Che cos’è la letteratura comparata?
Nasce all’inizio del XIX secolo in seguito a influenze e rapporti diretti tra diverse letterature nazionali (es. fortuna di Shakespeare in Francia in un determinato periodo storico); progressivamente, la disciplina si è allargata, analizzando testi di diverse letterature anche al di là di rapporti strettamente fattuali (es. elaborazione di determinati temi e generi in diverse letterature).
Sempre più importanti sono oggi i legami con la teoria della letteratura, che offre gli strumenti concettuali che vengono applicati negli studi comparativi (es. comparare generi letterari attraverso culture diverse).
Utilizza anche strumenti teorici e concettuali che provengono da altre discipline di ambito umanistico e che contribuiscono all’analisi culturale dei testi (es. antropologia, psicoanalisi, semiotica); negli ultimi decenni ricorre sempre di più anche agli strumenti teorici offerti dalle neuroscienze, per analizzare come il nostro cervello elabora i testi, come il lettore dà senso al testo letterario. Ha perciò una dimensione transculturale e una dimensione interdisciplinare.
L’approccio comparatistico si estende anche a campi di studio interdisciplinari recenti (postcolonial studies, cultural studies, gender studies, memory studies, trauma studies…), fondati su una serie di teorie specifiche di diversa provenienza (filosofica, psicoanalitica, sociologica, semiotica…) all’interno dei quali lo studio della letteratura ha un ruolo importante.
Lo studio della storia delle letterature nazionali è studio diacronico, mentre la letteratura comparata ha approccio prevalentemente di tipo sincronico (compara testi di letterature diverse all’interno di uno specifico periodo storico, es. la letteratura per l’infanzia fra la seconda metà dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento).
In certi casi la prospettiva comparatista può essere applicata anche a testi di una stessa letteratura nazionale (es. precedente: letteratura per l’infanzia inglese, a partire da una serie di concetti teorici e storico-culturali).
Incipit – Come iniziare una narrazione?
L’inizio della narrazione viene chiamato incipit, dal latino “qui incomincia”. Le prime pagine suggeriscono il tono, il ritmo e il soggetto delle pagine che seguiranno. Qui vengono poste le domande alle quali il resto del racconto cercherà di dare una risposta. Ci può essere un modello universale in base al genere del testo, come quello del romanzo poliziesco, in cui viene descritta un’azione criminale all’inizio, e poi avviene lo sviluppo della ricerca del colpevole.
Il più semplice degli inizi è quello in cui si presentano lo spazio e il tempo, il dove e il quando della narrazione. Es. Notre-Dame de Paris di Victor Hugo. Il racconto in una griglia spaziale temporale certa e sicura, le azioni dei personaggi si svolgono poi all’interno di quei confini, che il lettore conosce.
A volte però si cerca di confondere il lettore, scatenando la curiosità di capire chi sia il personaggio che gli sta rivolgendo la parola. Es. Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust. Solo proseguendo nella lettura ci accorgiamo di essere prigionieri dell’insonnia Narratore, del suo racconto di eventi che si sono svolti tempo prima del momento zero in cui la narrazione ha preso inizio.
Modi per iniziare una narrazione
Sì può iniziare con:
- Una descrizione di un paesaggio o di uno dei personaggi. Es. Promessi Sposi di Alessandro Manzoni.
- La presentazione in prima persona del narratore, sul modello dell’autobiografia. Es. Moby Dick di Herman Melville.
- Un pensiero o una riflessione filosofica, anche utilizzata in chiave ironica. Es. Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen.
- Una conversazione. Es. Al Faro di Virginia Woolf.
- Una cornice che spiega l’origine del racconto, si tratta del modello delle lettere o del manoscritto ritrovato o del testimone dei fatti incontrato per caso dal narratore. Es. Il nome della rosa di Umberto Eco.
È possibile anche citare l’inizio di qualcun altro, come fa Snoopy (che non vuol dire commettere un plagio ma riprendere una frase per far venire in mente al lettore un altro racconto) iniziando sempre con “era una notte buia e tempestosa…”
Gli eventi del racconto non si svolgono necessariamente nel momento zero in cui la narrazione ha preso inizio. Molto spesso la narrazione parte quando l’azione è già cominciata. L’inizio in medias res apre il racconto su episodio centrale per promuovere la narrazione avanti indietro lungo la catena degli accadimenti che hanno preceduto o seguito l’evento collocato in apertura. Es. Odissea di Omero. Questo permette al personaggio di Ulisse di raccontare in prima persona gli eventi precedenti che lo hanno condotto alla situazione iniziale della narrazione.
All’inizio della narrazione il lettore si trova nella condizione di accettare o rifiutare le modalità del racconto, per vari motivi, tra i quali l’incredulità. Questo l’autore deve evitarlo fin dal principio, deve riuscire a creare una complicità tra la storia e il suo lettore, facendo in modo che questo sia interessato a proseguirla. Deve saperlo introdurre nel proprio mondo narrativo di finzione. Deve avvertire fin dall’inizio il lettore di ciò che potrà incontrare in seguito.
Questo processo è stato spiegato da Samuel Taylor Coleridge attraverso l’espressione “sospensione dell’incredulità”. Il lettore deve essere consapevole della possibilità di dover accettare delle variazioni della realtà così come la conosce. Nelle prime fasi di un racconto avviene dunque un “patto di lettura o narrativo”, che spesso è di facile intuizione grazie a degli stereotipi che delineano il genere del testo.
Esistono delle espressioni fisse che aiutano a riconoscere un genere fin dall’inizio, come “C’era una volta…” nelle fiabe. Ma anche in questi casi è possibile giocare con le aspettative del lettore. Es. Pinocchio di Collodi. Esistono anche altri modi per portare il lettore a dover rielaborare le proprie attese, in Fahrenheit 451 ad esempio, l’autore Ray Bradbury presenta i pompieri come coloro che incendiano i libri, capovolgendo il loro ruolo nella realtà, e facendo in modo che il lettore si allinei con la nuova realtà presentata.
Il comportamento narrativo
La narrazione non è solo un racconto di eventi, ma un fondamentale strumento cognitivo che permette all'essere umano di organizzare l'esperienza e dare un senso alla realtà e all’esperienza attraverso l'uso di nessi temporali e logici; il comportamento narrativo è una tendenza innata dell’essere umano, che ha dato forma e condizionato l’evoluzione delle capacità cognitive dell’Homo sapiens (= Homo narrans), che è capace di ordinare gli eventi in una sequenza cronologica ("prima", "dopo”) e di stabilire legami di causa-effetto ("perché", "quindi", "siccome”), trasformando una semplice lista di accadimenti in una struttura dotata di significato logico.
Il comportamento narrativo ha offerto all’homo sapiens una serie di vantaggi evolutivi rispetto alle altre specie → Adattamento di Darwin: nell’evoluzione biologica gli organismi viventi mutano, si adattano alle condizioni dell’ambiente in cui vivono e questo mutamento aumenta le capacità di sopravvivenza della specie, perciò il comportamento narrativo è un meccanismo di adattamento estremamente efficace degli esseri umani.
Narrazioni pre-linguistiche
Oltre a organizzare l’esperienza in una struttura logica e cronologica, la narrazione permette di archiviare nella nostra mente informazioni e conoscenze, rendendole condivisibili e trasmissibili. L’Homo sapiens era in grado di produrre utensili e ornamenti secondo “sequenze operative” (faccio questo perché prima ho fatto quello) che possono essere memorizzate, condivise e tramandate (narrazioni prelinguistiche).
Narrazione e sviluppo del linguaggio
La predisposizione innata degli esseri umani a organizzare gli eventi e il pensiero in forma narrativa è alla base dello sviluppo del linguaggio.
Lo sviluppo linguistico-comunicativo del bambino si forma con varie tipologie successive di narrazione:
- Script: ripetuta esposizione a determinate situazioni (ora facciamo questo, dopo facciamo quello), lo schema narrativo che il bambino sente verbalizzare dagli adulti e a sua volta impara a verbalizzare, la strutturazione dell’esperienza in maniera logico-temporale (cf. sequenze operative).
- Resoconti di esperienze personali: narrazioni strutturate in ordine cronologico, capaci di evidenziare un episodio centrale perché più emotivamente rilevante; l’organizzazione dell’esperienza non solo secondo sequenze operative, ma anche nelle sue componenti emotive.
Immaginazione e narrazione
L’immaginazione è la capacità di oltrepassare la semplice elaborazione della nostra esperienza per rappresentarsi qualcosa che non c’è, è una forma di pensiero «creativo» che si distacca dagli stimoli offerti dalla realtà e così facendo realizza nuove forme di conoscenza, oggetti, eventi e situazioni in uno spazio finzionale (situazioni controfattuali). L’immaginazione è quindi lo strumento di una elaborazione più complessa degli schemi mentali e delle funzioni della narrazione.
Il gioco simbolico o “makebelieve” è la tipologia di narrazione infantile pre-linguistica in cui si usano oggetti, azioni, idee per rappresentare altri oggetti, azioni, idee (capacità di fingere di essere qualcos’altro o qualcun altro). Si ha lo sviluppo linguistico quando si verbalizza la situazione finzionale nel momento in cui il gioco diventa condiviso («facciamo che io ero…», uso dell’imperfetto, passato: tempo della narrazione finzionale); è lo schema narrativo che presuppone la capacità del bambino di riferirsi a personaggi, tempi e luoghi diversi dal mondo reale.
Vantaggi adattivi negli schemi narrativi finzionali
Gli schemi narrativi finzionali permettono di ragionare anche su ciò che non è prevedibile all’interno dei limiti dell’esperienza reale e personale:
- Sviluppano la capacità di resistere all’illusione e all’inganno.
- Producono un’organizzazione mentale che stimola a tener conto non solo dell’esperienza propria, ma anche di quella degli altri personaggi di una storia, perciò stimolano il “mind reading”, la capacità di intuire e interpretare i pensieri e le emozioni altrui, un requisito essenziale per l’adattamento nella società.
- Ci proiettano in situazioni «controfattuali», rendendo la realtà meno invadente psicologicamente («esonero dalla realtà») e permettendo l’elaborazione di strategie ipotetiche di comportamento, ad es. la terapia contro l’ansia, un’emozione spiacevole (apprensione, paura, angoscia, preoccupazione) che si prova quando si percepisce una mancanza di controllo nelle situazioni di incertezza e di rischio (svantaggio adattivo), MA l’ansia è un’emozione anticipatoria («cosa potrebbe accadere») che innesca la costruzione di scenari e strategie ipotetiche (trasformata in un vantaggio adattivo). L’uso terapeutico degli schemi narrativi finzionali favorisce il controllo degli effetti negativi dell’ansia, abituando i pazienti a elaborare strategie ipotetiche di comportamento in situazioni di «esonero dalla realtà».
Il sé narrativo
La costruzione e la percezione dell’identità è il risultato dell’interazione fra l’Io e il mondo esterno. J. Bruner (psicologo cognitivo) definisce il “sé narrativo” come la struttura mentale che ci permette di autodefinirci. La coscienza di sé si struttura in buona parte sotto forma di narrazioni, perciò è l’«insieme delle storie che noi raccontiamo su noi stessi e che gli altri raccontano di noi».
Il «sé narrativo» è una costruzione che si svolge nel tempo e si trasforma attraverso gli eventi, le emozioni, le esperienze che ci accadono. Processo: “è qualcosa che io vado agendo mentre vivo la mia vita. Sono cosciente di me stesso (anche se solo implicitamente) poiché agisco in una determinata maniera. Di conseguenza, l’Io, il mondo intorno a me e le persone con cui interagisco hanno un senso per me in quanto posso collocarli (e implicitamente lo faccio) in una narrazione” (J. Bruner).
Riscrittura del sé
Il modello di riferimento della narrazione del Sé è racconto «classico», che si sviluppa attraverso un sistema di relazioni, ostacoli affrontati e superati; lo sviluppo personale è in continuità con gli aspetti fondamentali della propria identità.
Bruner afferma che in realtà la costruzione del Sé non è una trama narrativa perfettamente coerente e fissata una volta per tutte, ma un costrutto precario, un processo sempre rivedibile e trasformabile.
Può avvenire la «riscrittura del sé» selezionando, integrando e ordinando il flusso di eventi e esperienze arrivando a costruire una storia in cui possiamo riconoscerci, che restituisce senso e coerenza alla percezione di sé.
Narrazione e trauma
Il PTSD (Post-Traumatic Stress Disorder) è la distruzione della consapevolezza di sé, la frammentazione dell’identità, provocata da esperienze la cui violenza impedisce che vengano integrate dalla coscienza.
La psicoterapia è la verbalizzazione del trauma che viene progressivamente ricollocato in una sequenza ordinata di eventi (narrazione lineare). La «hot memory» (memoria traumatica) viene “chiusa” all’interno di una narrazione più ampia fatta di una memoria non traumatica (cold memory) e in particolare di tutti quei frammenti positivi di memoria che il soggetto riesce a riconnettere.
L’interazione di cold memory e hot memory permette la riscrittura della storia del paziente oltre l’evento traumatico, per giungere al presente e aprirsi al futuro. L’EMDR è l’approccio terapeutico che attraverso la stimolazione dei movimenti oculari suscita le immagini mentali legate al trauma e elimina la carica emotiva negativa ad esse associate ricollocando i ricordi traumatici entro una narrazione coerente e emotivamente depotenziata.
La narrazione è lo strumento che rinforza le difese contro il trauma, rinsalda l’identità, incrementa la stima di sé, l’autoefficacia e l’autoaffermazione.
Il racconto: le condizioni mimetiche
Narrazione: in senso ampio, modello di organizzazione dell’esperienza secondo nessi logico-temporali («comportamento narrativo»); nel senso più comunemente utilizzato: «racconto» orale e scritto.
Per «enunciato narrativo minimo» si intendono le condizioni minime perché un testo possa essere detto «narrativo», la successione di azioni-avvenimenti temporalmente e causalmente implicati che manifestano una sequenzialità temporale e logica riconoscibile (es. «Il re morì, poi morì la regina»: eventi legati da un nesso temporale; «il re morì, poi la regina morì di disperazione»: nesso temporale e logico); MA perché vi sia narrazione non è necessario che le relazioni logico-temporali siano manifestate esplicitamente (es. «il re morì, poi morì la regina»: solo la dimensione temporale è rappresentata esplicitamente, quella causale possiamo inferirla, a causa della morte del re, la regina morì).
Realtà e finzione
Possiamo distinguere una serie di generi narrativi fondati su una sorta di “patto” con la realtà, come le «non-fiction» che raccontano storie vere, basate su fatti documentati, biografie e memorie, con finalità divulgative, informative o testimoniali (es. reportage e inchiesta giornalistica, diari, resoconti di viaggio, biografie, autobiografie, memoir).
La suddivisione dei generi narrativi in fiction e non fiction è però puramente indicativa: il rapporto della narrazione con la realtà è più complesso, molti testi narrativi di non fiction utilizzano tecniche narrative romanzesche per catturare l’attenzione del lettore; esistono una serie di forme narrative nuove che mescolano volutamente fiction e non fiction (es. autofiction), fatti documentati e invenzione letteraria, reportage e fatti autobiografici.
Racconti finzionali
Le narrazioni finzionali creano un vero e proprio mondo finzionale («mondo della storia»), popolato di personaggi ed eventi, che possono anche essere reali, storicamente documentati, ma vengono «finzionalizzati»: il racconto appare in grado di accedere ad aspetti dell’esperienza umana (pensieri, sentimenti) a cui è impossibile giungere con gli strumenti della rappresentazione storica («suppositio»); eventi e personaggi storici possono essere narrati attraverso il punto di vista e le vicende di personaggi finzionali.
Il mondo della storia deve subire delle trasformazioni causate da eventi fisici e altri incidenti inabituali, o da deliberate azioni umane, come trasformazioni che situano il mondo della storia in una dimensione temporale. Il racconto deve permettere la ricostruzione di una rete interpretativa di relazioni causali (obiettivi, motivazioni psicologiche) intorno agli eventi narrati, che sarà più o meno complessa a seconda del tipo di narrazione (es. narrazione lineare del romanzo realistico ottocentesco vs. narrazione frammentata del romanzo postmoderno).
Narratologia
La narratologia è la disciplina che si occupa dello studio del racconto.
I formalisti russi (primi decenni del XX secolo) definiscono il testo letterario l’oggetto linguistico in cui
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