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Taranto: una storia lacedemone secolare

1 - Colonia degli spartani

Assai note sono le circostanze che conducono alla fondazione dell’unica colonia spartana in Occidente, Taranto, posta all’estremità nord-orientale dell’area toccata dalla migrazione dorico-achea degli ultimi decenni dell’VIII secolo a.C. San Girolamo, che è la versione latina della “Cronaca” di Eusebio, ci passa come data di fondazione ufficiale il 706-5 e ciò ben si accorda con quanto Antioco ed Eforo, per bocca di Strabone, ci tramandano.

L’ecista della spedizione è un tale di nome Falanto, il quale è indirizzato dall’oracolo delfico stesso ad andare “ad abitare la ricca città di Taranto e diventare il flagello degli Iapigi”. Sulla natura identificativa del corpo del contingente le versioni di Antioco e di Eforo divergono considerevolmente: il primo sostiene che Falanto guidava un gruppo di Partheni, che erano i figli di quegli spartiati che, non avendo combattuto nella prima guerra messenica – che Eusebio fa iniziare nel 743 –, erano stati ridotti al rango di iloti, perdendo il diritto di cittadinanza, di qui la partenza per l’Occidente in cerca di un futuro migliore da parte dei figli; Eforo, dal canto suo, ritiene questi Partheni, di cui fu messo a capo Falanto, come i figli avuti dalle donne spartane con gli iloti nel corso della guerra con Messene, nati allorché gli spartiati, impegnati fuori città da anni, diedero il permesso alle proprie mogli di accoppiarsi con i propri servi per garantire almeno un’altra generazione alla città di Sparta.

Ovviamente ciò avrebbe causato non pochi sconvolgimenti ai nuovi arrivati che, essendo solo di madre spartana, non potevano essere integrati a pieno nel tessuto sociale cittadino, di qui la probabile partenza per l’Occidente, dopo aver tentato, e fallito, una rivolta in occasione delle feste di Hyakintos nel santuario laconico di Amyklai.

Per giunta nell’oracolo che il dio delfico affida a Falanto si menziona una certa “Satyrion”, nella quale si sarebbe dovuto recare prima di fondare Taranto l’ecista stesso, come punto di appoggio iniziale per l’effettiva opera di colonizzazione. Ora, negli scavi condotti nella baia di Porto Perone, località posta ad est dell’odierna Taranto, l’evidenza archeologica ha riportato alla luce resti di un insediamento del Bronzo che attesta numerosi segni vitali ancora nell’VIII secolo, e noi sappiamo che, ancora prima di Taranto, un nucleo di Greci di origine spartana si era insediato in queste zone eliminando i Messapi.

Che questa Satyrion, Saturo nella resa italiana, sia antecedente alla fondazione di Taranto stessa? Non possiamo dirlo con certezza, però suggestiva resta un’altra curiosa circostanza: l’eroe eponimo dell’apoikia, Taras, secondo il mito sarebbe il frutto dell’amore intercorso tra Poseidone e una ninfa chiamata proprio Satyria. È chiaro che non abbiamo gli elementi certi per giudicare, però sappiamo anche che per la mentalità di un greco, specie coloniale che quindi riparte da zero e che ha bisogno di rifondare un proprio substrato mitico per giustificare le proprie credenze e la propria stessa presenza su un nuovo suolo non ellenico per geografia, questi possono essere i particolari che contano e l’agganciamento col mito non può essere un caso.

In più, anche il promontorio scelto per la fondazione di Taranto stessa, che separava il Mar Piccolo dal Mar Grande, pare essere abitato già prima della venuta spartana: la sovrapposizione lacedemone fu pertanto sanguinolenta in ogni caso al momento dello stabilimento.

Purtroppo la città odierna insiste quasi del tutto sull’arcaica e pertanto poco e nulla si ricava dall’evidenza archeologica che può, tutt’al più per le fasi più antiche della colonia, restituire giusto qualche corredo sepolcrale che, almeno, ben conferma la cronologia letteraria della fondazione ancorata agli anni finali dell’VIII secolo.

2 - La prima politica territoriale di Taranto tra la fondazione e il VI-V secolo

Della storia arcaica di Taranto dalle fonti leggiamo davvero poco o nulla. Si può, però, concludere che già dai primi momenti di vita dell’apoikia la sua politica espansionistica fu gravemente ostacolata verso est dalla presenza opprimente delle popolazioni iapigie. Infatti, per quanto queste proprio furono scacciate dall’area del Golfo al momento della fondazione della colonia, non furono mai del tutto vinte e debellate dai coloni spartani, specie perché i centri protourbani della Messapia delle vicinanze erano davvero molto ben organizzati sotto molti punti di vista e, in primis, sul fronte bellico.

La tradizione letteraria comincia ad informarci su questi scontri tra Taranto e gli Iapigi solo a partire dal V secolo, ma noi non possiamo pensare che tali dissidi non si siano verificati ancora prima per i due secoli precedenti: si può ricordare il saccheggio tarantino della città indigena di Carbinia e, principalmente, la nefasta disfatta del 473 subita dai Tarantini, coi loro alleati Reggini, per opera degli Iapigi che né Erodoto né Diodoro nascondono nel ricordare come la peggiore sconfitta militare patita dai Greci d’ogni sorte e collocazione geografica.

Per giunta, giusto per restituire l’importanza anche ideologica che ebbe questa continua “guerra al Barbaro” condotta avanti da Taranto, è saggio ricordare che Pausania attesta nell’ambito della sua Periegesi la presenza di due donari – anche di ottima fattura e commissionati a celebri bronzisti del periodo tardo-arcaico e proto-classico – dell’apoikia achea nel santuario panellenico delfico.

Quindi Taranto tentò sin da subito l’espansione, a esiti e risultati alterni, di allargare i suoi orizzonti territoriali in direzione degli Iapigi e della costa adriatica della Puglia settentrionale. In questo senso prova tangibile di questa mossa espansionistica è il rinvenimento archeologico della necropoli di Tor Pisana a Brindisi che registra ricchi corredi con ceramiche d’importazione greca databili pressappoco al periodo subito successivo alla fondazione di Taranto; e ancora la stessa presa di Carbinia rafforza l’impressione che sin da subito Taranto volesse crearsi un varco in direzione di Brindisi che, comunque, rappresentava il miglior porto naturale lungo la costiera adriatica, prospiciente la Balcanica e la Grecia stessa.

Su per giù negli stessi tempi, Taranto si attiva anche per espandere i suoi domini ad ovest, verso le fertili e ricche pianure della Lucania, con obiettivo probabilmente la Siritide, ovvero la regione compresa tra il basso corso dell’Agri e del Sinni, forse perché la presenza dei Colofoni – primi greci ad essere giunti in quelle zone – non appariva poi così ingerente. In realtà, sarà proprio Sibari a sollecitare gli Achei della madrepatria ad inviare un nuovo contingente che si occupasse della fondazione di un avamposto che, posto a metà strada tra Taranto e Siris, ponesse un limite alle mire espansionistico-egemoniche di Taranto nella zona: così nasce la florida Metaponto e, qualche generazione dopo di lei, altri Achei si sbarazzarono anche di Siris ostacolando del tutto l’espansionismo ad ovest del Bradano tarantino.

La città di Taranto, pertanto, è obbligata ad accettare il proprio ridimensionamento nella chora circostante, che pure era molto estesa e ricca, oltre che fertile e buona per la coltivazione; e, circondata da indigeni e genti avverse, edificherà santuari di confine per sottolineare le precise dimensioni territoriali: si possono ricordare il santuario in onore di Afrodite sorto già a Saturo, e l’Artemision di Torricella, a 30 km a sud-est di Taranto stessa, al limite coi Messapi.

È difficile ricostruire, infine, la struttura sociale e l’ordinamento politico nella Taranto arcaica, però si può

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ANT/07 Archeologia classica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher marcocapurro di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Archeologia della Magna Grecia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi L'Orientale di Napoli o del prof D'acunto Matteo.
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