Premessa di Vincenzo Costa
Considerazioni preliminari alle lezioni sulla logica trascendentale
La logica è la scienza che assume di nuovo consapevolmente su di sé il compito che alla logica in generale era assegnato nella sua origine storica dalla dialettica platonica, il compito cioè di essere una dottrina universale e di principio della scienza. La logica è quindi la scienza a priori di tutte le scienze come tali: dottrina pura e a priori della scienza vuole mettere in luce le pure generalità, le forme essenziali dell'autentica conoscenza e della autentica scienza. Il termine formale: la logica non si interessa del problema relativo a una scienza particolare e i suoi particolari ambiti scientifici ma quello relativo allo scopo e al senso e alla possibilità di una scienza autentica come tale.
Ciò che oggi chiamiamo scienza si è storicamente sviluppato dalla logica e dalle direttrici normative elaborate nella dialettica platonica come riflessione critica sull’essenza e sull’esigenza eidetica di un sapere e di una scienza autentici, capaci di giustificare consapevolmente il proprio metodo. Nel suo intento questa giustificazione deve fondarsi su principi puri. La logica di Platone è sorta dalla reazione contro la negazione universale della scienza operata dalla scepsi sofistica. Essa negava la possibilità di principio di qualcosa come la scienza in generale. Platone venne condotto invece sulla via dell'idea pura, la sua logica non era desunta dalle scienze di fatto ma era puramente ideale e rivolta a elaborare norme pure, aveva la missione di rendere possibile una scienza che era stata fino ad allora soltanto una realtà di fatto.
Nell'età moderna invece il rapporto originario tra logica e scienza si è rovesciato. Le scienze si sono rese autonome dato vita a metodi altamente differenziati. Le scienze oggi non si preoccupano più della logica, ma la lasciano da parte con disprezzo, dunque. Oggi manca il riferimento alle origini fenomenologiche di ogni conoscenza, ossia la fondazione di tutte le scienze a partire dall’universalità della coscienza conoscente.
La parola logos da cui deriva il nome logica ha un gran numero di significati: la parola, il discorso; ciò su cui verte il discorso ossia la cosa di cui si discorre; l'atto dello spirito, l’enunciare, in cui viene prodotto contenuto di senso riferito a rispettivi oggetti o stati di cose. Il pensare umano si realizza nel linguaggio e tutte le attività razionali sono legate al discorso poiché ogni critica si serve del linguaggio e si compie in forma di asserzioni. La parola pronunciata, inteso come un fenomeno sensibile e nella fattispecie acustico, deve essere distinta dalla parola stessa che viene enunciata. Una sola e unica compagine linguistica viene riprodotta migliaia di volte per esempio in forma di libro ma noi parliamo dello stesso libro con lo stesso contenuto.
L'idealità del linguaggio: esso è una formazione spirituale: il pensare si compie sin dal principio come un pensare linguistico e i discorsi dotati di senso sono formazioni spirituali. La parola stessa è un’unità ideale che non si moltiplica per il fatto di essere riprodotta milione di volte. È una parola grammaticale identica di fronte alle realizzazioni effettive o possibili.
Il pensiero è un vissuto costitutivo di senso. Il pensare esprime tutta la vita psichica dell'uomo. All'unità del discorso corrisponde un'unità dell'intenzione. Nel parlare noi contiamo continuamente un interno intendere che si fonde con le parole per così dire animandole: le parole danno carne a un significato e lo portano incarnato come loro senso del discorso: coincidenza di linguaggio-pensare/possibili espressioni-possibili intenzioni esprimibili. Ogni asserzione è infatti allo stesso tempo discorso e attuale intenzione giudicativa.
Il pensare si unisce al discorso che gli conferisce un senso. Quando parliamo compiamo atti ecologici che riguardano prima il pensare che dà senso alle parole. L'io è intenzionalmente rivolto nel parlare a ciò che il parlante intende con le parole ossia ciò che esse esprimono. Questa intenzionalità che unifica le parole e il senso ha il carattere dell'intenzionalità manifesta, l'io puro è dunque presente, esso dirige lo sguardo sulla parola e l'afferra.
Atti tematici e quindi atti coscienti: atti dell'interesse che costituiscono il senso. Solo atti in virtù dei quali ciò che è cosciente assume per l'io il carattere privilegiato dell'intenzione tematica. Quello che il soggetto esprime parlando cioè il suo tema ciò che è dal soggetto inteso. Vi è differenza tra le parole che costituiscono i nostri temi grammaticali e le parole che utilizziamo per esprimere pensieri teoretici su questi temi. Questi ultimi sono atti dell'interesse, l'io partecipa ed è rivolto verso qualcosa e in questo è attivo: nell'atto stesso qualcosa è cosciente nel modo privilegiato di un tema cui l'io è diretto. In un discorso è sempre presente un tema ma non sono invece tematiche le parole del discorso. Il segno verbale che non è in sé tema dell'interesse, serve a trascinarci verso il senso in quanto è a questo che io è interessato. Il pensare donatore di senso non può essere un atto qualsiasi ma deve avere il carattere generale di un atto che intenziona tematicamente.
Tutti i vissuti intenzionali sono atti dell'io. Il sonno: afferramento che volge lo sguardo verso le fasi coscienziali precedenti. Si vive ugualmente tuttavia non vi è nulla che venga percepito, non vi è alcun tema di una conoscenza, non viene giudicato alcunché, nulla diviene oggetto di un interesse del sentimento.
La vita psichica è desta cioè l'io è desto e lo è in quanto compie le specifiche funzioni ecologiche in maniera attuale quindi in quanto compie attualmente un io percepisco cioè io sono rivolto ad un oggetto nell'intuizione. L’io funge come peculiare centro del fare esperienza, in quanto elemento che in tali vissuti agisce o subisce consapevolmente, esso è il polo, il centro delle azioni e degli stati di cose. L’io è sempre presente in quanto io che vive. Esso partecipa alla struttura peculiare dei vissuti, è partecipe in essi in quanto punto da cui si irradiano e verso cui convergono i raggi.
L'io desto con i suoi vissuti ha un costante e ampio orizzonte di vissuti di sfondo nei quali non inabita è a cui non partecipa. Se io percepisco effettivamente un oggetto e gli rivolgo lo sguardo osservandolo e prendendolo in considerazione, esso non potrà mai essere privo di uno sfondo inosservato e non afferrato. Accanto all'oggetto che ho salvato in maniera primaria e con cui sono occupato in modo privilegiato nell'osservazione, vengono conservati ancora singoli oggetti che possono ancora essere co-afferrati in seconda o terza linea. Passando dalla considerazione di un oggetto a quella di un altro oggetto io infatti non osservo più il primo e non sono occupato con esso, lo tengo però ancora sotto presa e non permetto che sfugga al mio osservare, resta sotto presa tutto ciò che io avevo precedentemente afferrato e resta in maniera modificata in mio possesso. Vi è poi negli oggetti esterni che non percepisco un campo di coscienza che non è entrato in una relazione con l’io e non lo colpisce restando sordo rispetto ad esso.
Anche i vissuti di sfondo sono infatti vissuti intenzionali. Gli atti del pensiero e della volontà non scompaiono semplicemente quando noi non li effettuiamo più a partire dall'io, essi si trasformano in vissuti di sfondo. Appena un vissuto di sfondo diviene attuale quindi quando l'io si è trasformato in un io che opera attivamente, il vissuto in quanto tale si è essenzialmente e completamente modificato. Lo stesso accade nel caso opposto. È implicito nell’essenza dei vissuti che, nel passaggio da un modo di effettuazione all'altro, essi siano coscienza della stessa cosa. Così in tale passaggio e grazie alla loro essenza si fondano la coscienza dell'unità di ciò di cui sono coscienza.
Alla percezione esterna si riferisce l’afferramento attenzionale cioè la direzione tematica verso l'oggetto esterno. Alla percezione esterna appartiene un atteggiamento tematico rivolto verso l'oggetto esterno della percezione.
Nel continuo mutamento che ha luogo nel vissuto effettivo della percezione abbiamo una coscienza che è coscienza di un unico medesimo oggetto. Un'unità caratterizza le nostre immagini percettive che divengono così afferrabili: si tratta di un'unità del vissuto percettivo. L'oggetto è lo stesso in tutte queste fasi della percezione, è lo stesso grazie alla coincidenza ininterrotta delle manifestazioni che si compie nella percezione. Esso è lo stesso coscienzialmente, non sono le manifestazioni nel loro contenuto fenomenico a giungere a coincidenza poiché esse sono sempre diverse e temporalmente esterne le une alle altre ma tuttavia vi è una certa coincidenza.
Il senso oggettuale della percezione è identico nella continuità delle manifestazioni. Il senso oggettuale dei vissuti è l'elemento identico intenzionato, un costante sostrato che rimane lo stesso nella serie continua delle manifestazioni momentanee dell’oggetto.
La percezione ha in sé stessa ciò che in essa si manifesta in quanto tale, il suo elemento percettivamente intenzionato. La percezione è un vissuto intenzionale e ha immanentemente in sé stessa un oggetto intenzionale in quanto senso da essa inscindibile. Ciò che qui è caratterizzato come albero è il contenuto di senso immanente alla percezione, esso non è una cosa nella natura fattuale. In ognuna delle mutevoli manifestazioni di un albero si manifesta sempre lo stesso albero, l'intenzione percettiva e tematica attraversa le manifestazioni di continuo e intende l'elemento albero sempre identico.
Tuttavia il senso oggettuale della percezione è un'altra cosa rispetto all'effettivo oggetto percettivo, il senso della percezione dell'albero è diverso dall'albero in quanto effettivo oggetto della natura. Se l'albero esiste effettivamente allora la percezione ha la sua accertabile legittimità nella forma di possibili atti dell'accertamento legittimante.
Introduzione: il darsi in originale nella percezione
L'adombramento prospettico in cui ogni oggetto spaziale si manifesta porta a manifestazione quest'ultimo solo unilateralmente. Per quanto compiutamente una cosa possa essere percepita, essa non coincide mai con la totalità delle proprietà che nella percezione le spettano e che la costituiscono in quanto cosa sensibile. Vengono a percezione solo alcuni lati dell'oggetto: è impensabile una percezione esterna che esaurisca il contenuto sensibile-cosale di ciò che viene percepito, un oggetto percettivo non può darsi in una percezione conclusa secondo la totalità delle sue caratteristiche sensibilmente date all'intuizione.
Vi è una differenza dunque tra percezione esterna e oggetto corporeo. La percezione è coscienza originale nel senso che l'oggetto percepito non è solamente il lato del tavolo ma è la cosa nella sua interezza, che ha altri lati che potrebbero essere percepiti in altre percezioni. Vi è dunque un rimandare al di là ossia la coscienza di qualcosa di percepito che oltrepassa il lato effettivamente visto: è un additare di natura non intuitiva. Anche i lati non visibili sono dati alla coscienza perché sono co-intenzionati in quanto co-presenti, tuttavia essi non si manifestano affatto.
Ogni vissuto intenzionale è costituito da un aspetto soggettivo, chiamato noesi, e da un aspetto oggettivo, chiamato noema: ciò che è pensato, si mostra. Ogni percezione rinvia in sé stessa a una continuità, a nuove e possibili percezioni nelle quali un medesimo oggetto si mostrerebbe da sempre nuovi lati. Vi è dunque un sistema di rimandi. Ogni manifestazione di cosa è attraversata da un orizzonte intenzionale vuoto che deve essere riempito e dunque un'indeterminatezza determinabile. È una coscienza di qualcosa, una predelineazione che prescrive una regola al passaggio verso nuove manifestazioni attualizzanti. Il lato del tavolo che non è visibile è cosciente nella forma di un rimando vuoto. Vi è sempre anticipazione, pre-afferramento.
- Orizzonte interno: ciò che è propriamente percepito e che si presenta in carne e ossa nella manifestazione, e ciò che solo co-presente che è una determinatezza predelineata in maniera ancora interamente vuota.
- Orizzonte esterno: Accanto a questo orizzonte interno vi sono però gli orizzonti esterni, le pre-delineazioni relative a ciò che è ancora privo di una qualsiasi intelaiatura intuitiva.
La percezione esterna ha un deflusso temporale di vissuti nel quale le manifestazioni passano in maniera coerente una nell’altra nell’unità della coincidenza, cui corrisponde l’unità di senso. Questo flusso è una struttura sistematica di progressivi riempimenti di intenzioni a cui corrisponde un progressivo svuotamento di intenzioni precedentemente piene. Ogni datità percettiva è un miscuglio inscindibile di noto e di ignoto (il quale rimanda a una nuova possibile percezione). Nel procedere della percezione l’orizzonte vuoto, sia quello interno sia quello esterno, si procura il suo riempimento.
La pre-delineazione di senso è una sorta di interpretazione anticipatrice, un presentimento. Le intenzioni vuote (interne non riempite) si trasformano in attese: l’indeterminatezza è una forma originaria di generalità che si riempie nella coincidenza di senso solo attraverso la specificazione: questo processo di riempimento specificante è anche il processo di una precisa acquisizione conoscitiva, non momentanea, attraverso cui una conoscenza viene inserita nel patrimonio stabile della conoscenza diventando abitudine. Questa operazione avviene per mezzo della ritenzione. Ma ciò che è divenuto invisibile non è perso per la nostra conoscenza. Infatti l’oggetto si trasforma dapprima in acquisizione originaria sconosciuta e poi in uno stabile possesso conoscitivo. La determinazione che si compie con il riempimento porta con sé un momento determinato di senso che, nel passaggio a nuove percezioni, di fatto scompare dal campo percettivo ma viene mantenuto ritenzionalmente. Il nuovo grazie alla ritenzione confluisce, spegnendosi, nell’orizzonte vuoto che però è diverso dall’orizzonte vuoto che si ha prima che il decorso percettivo si facesse avanti.
Un possesso disponibile in ogni momento: ciò che è già noto, sebbene sia divenuto vuoto, è liberamente disponibile in quanto la ritenzione vuota che rimane può essere in ogni momento riempita e attualizzata attraverso una ri-percezione che ha il carattere del riconoscere. Il carattere fondamentale della percezione trascendente è la possibilità della ri-percezione della trascendenza, di una nuova percezione del medesimo.
Se abbiamo conosciuto una cosa e si presenta nel nostro campo visivo una seconda cosa che concorda con la prima che a noi è nota, allora la nuova riceve l’intera predelineazione conoscitiva della precedente in virtù di un’interna coincidenza che viene ridestata da un’associazione di somiglianza. Il nuovo oggetto viene appercepito con le stesse proprietà non viste del vecchio.
La motivazione cinestetica: i decorsi di manifestazione procedono mano a mano con quei movimenti del corpo che li mettono in scena. Il corpo vivo funge costantemente come organo percettivo che si muove soggettivamente nel fare percettivo. Le manifestazioni percettive e quindi le sensazioni di movimento sono correlate con le serie cinestetiche corrispondenti. Ogni linea della cinestesi decorre in un modo suo proprio, totalmente diverso da una serie di dati sensibili perché essa si svolge come un decorso di cui posso liberamente disporre, che posso liberamente fermare in quanto realizzazione originariamente soggettiva.
- Il sistema dei movimenti corporei ha un sistema di coscienza soggettivamente libero.
- Riguardo alle manifestazioni invece non sono libero: ma esse però sono dipendenti dalle cinestesi.
Appartiene quindi ad ogni percezione esterna un'idea disposta all'infinito. L'idea disposta all'infinito è dunque irraggiungibile perché la possibilità che vi sia una percezione che produca una conoscenza assoluta dell'oggetto è esclusa dalla struttura essenziale della percezione stessa. L'oggetto percettivo si pone all'interno del processo conoscitivo come un'approssimazione fluente. L'oggetto esterno è qualcosa che abbiamo ininterrottamente in carne ed ossa, lo vediamo e lo cogliamo, tuttavia esso si trova ininterrottamente in una lontananza infinita dallo spirito. Ciò che ne cogliamo è la sua essenza ma soltanto in quanto approssimazione incompiuta che ne coglie qualcosa e al contempo la colloca in una vuotezza che richiama il riempimento. Si allude a limiti ideali che sono raggiungibili attraverso serie continue di riempimenti. Il tema espresso nelle percezioni è guidato da interessi pratici; l’interesse tematico si placa se, in relazione all’interesse del momento, sono espressi temi conosciuti.
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