CORPOREO AFFETTI E PENSIERO
E’ già nell’esperienza emotiva che possiamo rintracciare l’unità inscindibile tra corpo e cervello. Non
possiamo, quindi, disgiungere questi due aspetti, anche se possiamo osservarli da due differenti punti
di vista: quello della mente e quello fenomenologico. Non si tratta di confondere i due piani, ma di
riconoscere che la stessa esperienza può essere considerata da vertici differenti. Un altro vertice
fondamentale è rappresentato dalla centralità delle relazioni. Mettere al centro le emozioni significa,
infatti, mettere al centro anche la dimensione interpersonale. L’emozione ha un ruolo primario nello
sviluppo umano, soprattutto nei primi anni di vita; la disregolazione affettiva costituisce un
elemento centrale della psicopatologia. È proprio nelle prime esperienze di regolazione e
disregolazione affettiva con il caregiver primario che ritroviamo uno dei capisaldi dello sviluppo. Il
modo in cui il bambino viene regolato affettivamente dall’altro contribuisce alla costruzione dei suoi
successivi modi di funzionare. In questa prospettiva, la psicopatologia può essere pensata anche
come esito di una difficoltà o di una disregolazione dei processi affettivi. Allo stesso modo, tutte le
forme di psicoterapia si fondano, in misura diversa, sulle comunicazioni affettive. Mettere al centro le
emozioni significa quindi adottare un modello di psicoterapia nel quale viene dato particolare rilievo
alla relazione non verbale di regolazione e disregolazione. Esistono modelli terapeutici che
privilegiano l’interpretazione. L’interpretazione è certamente importante, ma, per poter svolgere un
buon lavoro sul piano verbale, è necessario che si sia precedentemente costruito un mondo condiviso
con il paziente, una base relazionale sufficientemente sicura all’interno della quale il lavoro
interpretativo possa avere significato. Questo implica un modello di mente che continua a guardare
alla dimensione intrapsichica, ma che non considera l’intrapsichico come qualcosa di isolato o
autosufficiente. La mente esiste e si struttura anche in funzione dell’ambiente che ha incontrato:
un ambiente umano, relazionale, ma anche un ambiente concreto e materiale.
In questa prospettiva si assiste a uno spostamento fondamentale: dall’intrapsichico
all’interpersonale. Non si tratta necessariamente di abbandonare il concetto di intrapsichico, ma di
ripensarlo: ciò che chiamiamo intrapsichico può essere considerato come il prodotto interiorizzato
della storia interpersonale dell’individuo. Il funzionamento della mente si costruisce, infatti,
all’interno delle relazioni. Il pensiero non si struttura mai completamente senza l’altro da sé. Da qui
l’importanza della neurobiologia interpersonale dell’attaccamento, che permette di comprendere
come lo sviluppo della mente sia profondamente legato alle esperienze relazionali. Questo
processo inizia molto precocemente, già dalla vita fetale. Lo sviluppo dell’embrione e
successivamente del feto implica un continuo scambio con l’ambiente materno. Lo stato psicofisico
della gestante, il suo modo di regolare le emozioni e di rispondere agli stimoli e agli eventi ambientali,
così come le condizioni concrete in cui vive, stimoli sensoriali e acustici, alimentazione, stress,
condizioni ambientali, possono avere un’influenza sullo sviluppo del bambino. Ogni esperienza può
costituire un micro-apprendimento che modifica il modo in cui verranno affrontate le esperienze
successive. Ogni nuovo apprendimento, infatti, si innesta su ciò che è stato appreso
precedentemente: l’esperienza successiva avrà un impatto differente a seconda delle esperienze che
l’hanno preceduta. Ciò non significa, tuttavia, che lo sviluppo sia deterministico o che ciò che avviene
nelle prime fasi della vita non possa essere modificato. Al contrario, proprio perché la mente continua
a trasformarsi attraverso l’esperienza, sono possibili esperienze trasformative, comprese quelle che
possono avvenire all’interno della relazione terapeutica. Il modo in cui la nostra mente funziona
dipende, dunque, dalle persone che abbiamo incontrato e dalle relazioni che abbiamo vissuto.
Non soltanto dai caregiver primari, ma anche dalle persone che circondavano quei caregiver, dalle
relazioni più estemporanee, dal contesto educativo e sociale e dall’ambiente concreto nel quale
siamo cresciuti. Anche gli aspetti materiali dell’ambiente hanno una loro rilevanza: il clima, il calore o
il freddo, gli spazi disponibili, l’accesso ai comfort e alle risorse, le condizioni socioeconomiche e
ambientali. La mente si costruisce esperienza dopo esperienza, e ogni esperienza successiva viene
elaborata sulla base di ciò che è stato precedentemente vissuto. Ciò che siamo, quindi, non può
essere completamente disgiunto dalle esperienze vissute quando eravamo ancora in utero. Questo
dato invita a pensare non soltanto a una clinica perinatale attenta alla storia precedente alla nascita,
ma a una clinica in generale capace di considerare l’intera traiettoria evolutiva dell’individuo,
compreso ciò che ha preceduto la sua nascita. Se una persona incinta ha vissuto determinate
esperienze durante la gravidanza, queste possono avere un'influenza sull’ambiente fetale e, di
conseguenza, sui processi di sviluppo del bambino. Per questo motivo è clinicamente rilevante,
quando possibile, prestare attenzione a ciò che è avvenuto in quei momenti: la storia prenatale
costituisce infatti una parte della storia dello sviluppo della persona. In questa prospettiva,
nessun bambino è una tabula rasa. Ogni individuo nasce già all’interno di una storia relazionale e
biologica e, fin dalle prime fasi della vita, entra in un sistema di esperienze che contribuirà alla
costruzione della sua mente.
Anche la percezione è, almeno in parte, appresa. Abbiamo un cervello e una mente predisposti a
riconoscere determinate differenze e configurazioni, ma ciò che percepiamo non è una semplice
registrazione passiva della realtà. Anche il modo in cui vediamo un oggetto implica un processo di
astrazione e categorizzazione. Possiamo avere un accordo intersoggettivo sul fatto che ciò che stiamo
guardando sia, per esempio, un portapenne, ma non possiamo essere certi che l’esperienza
soggettiva di quel portapenne o, ancora più radicalmente, dell’esperienza del colore nero sia identica
nel mio cervello e in quello di un’altra persona. La percezione è inoltre culturalmente e
relazionalmente definita. Alcune categorie che ci sembrano immediate e naturali sono in realtà il
risultato di apprendimenti. Per esempio, per un bambino non è necessariamente ovvio che ciò che si
trova dentro un oggetto debba essere concettualizzato come “dentro” quell’oggetto: anche il concetto
di “stare dentro” è il risultato di un processo di costruzione e apprendimento.
Ogni esperienza contribuisce a modificare l’organizzazione del sistema nervoso, comprese le
connessioni sinaptiche. Ne deriva che nessun cervello è identico a un altro e, di conseguenza, non
possiamo dare per scontato che due persone esperiscano il mondo esattamente nello stesso modo.
Questo non significa, tuttavia, che viviamo in mondi completamente incomunicabili. Esiste un
processo di adattamento condiviso alla realtà che permette di costruire forme di accordo
intersoggettivo. Il portapenne dell’esempio precedente può essere percepito in modi soggettivamente
differenti, ma difficilmente uno di noi lo definirà un “drago viola”: esiste una realtà condivisa alla quale
ci adattiamo e rispetto alla quale costruiamo un accordo. La realtà, quindi, non è qualcosa che
possiamo conoscere in maniera completamente neutra e identica, ma qualcosa che possiamo
approssimare attraverso l’esperienza, l’adattamento e l’accordo intersoggettivo.
L’obiettivo è proporre una teoria integrata della mente e del corpo, cioè un modello psicobiologico
coerente che permetta di comprendere come si sviluppa il Sé, di come si sviluppano e si organizzano
i processi di regolazione e disregolazione affettiva e la psicopatologia, e infine di come si può
intervenire terapeuticamente. Una teoria di questo tipo deve essere, per quanto possibile,
clinicamente rilevante, quindi non deve rinunciare alla ricerca, ma deve anche essere
sufficientemente aperta da poter generare nuove
ipotesi, verificabili attraverso la ricerca empirica, dagli
studi sui casi singoli fino agli studi sperimentali più
strutturati. È importante, quindi, non rimanere ancorati
in maniera dogmatica ai modelli teorici: ogni modello
può e deve essere messo in discussione alla luce delle
nuove evidenze. Allo stesso tempo, non possiamo
nemmeno affidarci esclusivamente alla ricerca
empirica, perché nessun singolo metodo di ricerca
può rappresentare in maniera completamente
esaustiva la complessità della realtà clinica. I modelli teorici e i dati empirici devono quindi dialogare
continuamente. La realtà può essere approssimata attraverso diversi punti di osservazione e
attraverso un accordo intersoggettivo, ma non può essere considerata esaurita da una singola teoria.
Questa prospettiva permette anche di rileggere alcuni concetti della tradizione psicoanalitica. Non si
tratta semplicemente di considerare queste teorie come una lettura del passato, ma di interrogarsi su
cosa accade quando poniamo al centro della comprensione del funzionamento psichico qualcosa
che viene considerato esclusivamente interno al bambino. Nella prospettiva delle relazioni oggettuali,
per esempio, alcune caratteristiche affettive del bambino possono essere interpretate come qualcosa
che appartiene originariamente al suo mondo interno: il bambino può essere considerato portatore di
emozioni come l’invidia o l’odio e, attraverso le proprie vicissitudini, può arrivare a sperimentare l’altro
o il seno come “cattivo”. Sappiamo però che nell’esperienza umana sono presenti emozioni sia
positive sia negative, compresi l’odio e l’invidia. Ciò che è fondamentale è comprendere che il modo
in cui una persona impara a vivere, modulare e integrare queste emozioni dipende anche dalla
relazione nella quale tali emozioni vengono sperimentate e accolte. Non è necessariamente
presente “qualcosa di sbagliato” nel bambino perché prova un’emozione negativa. Il problema può
emergere quando il bambino non viene sufficientemente aiutato a riconoscere, modulare e integrare
quell’esperienza affettiva. Questo principio ha conseguenze importanti anche nella clinica.
Se il paziente non comprende qualcosa che il terapeuta sta facendo, non è necessariamente un
problema del paziente. È possibile che il terapeuta stia proponendo qualcosa che, in quel momento,
non è ancora accessibile o utilizzabile all’interno di quella specifica relazione. Lo stesso vale per il
transfert negativo. Non possiamo semplicemente considerare ogni reazione negativa del paziente
come una manifestazione patologica o come un problema esclusivamente appartenente al suo
mondo interno. Può anche accadere che il terapeuta pensi: “Il paziente non accetta la buonissima
pappa che gli sto preparando”. Ma siamo sempre sicuri che la nostra “pappa” sia quella giusta?
Forse il problema non è necessariamente ciò che viene proposto, ma il momento in cui viene proposto
o il livello di maturazione della relazione terapeutica. Un intervento può essere valido in assoluto,
ma non essere adatto a quella persona in quel determinato momento. Questo richiama un
principio fondamentale della clinica: l’efficacia di un intervento dipende anche dalla qualità e dal
momento della relazione nella quale viene proposto.
Le sequenze relazionali tra il bambino e le figure di accudimento contribuiscono a modellare la
struttura psichica emergente. L’intrapsichico, in questa prospettiva, non viene eliminato, ma viene
compreso come qualcosa che si sviluppa anche a partire dalla storia relazionale e corporea
dell’individuo.
Anche il concetto di pensiero deve essere ampliato. Se intendiamo il pensiero soltanto come capacità
di formulare razionalizzazioni prive di una dimensione emotiva, rischiamo di considerare come
pensiero qualcosa che può invece rappresentare una forma di distorsione o di difesa, capace persino
di allontanarci dalla realtà. Pensare significa anche poter utilizzare il simbolismo non verbale e
successivamente quello verbale, sviluppare funzioni cognitive, capacità di mentalizzazione e capacità
riflessive. Tutto questo si sviluppa a partire da una precedente esperienza affettiva e corporea.
Un buon pensiero nasce anche dalla possibilità di tenere dentro l’emozione, senza esserne travolti
e senza doverla eliminare. L’emozione, quindi, non è qualcosa che deve essere né svalutato né
sopravvalutato: è una componente fondamentale del funzionamento psichico. Possiamo immaginare
un percorso evolutivo: esperienza corporea → esperienza affettiva → simbolizzazione non verbale →
simbolizzazione verbale → condivisione → pensiero → azione coerente con ciò che si sente.
In questa prospettiva, poter pensare significa anche poter pensare a partire da ciò che si sente,
trasformando l’esperienza emotiva in qualcosa che può essere rappresentato, condiviso e utilizzato
per orientare l’azione.
La clinica ha quindi anche a che fare con la possibilità di sentirsi sé stessi, di percepirsi autentici e
di poter stare all’interno di relazioni autentiche. Una parte importante del benessere psicologico
consiste proprio nella possibilità di sentire che ciò che penso, ciò che sento e ciò che faccio possono
essere sufficientemente integrati tra loro. La domanda diventa: quanto posso sentirmi me stesso?
Quanto posso riconoscere ciò che provo? Quanto posso stare in relazione senza dover perdere parti di
me? Questo è diverso dalla razionalizzazione come difesa. La razionalizzazione può proteggerci da
un’esperienza emotiva troppo intensa, ma, se l’esperienza non viene successivamente elaborata, può
allontanarci dalla realtà invece di favorire un adattamento sano. Anche il rapporto con la realtà può
quindi assumere forme differenti sul piano psicopatologico. Da una parte possiamo avere un
adattamento eccessivo alle aspettative degli altri, nel quale la persona si adegua a ciò che gli altri
vogliono fino a perdere una parte di sé. Dall’altra possiamo avere una difficoltà radicale a stare nella
realtà concreta: la persona sperimenta emozioni intense che non riesce a elaborare e, di
conseguenza, perde la possibilità di avere una presa efficace sulla realtà.
Questo ci ricorda che il lavoro sulle emozioni non può essere pensato nei termini semplicistici di
“sento/non sento”. Le emozioni non funzionano come un interruttore on/off: sono processi che
devono essere modulati. Quando una persona è scarsamente in contatto con la propria esperienza
emotiva, può essere necessario aiutarla ad aumentare la possibilità di sentire e riconoscere ciò che
prova. Al contrario, quando l’esperienza emotiva è eccessivamente intensa e non regolata, il lavoro
consiste nel favorire la capacità di contenerla, modularla e trasformarla. L’obiettivo, quindi, non è
eliminare la sofferenza, ma sviluppare le funzioni che ci permettono di “digerirla”, cioè di poterla
sentire, tollerare, rappresentare, elaborare e integrare senza esserne completamente sopraffatti.
L’impatto di qualsiasi esperienza è mediato dalla storia delle esperienze precedenti. La stessa
esperienza può avere effetti molto diversi su persone diverse proprio perché ciascuna arriva a
quell’esperienza con una storia, una struttura e una capacità di regolazione differenti. Questo non
significa, tuttavia, che una mente ben strutturata sia invulnerabile. Esistono esperienze
sufficientemente intense o prolungate da poter scompensare anche un funzionamento
precedentemente stabile. Allo stesso tempo, esistono esperienze che possiamo definire trofiche,
cioè capaci di favorire lo sviluppo e di ampliare progressivamente la capacità della persona di
affrontare esperienze nuove e più complesse. Possiamo utilizzare una metafora: attraverso esperienze
sufficientemente buone e regolative, impariamo progressivamente a “digerire” esperienze che prima
non eravamo in grado di tollerare, ciò che inizialmente risultava troppo difficile da assimilare può
diventare progressivamente tollerabile grazie allo sviluppo delle nostre capacità di regolazione.
Per questo motivo, non possiamo considerare l’impatto di un’esperienza in maniera isolata.
Anche la ricerca empirica incontra qui un limite importante: gli studi possono aiutarci a comprendere
le associazioni tra determinate esperienze e determinati cambiamenti psicologici o neurobiologici, ma
è difficile prevedere in maniera esatta l’impatto di una singola esperienza sulla struttura e sul
funzionamento di una persona, perché questa esperienza viene sempre vissuta all’interno di un
contesto più ampio. Pensiamo, per esempio, al dolore cronico. Se una persona sperimenta dolore
ogni giorno per un periodo prolungato, è plausibile chiedersi non soltanto quali siano gli effetti
psicologici di questa esperienza, ma anche come il sistema nervoso e il corpo possano
progressivamente adattarsi a quella condizione. In altre parole, non è soltanto il cervello a
determinare l’esperienza: l’esperienza modifica a sua volta il cervello e il corpo. Lo stesso principio
è particolarmente evidente nelle esperienze affettive e relazionali. Le sequenze relazionali tra il
bambino e le figure di accudimento cont
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