
La presenza del male nella storia fa introdurre la Città di Dio, un’opera che scandisce la storia dell’uomo come la storia della Rivelazione con una visione lineare e non ciclica. Agostino vede due città: quella di Dio fatta dagli eletti e dalla Chiesa invisibile e quella degli uomini peccatori e dannati a causa dei loro peccati. Per Agostino, la Chiesa odierna è in cammino verso la città di Dio.
Pensiero medievale
Il Medioevo è caratterizzato da un tempo di sperimentazione e di sviluppo socio-culturale. Convenzionalmente comprende i secoli che vanno dal 476 d.C. al 1492.
Geograficamente è suddiviso in 4 ambienti:
- Mondo greco-bizantino: impero romano d’oriente con scuole filosofiche ancora attive.
- Mondo arabo-islamico: è quello più produttivo culturalmente, conserva la tradizione filosofica e la diffonde nel Mediterraneo.
- Mondo ebraico: a causa della diaspora, è costretto a diffondersi per tutto il bacino mediterraneo e apprende nuove culture e lingue.
- Mondo latino-cristiano: rivive grazie a Carlo Magno e alla cultura araba.
In questo periodo erroneamente considerato buio, si ha un pieno sviluppo della cultura e della società umana grazie alla mediazione del mondo arabo. Agli arabi va data la riconoscenza di aver tradotto dal mondo greco la filosofia e le opere letterarie e averle trasmesse al mondo latino grazie agli scambi commerciali e culturali.
Infatti, nel mondo latino fino al XII secolo, la filosofia era limitata al sapere teologico, solo con gli arabi e la formazione della scolastica e delle università si ha una nuova e viva diffusione filosofica. Nelle università, si ha un nuovo metodo di insegnamento che diventa pubblico e non privato, con la nascita del filosofo di professione, basato sulla disputatio e questio. La seconda è la questione, ovvero la lezione vera e propria su un tema dibattuto, la prima è la questione e il dibattito su temi aperti.
Severino Boezio
Severino Boezio vive in un contesto sociale difficile, a causa delle invasioni e del crollo dell’Impero Romano, egli vive una instabilità sociale ma soprattutto culturale. Tuttavia, nonostante la mancanza di circolazione dei testi, egli ha la possibilità di studiare grazie ad un precettore e tenta di conciliare la filosofia con la fede cristiana.
Divide le arti liberali in base al trivio e quadrivio e traduce numerose opere greche, le quali insieme ai suoi scritti di logica vanno a costituire la Logica Vetus, la logica diffusa in occidente prima della riscoperta dei testi aristotelici.
Boezio affronta la questione degli universali, commentando l’Isagoge di Porfirio. Porfirio si chiedeva se genere e specie fossero realtà sussistenti, corporee o incorporee, unite o divise nella materia. Egli arriva a spiegare che specie e genere fossero separati, approcciandosi ad una visione realista.
Ex. Platone e Socrate appartengono alla stessa specie e al genere animale, così come Snoopy e Pluto sono della stessa specie e appartengono allo stesso genere di Platone, seppur in un grado diverso. Entrambi sono animali, ma Socrate e Platone sono razionali. Questa visione realista pone gli universali come realtà sussistenti, a differenza di Aristotele che li figura come concetti.
Boezio, per evitare il nominalismo, riprende Aristotele, dicendo che genere e specie sono semplici concetti, ma non sono neanche sussistenti. Boezio arriva a dire che genere e specie non esistono separatamente, esistono individui, solo nel pensiero, possono essere separati dai corpi e raggruppati per somiglianza.
Boezio preferisce un realismo moderato.
Poiché Boezio avvicina la filosofia alla fede, tenta di attribuire con il De Trinitate, le categorie aristoteliche sostanziali a Dio, affermando che quando diamo un aggettivo a Dio, è solo una parte della sua qualifica, poiché Egli è il vero concetto di quell’aggettivo. Ex. Dio è giusto, ma Dio incarna tutta la giustizia.
Con “Sulle ebdomadi” Boezio riprende gli assiomi e il concetto di partecipazione. Ogni cosa è buona ma non in tutti gli aspetti, pertanto deve tendere sempre alla causa prima, al Bene che l’ha creata, deve partecipare ad esso.
In quest’opera vi è un importante assioma “l’essere e ciò che è sono diversi”. Di fronte a questo assioma molte sono le spiegazioni perché in Boezio manca ancora una chiara distinzione tra essere e ciò che è, e se è riferito al reale o all’intellegibile. Per Vittorino, Boezio può intendere la cosa con una visione neoplatonica. L’Uno è perché partecipa all’essere e ne è causa, e allo stesso tempo non è perché è al di fuori dell’essere.
Con l’ultima opera “La consolazione della filosofia” Boezio riprende un concetto caro agli antichi, la filosofia, la conoscenza e la razionalità, la sapienza sono la vera felicità dell’uomo. La filosofia non è soltanto conoscenza ma è uno stile di vita. La privazione della conoscenza, la sua ignoranza, porta al male.
Boezio affronta il tema del tempo di Dio, afferma che Dio è atemporale, assenza totale del tempo, e la prescienza di Dio che è conoscenza dei fatti perché essi accadono, non perché devono accadere. Qui Boezio sottolinea la libertà dell’uomo.
Capitolo XIV
Con la morte di Boezio, il mondo latino e greco entrano in una crisi filosofica profonda. Infatti, a causa delle invasioni e del crollo del mondo romano, la cultura e le scuole filosofiche vengono chiuse e abbandonate. Nella cultura la filosofia viene tralasciata per far spazio alla teologia e alle questioni cristologiche.
Tuttavia, vi sono delle eccezioni che faranno vivere, seppur in maniera molto vaga, il neoplatonismo con Pseudo Dionigi Areopagita e Giovanni Scoto.
Pseudo Dionigi Areopagita
Anticamente confuso con il greco convertito da Paolo nell’Areopago, si scopre che filologicamente, i suoi scritti risalgono alla metà del 500, nel pieno conflitto teologico dei concili cristologici.
È discepolo di Proclo, ne riprende la trascendenza assoluta di Dio, che è superiore alle intelligenze e alle altre cose. Per la sua assoluta superiorità di Dio si può soltanto parlare in modo negativo, dicendo ciò che Egli non è. Si parla di teologia apofatica.
In realtà, egli afferma che di Dio si deve parlare negando sia le affermazioni che le negazioni e individua tre gradi:
- Via affermativa: parla di Dio in modo improprio a partire dalle sue creature.
- Ex. Dio è essere e bene.
- Via negativa: negando tutti i contenuti e i nomi ricavati dalle sue creature.
- Ex. Dio non è essere e bene.
- Via superlativa: negando le negazioni si riconosce che Dio è superiore a tutto.
- Ex. Dio non è non essere e non è non bene. Egli è il sommo bene e il super essere.
Molti neoplatonici dicono che la via negativa sia migliore di quella affermativa perché Dio non può essere pensato o gli si può attribuire qualcosa che è del mondo intellegibile.
Questa assoluta trascendenza è contrastata da due fattori:
- Dio crea il mondo e ha una relazione con esso.
- Dio si è rivelato nella Scrittura all’uomo-Dio, pertanto si manifesta al mondo e per il mondo e ammette la via affermativa e negativa.
Giovanni Scoto Eurigena
Di origine irlandese, riprende la teoria della predestinazione di Agostino e ne rivaluta le tesi. Con il suo De divina praedestinatione, ridimensiona il concetto stesso di dannazione, eliminando l’idea ontologica del male. Per Scoto Eurigena, Dio non punisce nessuno e l’inferno è ridotto nella sua importanza.
Scoto scrive la sua opera più importante il De divisione naturae, con una forma di dialogo tra il maestro e il discepolo sul parallelismo tra ordine logico e ordine ontologico, tra pensiero e realtà. La chiave di lettura è la dialettica, che esamina il pensiero e il suo modo di procedere.
Scoto individua nella natura il termine che ci permette di individuare nell’universo ciò che pensiamo e ciò che può essere pensato. Per comprendere l’universo con questo termine, esso deve essere associato al verbo creare, avremo così:
- Natura che non è creata e crea, coincide con Dio.
- Natura che è creata e crea, si avvicina al mondo neoplatonico delle forme, e che Scoto individua come il Logos, dove in Esso le cose sono create.
- Natura che è creata e non crea. Sono le cose sensibili, temporali e eterne, dalla semplicità alla molteplicità. Si tratta di manifestazioni delle idee divine, teofanie che l’uomo può cogliere e comprendere.
- Natura che non è creata e non crea. Ovvero ogni cosa ritorna a Dio e Dio è pienamente in tutto.
Dio non punisce nessuno, l’unica punizione è riservata a coloro che non ritornano a Lui e restano in confusione.
La sua filosofia è vista come panteismo, dove tutte le cose sono in Dio.
Capitolo XV
Mentre l’Occidente è impegnato con le dispute teologiche e le invasioni, in oriente, in particolare nel mondo arabo si assiste ad un grande sviluppo della cultura e della filosofia greca. Gli arabi tra l’VIII e il IX secolo, per volontà dei califfi abbasidi traducono e fanno propria la cultura greca per dare una valenza razionale alla fede islamica. Nascono i falsifa arabi e la lingua araba diviene la lingua principale della cultura orientale.
Dalla filosofia aristotelica e neoplatonica, l’islam arricchisce la sua idea di Dio. Egli è la causa prima che crea e dà movimento e l’essenza alle cose, è l’essere assoluto che pensa a sé e alla creazione. Con l’assunzione filosofica, la religione araba si avvicina alla tradizione peripatetica, ovvero all’insegnamento di Aristotele.
Di tradizione neoplatonica sarà il Libro delle Cause, attribuito ad Aristotele, ma in realtà di Proclo, spiega Dio come causa e movimento di tutto.
Vedi APPROFONDIMENTI filosofia araba
Ibn Sina Avicenna
Avicenna opera e si forma in Asia centrale dove vi sono numerose biblioteche e fonti da cui apprendere. È medico e maestro (IBN), è costretto a viaggiare per l’Asia centrale a causa delle guerre di religione, tra le opere ricordiamo Il Libro della Guarigione e Canone.
Segue Aristotele, ma è vicino anche al neoplatonismo. Nel Libro della Guarigione divide la scienza in 4 parti principali comprendendo le parti matematiche.
A differenza di Aristotele, egli individua una nuova concezione di metafisica e del suo soggetto-oggetto.
Avicenna reinterpreta il testo aristotelico sulla base dei criteri epistemologici: ogni scienza non può dimostrare il suo soggetto in quanto per farlo esso deve essere o già evidente o essere già dimostrato. Su questo criterio quindi, né Dio né le cause possono essere soggetto della metafisica. Infatti l’esistenza di Dio non è evidente né dimostrata.
Il soggetto della scienza è l’ente in quanto ente. Dio e le cause saranno l’oggetto della metafisica, ciò che deve essere ricercato, le questioni.
Avicenna risponde anche al concetto di immaterialità della metafisica, il soggetto della metafisica, l’ente non è immateriale in senso stretto, ma non richiede la materia per la sua definizione. L’ente può essere materiale e immateriale, precede e include le diverse definizioni di ente.
Avicenna tratta anche gli universali, e si pone la domanda tra essenza e esistenza, esiste o no? Che cos’è? L’ente è.
La differenza è che posso sapere che un ente può esistere, e dipende dalla sua esistenza, ma com’è l’ente, dipenderà dalla sua essenza. Per Avicenna l’essenza di una cosa esiste in sé stessa e non è né universale né particolare. Essenza ed esistenza non sono realtà diverse ma intenzioni diverse della stessa realtà, possono essere considerate separatamente.
Ex. L’umanità di x è uguale all’umanità di y, ma se dico che l’umanità propria di x è = a quella personale di y è sbagliato.
Perché ciò che è comune è il fatto che rispondano a
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