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L’italiano come gamma di varietà

Le varietà dell’italiano

Pellegrini: il primo a classificare le varietà dell’italiano contemporaneo. Riconosce nel repertorio verbale di un parlante italiano medio quattro “registri espressivi”: dialetto, koiné dialettale, italiano regionale, italiano standard. Italiano regionale = l’ampia gamma di fenomeni compresi tra l’ita letterario e il dialetto. Schema che si pone sull’asse diafasico.

In Italia la prima fonte di diversificazione degli usi è legata alla distribuzione geografica. Asse diatopica. Poi in secondo luogo asse diafasico e diastratico e anche diamesico, considerato anche come facente parte dell’asse diafasico.

Molti altri autori hanno tentato una classificazione.

Mioni (1975): sull’asse diafasico. Italiano aulico, italiano parlato formale, italiano colloquiale-informale. Mioni mette relazione con lo strato sociale dei parlanti: borghese padroneggia tutte e tre, piccolo borghese solo la 2 e 3, contadino solo 3.

Mioni (1979): introduce dimensione diatopica e diastratica. It. comune, it. comune regionale, it. regionale, it. regionale popolare. Come prima le competenze del parlante dipendono dalla sua classe sociale.

Mioni (1983): denomina quelle 4 varietà in modo diverso: standard formale, standard colloquiale-informale, it. regionale, it. popolare regionale.

De Mauro (1980): it. scientifico, it. standard, it. popolare unitario, it regionale colloquiale. Su tutte e tre le gamme di variazione. Schema che va bene per il lessico, non per la pronuncia.

Sanga (1981): otto. It. anglicizzato, it letterario, it regionale, it colloquiale, it burocratico, it popolare, it dialettale, italiano-dialetto. It anglicizzato presenta termini e lessico europeo dotto, usato dall’alta borghesia in contesti internazionali. It burocratico scritto artificioso dei ceti medi del terziario. Problemi del modello: asse diafasico, diat, diastr troppo mescolati. Ita anglicizzato potrebbe essere una sottovarietà sull’asse diafasico, no una varietà. Ita-dialetto non va bene, è un modo comunicativo con frequente commutazione.

Trumper e Maddalon (1982): distinzione tra scritto e orale. Due sottorepertori. Per lo scritto: it standard, it sub-standard, it interferito sub-standard. Per l’orale: it regionale formale, it. regionale informale, it regionale trascurato fortemente interferito. Non esiste secondo loro un ita standard orale perché nessun parlante presenta una pronuncia avulsa da tutte le compromissioni regionali. Questo però crea un problema come crea problema pensare che non possa esserci un ita scritto con qualche influenza regionale.

Sabatini (1985): it standard, ita dell’uso medio, categoria che finora non era stata riconosciuta, it regionale delle classi istruite, it regionale delle classi popolari. Sull’asse di tutte e tre le categorie dia.

Sobrero, Romanello (1981): classificazione diversa da quelle viste finora. Solo due entità: it comune e it regionale. A ciascuna vengono attribuite due fasce, alta e bassa.

Comunque, rimane assai difficile delineare un quadro certo della situazione italiana. Secondo Berruto è fondamentale tenere in conto per prima la dimensione diatopica, solo in secondo luogo quella diastratica. Quindi prima di tutto riconoscere l’esistenza degli italiani regionali, poi attribuire l’etichetta colto o popolare. La dimensione diafasica va tenuta separata perché riguarda il singolo individuo parlante e taglia le dimensioni geografica e sociale.

L’architettura dell’italiano contemporaneo

Tentativo di descrizione a partire da uno schema. Tre premesse:

  • 1. Tenere separate le varie dimensioni di variazione ma tenere conto che si intersecano.
  • 2. Diatopia ha un ruolo primitivo, quindi può essere messa nello sfondo come un a priori.
  • 3. Considerare la diamesia.

Il modello presenta un centro, fatti unitari, e una periferia che raccoglie i fatti non unitari, devianti dalla norma.

Diamesia: dal polo scritto scritto a sx al polo orale parlato parlato a dx.

Diastria: dal polo “alto” in alto, al polo “basso” in basso.

Diafasia: dal polo formale-formalizzato in alto a sx, al polo informale in basso a dx.

Dal centro verso l’alto aumenta il carattere non standard, dal centro verso l’alto il carattere sub-standard. In queste assi si possono aggiungere diverse varietà, come l’ita familiare al lato opposto di quello burocratico sull’asse diafasico. Il riconoscimento della dimensione diamesica come autonoma è in dubbio ancora. L’opposizione tra scritto parlato non è riconducibile completamente all’opposizione formale informale. Il parlato formale può essere più formale dello scritto informale. Il centro dell’italiano non corrisponde con il centro dello schema, l’ita standard è più spostato in alto a sx perché la lingua si è modellata sull’uso scritto, letterario, aulicizzante.

Abbiamo considerato diverse varietà che non vanno considerate tutte sullo stesso piano di importanza.

1. L’ita standard, quello letterario non è marcato né diatopicamente né diafasicamente manifesta una lieve marcatura diastratica perché lo parlano solo un piccolo gruppo di élite intellettuali, ha anche una sfumatura diatopica dato che rimanda a una base fiorentineggiante.

Il centro è costituito da due varietà per tenere conto della situazione attuale.

2. L’italiano neo-standard: lo standard italiano sta assorbendo tratti finora sub-standard e avvicinando lo scritto al parlato. È sensibile alla dimensione diatopica sarebbe un italiano regionale colto medio. Sono etichette sinonimiche.

Importanti 3 e 4, ita parlato colloquiale e ita popolare regionale. Sono vicine al centro e il centro si va avvicinando verso loro. Molti tratti di questa varietà stanno perdendo marcatezza. Tendenza simmetrica dell’ita neo-standard ad accogliere tratti sub-standard dell’it popolare.

3. Ita parlato colloquiale: varietà marcata in diamesia, e in diafasia. È la varietà della conversazione ordinaria. Marcato in diatopia bisognerebbe parlare di it regionale parlato colloquiale.

4. Ita regionale popolare: varietà diatopica, anche qui si dovrebbe parlare di regionale. Un ita è regionale è tanto più popolare quanto più marcato da inflessioni dialettali, peculiarità locali. Sull’asse diastratico è l’ita dei parlanti poco colti o incolti.

5. Italiano informale trascurato: varietà più bassa in diafasia, no controllo e attenzione dell’elocuzione. Minima codificazione morfosintattica, massima sensibilità della pronuncia alle regole di allegro.

6. Ita gergale: varietà colloquiali espressive di particolari gruppi di utenti. Presenza di lessico peculiare. Serve per:

  • 1. Affermare e rinforzare senso di appartenenza al gruppo.
  • 2. Manifestare contro cultura o anti cultura.
  • 3. Non farmi capire dai membri estranei al gruppo.

Linguaggi giovanili, gerghi studenteschi ecc... gruppi di parlanti che si trovano a condividere esperienze.

Qui vicino potrebbe starci l’ita familiare: varietà di chi vive insieme, amici, nuclei familiari che presentano usi peculiari del gruppo seppur privi di quei caratteri di forte sottolineatura identitaria.

7. Ita formale aulico: max elaborazione morfosintattica, semantico-lessicale, testuale. Ita formale aulico usato in situa pubbliche.

8. Ita tecnico scientifico: impiegato per temi specializzati, sul lato dei sottocodici. Accanto ad essi andrebbero poste le lingue speciali. Fortemente caratterizzate dal lessico.

9. Ita burocratico: molto vicino a quello aulico accentua tutte le caratteristiche delle due categorie sopracitate.

Continua.

Natura dei rapporti tra varietà

Come vanno intesi i rapporti fra le varietà che abbiamo isolato e descritto? Rispondere non è facile. Molti usano la nozione di continuum.

Continuum = insieme di varietà tale che vi siano due varietà estreme facilmente riconoscibili e una gamma di varietà intermedie che sfumano lentamente l’una nell’altra. La nozione è nata per descrivere il continuum dialettale: una serie di dialetti imparentati tale che i dialetti adiacenti siano comprensibili fra di loro mentre non lo sono quelli alle estremità. Dialetto A comprensibile con B, B con C ma A non con M per es.

Spostandoci in uno spazio di variazione che non è più geografico ma sociale il criterio della comprensibilità non funziona più perché per esempio tutte le varietà dell’ita sono reciprocamente comprensibili. Infatti questa nozione in ita si usa per:

  • 1. Mettere in discussione la nozione strutturalista di “sistema”.
  • 2. Mettere in evidenza come tra una varietà e un’altra non vi sia un confine netto ma uno sfumare sfrangiato.

La nozione di continuum in generale sembra però presentare dei problemi. Se a prima vista sembra implicare semplicemente l’assenza di confini categorici tra le varietà ad esempio non si capisce perché dovrebbe essere fondamentale il requisito della presenza delle due varietà estreme perfettamente riconoscibili. Si dà comunque per scontato che agli estremi vi siano la varietà più alta e la varietà più bassa.

Inoltre, le applicazioni che sono state fatte ne presuppongono un contenuto più ricco. Studi di creolistica hanno dato una versione più forte del concetto di continuum. DeCamp ha notato che il continuum non può essere ricondotto né a un trattamento in termini di un solo sistema linguistico né a un trattamento in termini di due sistemi linguistici. Esso è caratterizzato da nozioni di implicazione, che il numero dei tratti variabili è limitato, e che dati due campioni di discorso che differiscono è di solito possibile trovare un terzo livello intermedio.

Bickerton: ha postulato un continuum che va dal basiletto, varietà bassa, all’acroletto, varietà alta, attraverso una successione di mesoletti, che rappresentano l’unica strada possibile per i parlanti che vogliono migliorare la loro lingua. Solo un’unica catena di varietà collega il basiletto e l’acroletto, vi è in sostanza una linearità, e questo rende la nozione di continuum molto specifica.

Non sembra che questa nozione di continuum come è stata applicata ai creoli possa essere buona pure per l’italiano. È vero che in ita vi siano due varietà che formano gli estremi del continuum ovvero ita e dialetto ma è vero pure che le varietà afferenti all’ita sembrano a tutt’oggi discrete rispetto a quelle afferenti al dialetto. Poi un continuum di varietà italiane non è lineare ma multidimensionale.

Comunque ci sono degli aspetti del continuum che possono essere applicati all’italiano. Per capire quali possiamo dividere intanto il continuum in 4 categorie:

  • 1. Continuum generico, insieme di varietà non discrete non orientato;
  • 2. Un continuum con “polarizzazioni”, varietà discrete orientato dal polo alto al polo basso, con varietà ben definite agli estremi.
  • 3. Continuum con “addensamenti”, insieme di varietà non discrete, orientato ma non polarizzato, in cui le diverse varietà coincidono con addensamenti, gli addensamenti principali possono trovarsi anche non agli estremi del continuum.
  • 4. Un gradatum, costituito da varietà almeno in parte discretizzabili.

Il tipo C è quello che si addice alla situazione italiana. L’orientamento del continuum dipende dal fatto che si va dagli usi alti a quelli bassi, le varietà abbastanza riconoscibili anche se conservano aree di sovrapposizione. Problema della non linearità. Per dare conto della multidimensionalità occorre complicare le cose.

Una prima possibilità è quella di duplicare la tipologia che abbiamo schizzato prevedendo che i quattro tipi di continuum sopra possano riferirsi tutti a repertori lineari o non lineari.

Una seconda possibilità è di descrivere i continua multidimensionali come continua di continua.

La gamma di varietà dell’ita potrebbe essere così definita: continuum non lineare ad addensamenti, o continuum almeno tridimensionale di continua.

Esempio: 11 modi diversi di dire la stessa cosa risultano esemplificati dall’interazione di otto variabili diverse.

Notiamo che:

  • 1. I tratti variabili si distribuiscono in maniera differente, una forma può comparire solo una volta oppure tante volte.
  • 2. La cooccorrenza di varianti non è rigida. Possiamo ancora aumentare il numero di frasi che si possono formare.
  • 3. Le varianti che occupano i livelli alti non cooccorrono con quelle dei livelli bassi. Questo accade solo tra i livelli intermedi.

Abbiamo analizzato solo le variabili morfologiche e non quelle fonologiche. L’interazione delle variabili considerate se esplicitata in tutti i suoi dettagli genera molte più formulazioni di quelle 11. Un certo numero di queste altre formulazioni alternative non è graduabile.

Variabile a: opera sull’asse diafasico e diastratico.

B: diafasico.

C: diafasico, diastratico.

D: diafasico.

E: diafasico.

F: diafasico e secondariamente diastratico.

G: diafasico e diastratico.

H: diastratico.

Frasi:

  • 1 e 2: Italiano aulico.
  • 3 e 4: Italiano standard letterario.
  • 5 e 6: Italiano neo-standard.
  • 7 e 8: Italiano parlato colloquiale.
  • 9: Ita informale trascurato.
  • 10 e 11: Ita popolare.

Assegnazione dei continuum a parlanti:

  • Parlante colto: da 1 a 9.
  • Parlante incolto: da 9 a 11.
  • Parlante medio: fra 3 e 9.

Il continuum può essere trattato anche in termini di scale di implicazione: matrici a doppia entrata, dati che presentano un rapporto di implicazione, nelle linee orizzontali e verticali non ci sono discontinuità tra i valori. L’andamento della scala con questi dati risulta valido tranne per una perturbazione alle righe 9, 10, 11.

Si può anche rappresentare in termini di relazione tra varietà: schema 4. Le ellissi a linea continua, cerchi continui, rappresentano l’assegnazione delle 11 versioni a varietà in maniera discreta. Le ellissi tratteggiate rappresentano la dispersione possibile secondo i tre punti di riferimento standard “allargato”, parlato colloquiale e italiano popolare. Nel secondo caso vediamo una certa sovrapposizione di varietà. La sovrapposizione diventa più evidente se consideriamo le varietà non in base all’elenco delle combinazioni ma in base ai singoli tratti variabili ordinati come nella scala di implicazione. Come nello schema 5: aumenta l’accavallamento e la sovrapposizione tra tratti e varietà. I tratti che fanno da discrimine sono solo B, F, G.

Schema 6: l’accavallamento diventa ancora più mirato. Si tiene conto della variante marcata solo verso l’alto o verso il basso. X esempio B tiene conto di essere a conoscenza di. La linea continua rappresenta la situa più vicina alla realtà effettiva delle cose. La linea tratteggiata rappresenta ciò che non può essere escluso del tutto ma comunque combinazioni non verificate tra le 11.

Conclusione: nemmeno attraverso l’analisi di un frammento di continuum multidimensionale di varietà dell’italiano attraverso scale di implicazione, è possibile paragonare la situazione ita a quella creola. Nel continuum italiano non esistono isoletti, ovvero grammatiche di una varietà ben determinata formata da regole che escludo ogni altra alternativa.

Un’analisi più accurata dovrebbe scindere il continuum multidimensionale in singoli continua organizzati secondo una sola dimensione di variazione. Altra possibilità per rendere più facile da analizzare il continuum sta nell’isolare una dimensione come la più significativa azzerando le altre. Trattando quindi la gamma di varietà nei termini propri di un continuum con addensamenti. È quello che fanno Mioni e Trumper.

Varietà e parlanti

Converrà ora fare un cenno sui rapporti tra varietà e parlanti. I parlanti di una comunità hanno accesso alla gamma di varietà in base a diversi fattori:

  • 1. Stratificazione sociale;
  • 2. Istruzione;
  • 3. Tipo di occupazione;
  • 4. Aspirazione sociale.

Oggi, in Italia, è difficile assegnare i parlanti a classi, strati sociali. Secondo Labini le classi sociali sono 4: borghesia, classi medie urbane, coltivatori diretti, classe operaia. Bisogna aggiungere anche il sottoproletariato. È incerta però l’attribuzione dei parlanti alle varie classi.

Sicuramente i parlanti della media e alta borghesia possiedono una fetta di continuum più alta degli altri. È dubbio che esistano parlanti che possiedano attivamente tutta la gamma di registri.

È difficile stabilire in quale misura un parlante medio non incolto varii il grado di regionalizzazione in relazione alla situa. Sicuramente una qualche gamma di variazione c’è sempre.

In Italia dal p di vista fonologico la situazione è diversa da quella studiata in situazioni angloamericane.

Angloamericana: i parlanti divergono molto nelle realizzazioni fonologiche in contesti informali e coincidono in contesti formali.

Italiana: i parlanti dei ceti bassi sono molto meno in grado di variare la pronuncia adeguandola ai contesti più sorvegliati.

Bisogna comunque affermare che ogni parlante ha la sua varietà.

Poi i confini tra le varietà del continuum non sono netti nemmeno nei parlanti a cui corrispondono: x es ceti medi con alta istruzione tipo studenti universitari a volte usano un italiano quasi popolare.

Varietà marginali e semplificazione linguistica

Il continuum dello schema del par. 2 non esaurisce le varietà di italiano esistenti. Dobbiamo considerarne altre che sono instabili o transeunti.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/01 Glottologia e linguistica

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