Intersezioni-Memorie della piantagione
Questo libro rappresenta questo doppio desiderio: quello di opporsi a quel luogo di alterità e il desiderio di reinventare noi stessi da zero. Opposizione e reinvenzione diventano così due processi complementari perché il solo opporsi non basta. Non ci si può solamente opporre al razzismo, poiché nello spazio vuoto dopo aver opposto resistenza c'è ancora la necessità di divenire, di crearsi di nuovo. Questo libro può essere concepito come una forma di divenire soggetto perché in questi testi cerco di portare alla voce la realtà psicologica del razzismo quotidiano così come riportato da donne nere, basato sulle nostre impressioni soggettive, auto percezioni e narrazioni biografiche in forma di episodi.
Questo processo di scrittura riguarda il passato e il presente ovvero la ragione per cui apro il libro ricordando il passato al fine di comprendere il presente e creo un dialogo costante tra i due, perché il razzismo incarna una cronologia senza tempo. Memorie della piantagione, esplora l’atemporalità del razzismo quotidiano. La combinazione di queste due parole Ehi descrive il razzismo di ogni giorno non solo in quanto riallestimento del passato coloniale ma anche in quanto in realtà traumatica che è stata dimenticata.
Il capitolo uno, inizia con la descrizione di uno strumento coloniale una maschera, come simbolo della politica coloniale e delle sadiche procedure bianche durante la schiavitù per mettere a tacere la voce dei soggetti neri. Questo capitolo affronta non soltanto le questioni legate alla memoria al trauma e al discorso, ma anche la costruzione della nerezza come altro.
Il capitolo due affronta questioni simili nel contesto della produzione di sapere: chi può parlare? Chi può produrre conoscenza? In questo capitolo esploro il colonialismo in Accademia e la decolonizzazione del sapere. In altre parole affronto il tema dell'autorità razziale e della produzione di conoscenza.
Il capitolo tre inizio ad analizzare la carenza teoretica nel razzismo e nelle teorie sul razzismo quotidiano ed esploro ciò che per me è la metodologia adeguata per parlare della realtà esperita del razzismo quotidiano così come riportato da alcune donne della diaspora africana: Alicia, una donna afro tedesca, e Kathleen una donna afroamericana che vive in Germania. Entrambe raccontano le loro esperienze di razzismo quotidiano nelle proprie biografie personali.
Il capitolo quattro è una prospettiva di lavoro sul razzismo in chiave di genere. Qui esploro l'intersezione tra razza e genere nonché il fallimento del femminismo occidentale nell'affrontare la situazione delle donne nere in un quadro di razzismo di genere. I capitoli che seguono costituiscono il centro di quest'opera. Qui le interviste di Alicia e Catelyn sono analizzate nel dettaglio ripartite in forma di episodi.
Capitolo uno: la maschera
C'è una maschera di cui ho sentito parlare tante volte durante la mia infanzia. È la maschera che doveva indossare Escrava Anastacia. Ehi voglio parlare della brutale maschera dell'impossibilità di parola questa maschera era un oggetto concreto un vero e proprio strumento che divenne parte del progetto coloniale europeo per più di 300 anni. Era composta da un pezzo posto dentro la bocca della soggetta nera, bloccato tra la lingua e la mascella e fissato dietro la testa con due lacci, uno circondante il mento e l'altro il naso e la fronte.
Ehi veniva utilizzata dai padroni bianchi per impedire all'africana schiavizzata di mangiare la canna da zucchero o le fave di cacao mentre lavoravano nelle piantagioni, ma la sua funzione primaria era indurre un senso di impossibilità di parola e paura, facendo della bocca sia un luogo muto che di tortura. La maschera rappresenta il colonialismo nella sua interezza.
La bocca
Attraverso il razzismo diventa l'organo di oppressione per eccellenza, rappresenta l'organo che i bianchi vogliono e hanno bisogno di controllare. Nel razzismo la negazione è utilizzata per mantenere legittimare le strutture violente dell'esclusione razziale: vogliono prendersi ciò che è nostro, dunque devono essere controllati. Mentre la soggetta nera si trasforma in nemico invadente da mettere sotto controllo, il soggetto bianco diviene la povera vittima costretta al comando. In altre parole l'oppressore diviene l'oppresso e l'oppresso il tiranno.
Escrava Anastacia
((Alcune versioni sostengono che Anastasia fosse la figlia di una famiglia reale Kimbundo, nota in Angola, portata a Bahia Brasile e ridotta in schiavitù da una famiglia portoghese. Fu venduta al proprietario di una piantagione di zucchero. Altre versioni ritengono che fosse una principessa Nago_Yoruba prima di essere catturata da schiavisti europei e portata in Brasile, mentre altri ancora indicano Bahia come suo luogo di nascita. Il suo nome africano è ignoto Anastasia era il nome datole nel corso della sua schiavitù. Secondo tutte le fonti fu costretta a indossare un pesante collare di ferro e una maschera facciale che le impediva di parlare.
Le ragioni attribuite a questa punizione sono diverse: c'è chi fa riferimento al suo attivismo politico altre schiavizzate a fuggire, chi dichiara che oppose resistenza alle avance amorose del suo padrone bianco. Anastasia morì di tetano a causa del collare attorno al suo collo. Ci sono altri disegni di maschere che coprono l'intero volto con due fori per gli occhi. Queste erano utilizzate per impedire di mangiare sporcizia, una pratica in uso tra le africane schiavizzate per suicidarsi. Nella seconda metà del ventesimo secolo la figura di Anastasia iniziò a essere il simbolo della brutalità della schiavitù e del razzismo come sua eredità permanente.
Anastasia divenne un'importante figura politica e religiosa in tutto il mondo africano e afro diasporico, a dimostrazione di un'eroica resistenza. Ehi la prima venerazione su larga scala ebbe inizio nel 1967 quando i curatori del museo nero di Rio allestirono una mostra per celebrare l'ottantesimo anniversario dell'abolizione della schiavitù in Brasile. È oggetto di devozione nelle religioni candomblé e umbanda.))
In termini psicoanalitici questo permette ai sentimenti positivi verso se stessi di rimanere intatti-la bianchezza come sé positivo-mentre le manifestazioni del sé negativo sono proiettate all'esterno e viste come oggetto negativo esterno. Nel mondo concettuale bianco, la soggetta nera identificata come l'oggetto cattivo che incarna quegli aspetti che la società bianca ha represso e trasformato in tabù, ovvero l'aggressività e la sessualità. Noi finiamo così per coincidere con ciò che è minaccioso, pericoloso, violento ma desiderabile, permettendo alla bianchezza di guardare a se stessa come moralmente perfetta, rispettabile civilizzata, capace di controllo totale libera dalle ansie provocate dalla sua stessa storicità.
La ferita
In questa triste dinamica la soggetta nera diviene non solo l'altra ma anche l'alterità, la personificazione degli aspetti repressi del sé bianco. Ehi In altre parole diventiamo la rappresentazione mentale di ciò che la soggetta bianca non vuole sembrare. Non dovremmo preoccuparci della soggetta bianca nel colonialismo, ma piuttosto del fatto che il soggetto nero è sempre costretto a sviluppare una relazione attraverso la presenza alienante dell'altro bianco. Sempre messo nel posto dell'altro mai quello del sé.
Il trauma delle persone nere sembra che derivi non solo da eventi connessi all'ambito familiare come sostiene la psicoanalisi classica, ma piuttosto dal contatto traumatico con la violenta irrazionalità del mondo bianco, cioè con l'irrazionalità del razzismo che ci posiziona sempre come altro, come differente incompatibile strano e insolito.
Dare voce al silenzio
Perché deve essere silenziata la bocca? C'è un timore ansioso per il fatto che se il soggetto coloniale parla, il colonizzatore debba ascoltare. Lui o lei sarebbe costretto a uno spiacevole confronto con le verità dell'altro. L'atto di parlare è come una negoziazione tra coloro che parlano e coloro che ascoltano. In questa dialettica coloro che sono ascoltati sono coloro che appartengono e coloro che non sono ascoltati diventano coloro che non appartengono.
Paul Gilroy descrisse 5 diversi meccanismi di difesa dell'io che attraversa il soggetto bianco per essere in grado di ascoltare, ovvero per divenire consapevole della propria bianchezza e di se stesso come perpetratore di razzismo. Il rifiuto è un meccanismo di difesa che opera inconsciamente per risolvere un conflitto emotivo rifiutando di ammettere gli aspetti più spiacevoli della realtà esterna e dei pensieri o sentimenti interiori. È il rifiuto di accettare la verità. Il rifiuto è seguito da due altri meccanismi di difesa: scissione e proiezione. Dopo il rifiuto c'è il senso di colpa, l'emozione che segue la violazione di un'ingiunzione morale, Freud lo descrive come l'esito di un conflitto tra l'io e il super-io ovvero un conflitto tra i propri desideri aggressivi verso l'altro e il super-io l'autorità.
Le risposte più comuni al senso di colpa sono intellettualizzazione o la razionalizzazione, ovvero il soggetto bianco tenta di costruire una giustificazione logica al razzismo, oppure incredulità come potrebbe asserire la soggetta bianca: non intendevo in quel senso, hai frainteso.
Il riconoscimento segue la vergogna. È il momento in cui il soggetto bianco riconosce la propria bianchezza o il proprio razzismo. È dunque un processo di accettazione. La riparazione quindi significa la negoziazione del riconoscimento. Si contratta la realtà, in questo senso indica l'atto di riparare i danni causati dal razzismo, cambiando strutture e programmi spazi dinamiche vocabolario, cioè rinunciare ai privilegi. Questi diversi passaggi rivelano la consapevolezza del razzismo non tanto come un problema morale ma piuttosto come un processo psicologico che richiede lavoro.
Capitolo due-chi può parlare? Parlare al centro, decolonizzare il sapere
Gayatri Spivak pone una questione: “la subalterna può parlare?” E l’autrice risponde con un secco no. Voi è impossibile per la subalterna parlare o recuperare la voce perché anche se ci provasse con tutta la forza e la violenza di cui dispone la sua voce non sarebbe comunque né ascoltata né compresa da chi detiene il potere. Spivak si riferisce alla difficoltà di parlare all'interno del regime repressivo del colonialismo e del razzismo.
La conoscenza e il mito dell'universale
Ogni semestre il primo giorno del mio corso interrogo i miei studenti e le mie studentesse per dare loro un'idea di come la conoscenza e il potere razziale si intreccino. Poi comincio a fare domande molto semplici e concludo con domande più specifiche. Non sorprende che la maggior parte degli studenti e delle studentesse bianche sedute nella stanza non sia in grado di rispondere alle domande mentre gli studenti e le studentesse nere rispondono correttamente alla maggior parte di esse. Questo esercizio ci permette di visualizzare e comprendere come i concetti di conoscenza e scienza siano intrinsecamente legati al potere e all'autorità razziale.
Quale conoscenza è stata resa parte dei curricula accademici? Quale ne è stata estromessa e a chi è riconosciuta la conoscenza a chi non lo è? Chi può insegnare la conoscenza e chi non può? Queste domande sono importanti da porre perché il centro al quale mi riferisco qui come centro accademico non è un luogo neutro. È uno spazio bianco dove alle persone nere è stato negato il privilegio di parlare. In questo senso il mondo accademico non è né uno spazio neutro né tantomeno uno spazio di semplice conoscenza e saggezza, di scienza e di erudizione ma è anche uno spazio di violenza.
In quanto studiosa per esempio mi viene spesso detto che il mio lavoro sul razzismo quotidiano è molto interessante ma non realmente scientifico, osservazione che esemplifica l'ordine coloniale in cui sono costrette le studiose nere. Mi viene detto che ho una prospettiva molto soggettiva molto personale molto emotiva, Ehi quando parlano loro è scientifico quando parliamo noi non lo è. Queste non sono semplici categorizzazioni semantiche bensì possiedono una dimensione di potere che serve a mantenere posizioni gerarchiche e favorire la supremazia bianca. Perciò quella che incontriamo in Accademia non è una verità scientifica oggettiva ma il risultato di relazioni di potere razziale e diseguali.
Discorsi dai margini. Dolore e delusione e rabbia
Parlare di queste posizioni di marginalità evoca dolore e delusione e rabbia. Questa realtà deve essere enunciata e teorizzata questo e questioni apparentemente private non lo sono affatto. Non sono storie personali o lamenti intimi sono resoconti del razzismo. Questa dovrebbe essere la prima preoccupazione della decolonizzazione del sapere accademico, ovvero far emergere la possibilità di produrre una conoscenza alternativa ed emancipatoria. La prima volta che visitai la biblioteca di psicologia alla Freie Universitat di Berlino proprio all'ingresso mentre entravo fui chiamata improvvisamente da un impiegata bianca che disse ad alta voce non sei di qui vero? La biblioteca è solo per gli studenti universitari. Gli studenti a cui si riferiva erano le altre persone bianche nella stanza, ai suoi occhi quelli erano corpi accademici corpi a posto a casa.
Ehi la carta mi avrebbe permesso di entrare in uno spazio che la mia pelle non aveva. Qui la nerezza viene a coincidere non solo con il fuori ma anche con l'immobilità sono immobilizzata perché come donna nera sono vista come fuori posto.
Decolonizzare la conoscenza
Scrivere nel proprio corpo ed esplorare i significanti del corpo può naturalmente essere visto come un atto di narcisismo o di essenzialismo scrive Felli Simmonds, tuttavia conclude è una strategia importante che le donne africane della diaspora usano per decostruire la loro posizione all'interno del mondo accademico. A scuola ricordo che le bambine bianche sedevano nella parte anteriore della classe mentre le bambine nere sedevano in fondo. A noi di dietro veniva chiesto di scrivere con le stesse parole di quella davanti perché siamo tutte uguali diceva l'insegnante.
C'è stato chiesto di scrivere della grande eredità della colonizzazione e anche se potevamo ricordare solo rapine e umiliazione. E ci è stato chiesto di non indagare sui nostri eroi africani perché erano terroristi e ribelli. Quale modo migliore di colonizzare che insegnare alla colonizzata a parlare e scrivere della prospettiva di chi colonizza.
I margini e il centro
I margini e il centro di cui parlo qui si riferiscono ai termini margini e centro così come usati da bell hooks. Essere ai margini significa essere parte del tutto ma esclusi dal corpo centrale. In questo contesto di marginalizzazione sostiene hooks le donne e gli uomini neri sviluppano un modo particolare di vedere la realtà sia da fuori a dentro che da dentro a fuori. In questo senso il margine non dovrebbe essere visto solo come uno spazio periferico, di perdita e privazione ma piuttosto come uno spazio di resistenza e possibilità.
In questo spazio critico possiamo immaginare domande che non avrebbero potuto essere immaginate prima possiamo porre domande che potrebbero non essere state poste prima che sfidano l'autorità coloniale del centro e i discorsi egemonici al suo interno. In questo senso il margine è un luogo che nutre la nostra capacità di resistere all'op
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