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La poesia latina: forme, autori e problemi

Epica e poesia didascalica

La poesia epica

L'epica, tra i generi letterari latini, diventerà ben presto il più solenne e importante, appropriandosi dei contenuti che erano più consoni all’ideologia di Roma, ma le sue origini non sono da collegare strettamente con origini nazionali. Basti pensare all’Odusia di Livio Andronico; se poi passiamo a Nevio, con il Bellum Poenicum, troviamo da una parte il contenuto dell’epopea romana e dall'altra le indagini di storia locale che erano proprie del poema epico ellenistico.

Nel mondo dei diadochi era diffuso l’interesse erudito per le origini dei popoli e delle terre appena accolte nella sfera culturale greca dalle conquiste di Alessandro; la tendenza era connessa col poema storico che celebrava le imprese del singolo sovrano. All’inizio la cultura romana non si comportò in maniera del tutto diversa; soprattutto un evento di per sé epocale come le guerre puniche impresse uno sviluppo sensibile all’epica latina e anche un indirizzo verso un contenuto storico-celebrativo; quando Augusto cercherà di elaborare un programma di propaganda pensò in primo luogo all’epos.

Nell’epica latina, da Nevio a Virgilio, si riprodurrà la duplice fruizione di Omero; d’altra parte però anche alcuni degli stessi poeti latini diventavano di volta in volta i modelli principali a cui attingeranno i poeti successivi. Per la lingua, resterà il riferimento ad Ennio sia in Lucrezio che in Virgilio e in seguito la funzione di modello classico fu esercitata dall’Eneide di Virgilio, come per quanto riguarda Lucano che si contrappose a Virgilio con il riproporsi di episodi dell’Eneide con un’ampia serie di variazioni.

Nella poesia post virgiliana, il testo di riferimento fondamentale diventa Virgilio mentre scompare quasi del tutto Ennio e Omero è ridotto a una funzione di second'ordine. Rispetto all’epica greca oggettiva, quella latina è soggettiva, e la soggettività ne diventa il carattere distintivo: essa non nasce come contrapposizione ai testi omerici, quanto piuttosto come maturazione di uno sviluppo che si era manifestato in epoca alessandrina.

I primi poeti epici latini percepirono questa esigenza di presentarsi al pubblico, mentre in seguito l’impulso di parlare di sé caratterizzerà altri generi, come la satira, e non si proporrà più nell’epica, dove invece si approfondirà l’analisi psicologica e la compartecipazione del narratore all’oggetto del narrare: l’analisi e il coinvolgimento sono accentuati in Virgilio e raggiungono il culmine con Valerio Flacco, dove a favore del pathos si tralasciano gli avvenimenti esterni.

Ma contemporaneamente a Flacco vi è Stazio che riporta l’attenzione sugli avvenimenti; anche Ovidio, dopo Virgilio, ad ogni interazione psicologica col personaggio aveva sostituito la ricerca del meraviglioso. Vale anche di osservare l’oscillazione continua che si registra fra il classicismo e la sua negazione: all’imponente celebrazione di Roma nell’Eneide segue quella poco convinta di Ovidio; soprattutto segue Lucano con la puntuale negazione di tutti i valori e i miti dell’età augustea; poi le sbiadite rivalutazioni di Silio Italico e Stazio: salvo rare eccezioni, il poeta epico romano è poeta cortigiano che deve manifestare nella propria opera l’attaccamento al principe.

Non a caso il più anticonformista tra i poeti, Lucano, vede la sua opera inficiata dalle contraddizioni di fondo tra l’omaggio a Nerone e i suoi spiriti repubblicani ed è evidente che in Lucano il condizionamento della corte diviene ineluttabile. La forma epica quindi è caratterizzata in Roma da una forte continuità, che sostanzialmente non presenta grandi innovazioni rispetto all’esperimento della poesia greca.

Livio Andronico

Si dice che la letteratura latina inizi con Livio Andronico con la traduzione latina dell’Odissea. Ci sono rimasti pochi frammenti in versi saturni. Questa traduzione suscita un forte interesse:

  • Interesse linguistico: eccezionale testimonianza della lingua arcaica della lingua latina.
  • Traduzione artistica: raffinata operazione letteraria che veniva in latino definire vertere e che non si limitava all’atto di tradurre, ma presupponeva un vero rifacimento del modello.

Livio Andronico è la figura del poeta dotto che si identifica in pratica col tipo di poeta ellenistico contemporaneo: è un autore che, oltre a far poesia, si dilettava di filologia e linguistica, si attardava lui stesso nella coniazione di vocaboli nuovi e conferiva una patina di dottrina a testi che pure si potevano considerare sperimentali.

Nevio

I caratteri dell’epos latino prendono forma con Nevio che visse durante la prima guerra punica, cui partecipa personalmente alla quale dedicò la narrazione del Bellum Poenicum. È un poema storico, che preannuncia la funzione celebrativa nei confronti della storia di Roma, a guisa delle opere della cultura ellenistica nei confronti delle singole città e dinastie, quindi si tratta di un nuovo tipo di epos, con modello alessandrino: sarà piuttosto lo sviluppo successivo ad individuare una nuova dimensione politica.

L’interpretazione dell’epos comprende i caratteri propri della poesia epica ellenistica, come apparato mitologico ed erotico (Enea e Didone a Cartagine). Nel Bellum Poenicum di Nevio ci sono due sezioni:

  • Sezione mitica, che va dalla distruzione di Troia alla fondazione di Roma.
  • Sezione storica che concerne la prima guerra punica.

Non si riesce bene a comprendere come le due sezioni si intersechino fra loro né come si giustifichi il salto dalla fondazione di Roma alla guerra stessa. Da Svetonio si ha notizia che il grammatico Ottavio Lampadione divise il poema in sette libri: in tutto l’opera di Nevio abbracciava cinquemila versi, una dimensione comparabile al poema alessandrino di Apollonio Rodio e che allontana la poetica di Nevio dal grosso poema epico tradizionale.

Un altro fattore da considerare ellenistico è la concentrazione della materia dell’Odissea e dell’Iliade nello stesso poema, come aveva fatto lo stesso Apollonio Rodio e così come farà Virgilio: nel Bellum Poenicum la narrazione dei viaggi di Enea è compresa alla pari di quella della guerra punica. Nevio, come Livio Andronico, scrive il suo poema in saturni (antico metro epico latino).

Ci sono due problemi che interessano gli studiosi:

  • Se fossero versi basati su una metrica accentuativa (come quella italiana moderna) o quantitativa (come quella latina classica).
  • L’origine del saturnio, ossia se sia nato in un ambiente esclusivamente italico oppure se contempli influssi ellenistici più o meno marcati.

Il saturnio si prestava al largo uso di assonanze e soprattutto allitterazioni, che concentrano l’attenzione per la musicalità: l’uso dell’allitterazione, pressoché inesistente nella poesia greca, rimanda ad effetti rintracciabili nelle diverse epoche indoeuropee e forma la base del tessuto espressionistico che caratterizza la poesia latina arcaica rispetto a quella greca.

Ennio

Opera della produzione della maturità di Ennio sono gli Annales, in diciotto libri: essa abbracciava la storia di Roma dalla sua origine ai giorni del poeta e furono sicuramente pubblicati in parte diverse, in quanto gli ultimi libri trattano avvenimenti contemporanei e fuoriescono dal piano originario dell’opera. L’opera, in opposizione alle Origines di Catone, tende a mettere in rilievo le singole figure: l’epica enniana è un’epica individualistica pur nell’ambito dell’esaltazione di Roma.

La tendenza politica non è chiara, egli era molto legato a Fulvio Nobiliore: così gran parte degli Annales rifletteva una avversione contro gli Scipioni, ma quando Fulvio Nobiliore si conciliò con Emilio Lepido prese nel poema un’ammirazione dei grandi condottieri; costante fu l’attaccamento a Nobiliore del quale esaltò di volta in volta gli amici.

La formazione di Ennio era ancora greco italica: i giudizi su di lui nell’antichità furono severi e lo accusarono di rozzezza e ricerca di facili effetti, ma non v’è dubbio che la sua poesia epica costituì un modello per tutta quella successiva e che il suo marcato influsso su Virgilio e Lucezio si traduce di fatto in un condizionamento dell’intera epica latina.

Anche se gli esametri latini erano già da molto tempo impiegati in formule religiose indipendentemente dalla tradizione greca e paradossalmente l’uso dei saturni da parte di Livio Andronico e Nevio fu un’innovazione, Ennio, in ogni caso, attraverso l’esametro opera una saldatura col modello omerico ponendosi cantore delle imprese romane e prosecutore e imitatore del poema ellenistico di Nevio, ma anche portatore a Roma della tradizione epica che partiva da Omero.

Nell’esametro epico enniano questa duplice prospettiva mostra la sua influenza; nel metro omerico vengono recepiti alcuni tratti stilistici che erano stati nell’epica precedente in saturni, in particolare gli ossessivi giochi di suono che non solo appaiono a noi quasi ridicoli ma che influenzarono in maniera determinante lo sviluppo successivo dell’epica. Questo carattere della poesia latina è stato definito “espressionismo” (immagini cruente e ricche di violenza, ricerca del patos).

L'epillio

L’epillio è la forma raffinatissima di piccolo epos che la letteratura latina aveva contrapposto al grande poema epico della tradizione, esso compare a partire dalla poesia neoterica e ne diventa l’elemento caratterizzante, anzi una delle maggiori novità introdotte dal nuovo movimento nella letteratura latina. Le dimensioni erano ridotte e contenute tra i tre e quattromila versi; la struttura è a cornice con l’inserzione di racconti nei racconti, l’azione risulta suddivisa in scene senza le parti di raccordo tra l’una e l’altra, la scarsezza delle similitudini, la mancanza di interesse per i temi epici tradizionali che fa riscontro all’ampio spazio dedicato a quelli erotici e personali; sono privilegiati gli elementi che non trovarono spazio nell’epos.

Il tratto più innovativo è caratterizzato dai personaggi, non più descritti in una prospettiva eroica, ma visti nel rapporto diretto con gli umili e imborghesiti loro stessi negli atteggiamenti e nelle azioni. La struttura è ben delineata, conclusa in se stessa, e comprende la narrazione di due diverse vicende mitiche, di cui l’una fa da cornice all’altra secondo un andamento che la filologia tedesca ha definito “Ringkomposition”; la narrazione di centro è introdotta con un pretesto convenzionale che può essere o la descrizione di un’opera d’arte figurativa o il racconto di un personaggio e si conclude con la presa di quella cornice.

Il rapporto delle due vicende narrate è dato da simmetrie invertite, cioè il riprodursi dell’una nell’altra di vicende in qualche modo analoghe ma con scambio di personaggi ed esiti: per esempio nel Carme 64 di Catullo l’inversione si realizza in questo modo, ovvero la cornice narrativa è costituita dalle nozze fra un mortale (Peleo) e una dea (Teti), mentre la narrazione interna si conclude con le nozze di una mortale (Arianna) e un dio (Bacco). Vi è anche una forte inversione fra la vicenda mitica di Arianna e Teseo e quella autobiografica di Catullo per Lesbia, avvalorata da una serie di precisi rimandi verbali fra i lamenti di Arianna abbandonata nel poemetto e quelli che nella sua produzione lirica il poeta rivolge all’infedele amante.

Vi sono degli elementi che impediscono di considerare l’epillio latino come calco di quello ellenistico: nel carme 64 tutto il racconto è visualizzato sulla base di una concezione strettamente moralistica della storia che fa coincidere con la decadenza dei costumi il passaggio dell’età arcaica alla situazione di infamia presente; tale moralismo, assente nei modelli alessandrini, mutua rispetto ad essi anche l’ethos narrativo, ridefinendo i protagonisti del mito quali eroi superumani, remoti dalle bassezze del quotidiano attuale.

Nell’epillio latino vi è un orientamento preferenziale verso lo stile tragico, dei cui modi espressivi si approccia per attuare l’intensificazione patetica. L’intreccio di amore sfocia nella tragedia, di cui si rende portavoce la frequentissima forma del monologo, o l’intercalare dell’apostrofe rivolta dal narratore verso il personaggio. Per esempio nell’epillio “Io” di Licinio Calvo vi è una apostrofe a Io, l’infelix virgo, che riecheggia nella poesia erotica successiva in momenti di chiara intensificazione patetica.

Oltre al carme 64 di Catullo, ci sono rimasti altri epilli latini integri, ossia alcuni poemetti della cosiddetta Appendix Vergiliana: il Culex, la Ciris e secondo alcuni il Moretum, oltre ad altri esempi della letteratura tardoantica. Anche in poemi didascalici sono inseriti alcuni epilli, come quello di Aristeo nel IV libro delle Georgiche e Andromeda nel V di Manilio.

Per quel che riguarda l’Appendix è prioritario il problema della sua autenticità, e dopo un travaglio lungo della critica, oggi le voci a favore la sua autenticità sono messe a tacere. È opinione affermare che la Culex, il Ciris e il Moretum siano epilli composti nella maniera neoterica, ma da collegarsi nella tarda età augustea. La Ciris si allinea perfettamente ai contenuti erotico-mitologici che caratterizzano l’epillio neoterico; l’amore disperato di Scilla per Minosse avrà un esito tragico: la fattura di Ciris è rozza, inficiata da durezze sintattiche e oscurità di ogni genere e per questo l’ipotesi è che si tratti di un falso intenzionale; inoltre nella Ciris vi è il commento dell’autore che realizza un continuum fra il testo e un commento fatto di piccole digressioni, come per Callimaco, ma solo che nella Ciris, invece della notazione erudita, ricorre spesso l’apostrofe al personaggio o l’esclamazione patetica, intesa a rafforzare la tensione tragica.

Il caso del Culex è ben diverso, di cui l’argomento non propriamente mitologico rimanda all’idillio realistico alessandrino, e rimane la struttura a cornice (poiché dentro la storia del pastore e della zanzara è inserita la storia degli Inferi) propria dell’epillio, per cui la vicenda solo apparentemente realistica trova svolgimento in un bosco quasi magico. Il Moretum dell’epillio mantiene solo la costruzione a cornice ma il suo argomento, ovvero l’inizio di una giornata di un rozzo contadino, risulta iperrealistico senza un minimo cenno ai temi erotici o comunque mitologici propri del poemetto neoterico.

L’Eneide di Virgilio

Il poema è l’opera più significativa della letteratura latina, ma ci è arrivato incompleto con 58 versi incompiuti. Virgilio componeva probabilmente a brani e non a singoli versi come farebbe ritenere la ricerca talvolta esasperata degli enjambements; vi sono poi alcune contraddizioni interne al poema: esistono poi due brani, i quattro versi che precedono il v.1 del libro I e l’episodio di Elena nel II libro che non sono riportati dalla tradizione manoscritta migliore e che erano oggetto di disputa fra i commentari antichi.

La discussione sull’autenticità o meno di questi due brani prosegue ancora ricca, anche se pare che i versi iniziali fossero imitati da Ovidio all’inizio degli Amores e che l’episodio di Elena ben si inserisca con il suo contesto a formare una sequenza scenica già presente in Omero. Un altro problema è quello della composizione, ossia dell’ordine in cui fu composto il poema e si possono individuare due tendenze generali:

  • Il libro IV e VI risultano più rifiniti e i loro brani facevano parte di una lettura antologica tenuta da Virgilio alla corte di Augusto nel 22 a.C., di cui ci riferisce la vita di Svetonio.
  • Tenuta dal filologo tedesco Gercke: si basa su fattori esterni e sulla loro base giunge alla conclusione che nel complesso la seconda parte del poema è stata composta anteriormente rispetto alla prima.

I 12 libri dell’Eneide sono chiaramente divisi in due esadi, ciascuna delle quali ha un suo proemio; si tratta della condensazione in dodici libri dei caratteri propri ai due poemi omerici, i primi sei odissiaci e i secondi ilidiaci e le due sezioni portano tracce vistose dei rispettivi modelli a cui si rifanno. La struttura stessa del poema, segnata dall’autore mediante i due proemi, introduce un rapporto scoperto e intenzionale con il modello omerico, mettendo in una prospettiva precisa il problema dell’originalità virgiliana.

Secondo alcune testimonianze, già nell’antichità non mancarono detrattori (obtrectatores) di Virgilio, e tra rimproveri che gli mossero vi era quello di una serie di furti ai danni di Omero. Ascanio Pediano, lo difese affermando che anche i detrattori potevano provare a togliere i versi ad Omero: avrebbero capito che è più facile togliere la clava ad Ercole che versi a Omero. Anche la critica romantica portò una svalutazione dell’opera virgiliana e dall’altra parte all’esaltazione dell’opera omerica.

Ma nell’opera virgiliana ci sono alcuni caratteri peculiari che lo diversificano dal modello omerico: Omero è narratore di avvenimenti, Virgilio di sensazioni; l’interesse di Virgilio è volto allo studio degli effetti che gli eventi hanno sulla psiche; la descrizione psicologica si realizza dall’interno del personaggio, visualizzando gli eventi da un punto di vista del personaggio stesso. La critica anglosassone ha denominato questa tecnica come “stile soggettivo” e si articola in due forme:

  • Visualizzazione degli avvenimenti attraverso le sensazioni di personaggi.
  • Reazioni che gli accadimenti raccontati suscitano nel narratore e si manifesta in una serie di apologie.
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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/04 Lingua e letteratura latina

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher SunyMila di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura latina e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Piemonte Orientale Amedeo Avogadro - Unipmn o del prof Tabacco Raffaella.
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