Psicodinamica dello sviluppo e delle relazioni familiari
Brivio Sara, STP T1, A.A. 2023/2024
A.A. 2023/2024
Parte 1 - Prof.ssa Santona
Parte 2 - Prof. Tognasso
1 Brivio Sara, STP T1, A.A. 2023/2024
Parte 1 - Prof.ssa Santona
Elementi storici
Il movimento sistemico-relazionale nasce nel 1950 negli Stati Uniti in contrapposizione al movimento psicoanalitico. Tale movimento è focalizzato sulla relazione, sulla triade e non sulla diade/sull’individuo. L’unità minima di osservazione è il triangolo.
Prima fase
Negli anni ‘50 si comincia ad avere un approccio olistico ai problemi: le discipline scientifiche iniziano a studiare i sistemi (“teoria dei sistemi”). Lo studio del singolo (es. della singola particella per i fisici) è utile, ma comincia a diffondersi l’idea secondo cui sia importante avere un paradigma che tenga in considerazione anche l'interazione fra i sistemi (sistema = insieme di unità interagenti che sono in relazione tra loro). Questa visione della realtà introdusse un nuovo linguaggio e un innovativo lessico scientifico applicato allo studio di ogni sistema esistente.
Il 1950 è il periodo del dopoguerra, caratterizzato da notevoli difficoltà. Innanzitutto negli Stati Uniti la schizofrenia era, a quel tempo, la patologia più diffusa (era prevalentemente marcata nei reduci di guerra): la risposta psicoanalitica alla schizofrenia non è mai stata soddisfacente. Un’altra questione che coinvolgeva il paese era quella della devianza minorile: c’era stata una grandissima migrazione e c’erano molti adolescenti devianti che non rientravano in nessun centro di cura.
Tutto ciò porta ad una inadeguatezza della psicoanalisi, la quale non riesce a far fronte all’emergenza negli Stati Uniti. Cominciano a nascere i neofreudiani: sviluppano un linguaggio differente cercando di introdurre l’idea di relazione, l’idea di gruppo...
Si inizia a comprendere che per capire la persona è importante considerare il contesto in cui la persona vive: assume importanza il contesto sociale → da uomo psicologico a uomo sociale. Si inizia a contemplare l’idea che noi siamo soggetti biopsicosociali (la dimensione sociale ha la stessa importanza di quella biologica e di quella psicologica). Ad esempio, se una persona fa un occhiolino ad un’altra persona, il significato che noi attribuiamo all'occhiolino dipende dal contesto in cui si inserisce.
Alcune delle idee che sono state diffuse in questa prima fase dai neofreudiani (“puristi dei sistemi”) non sono state molto utili. Per esempio, l’idea secondo cui esiste una relazione causa effetto tra le patologie e i comportamenti genitoriali, per esempio tra schizofrenia del figlio e caratteristiche della madre → teoria della “madre schizofrenogena” (teoria di neofreudiani). Ad oggi, in realtà, noi abbiamo abbandonato quest’idea, che era nata per lo più da neofreudiani: ci vogliono 3 generazioni per avere una schizofrenia conclamata. Se nella prima generazione c’è una piccola fragilità ma non viene presa in carico da nessuno (non viene elaborata), questa fragilità viene trasmessa alla seconda generazione e diventa più di una semplice fragilità; se non viene elaborata nuovamente viene trasmessa alla terza generazione e diviene un vero e proprio macigno.
Un’altra questione fondamentale trattata dagli esponenti di questa prima fase del movimento era basata sulla neutralità del terapeuta quando interviene: quanto il mio vissuto e i miei sentimenti devono intervenire, in quanto psicologo, quando sono con una famiglia o un paziente. I puristi credevano di non dover intervenire: pensavano di doversi formare in favore della neutralità (entro nella stanza di terapia senza i miei pensieri, la mia storia, le mie concezioni...) → tema della neutralità. Nel corso del tempo questa neutralità è stata notevolmente rivisitata: si pensa che sia importante che la distanza tra il terapeuta e le singole parti del sistema deve essere uguale: il terapeuta si deve associare con tutti i componenti del sistema. Il terapeuta sceglie in alcune occasioni di sbilanciare il sistema per
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cercare di “sollecitare” alcune parti, ossia le parti meno motivate (es. soggetto che non voleva venire in terapia ma è stato “obbligato” dalla/e altra/e parte/i).
Nella prima fase del movimento sistemico si tendeva a non parlare del mondo intrapsichico: si occupavano per lo più dell’input, come se ciò che è intrapsichico (ciò che elabora l’input e invia l’output; il vissuto intrapsichico dei componenti del sistema) non fosse da considerare. Questo elemento ha aiutato a studiare il sistema ma allo stesso tempo non è stato di giovamento per la strutturazione di questa teoria.
L’ultima parte del movimento prende in considerazione il fatto che noi siamo vincolati alle relazioni e quello che mi succede non è slegato dalle mie relazioni: conta la matrice familiare in cui io sono cresciuto e la qualità di tale matrice → appartenenza familiare.
Seconda fase
Nella seconda fase del movimento sistemico-relazionale si sono formate due tendenze, differenti per il grado di interesse verso la famiglia:
- Coloro che sono più conservativi: desiderano dare più attenzione alle relazioni pur rimanendo fortemente legati alla psicoanalisi (continuità con il passato) → Ackerman, Boszormenyi-Nagy, Bowen, Whitaker.
- Coloro che vogliono una rottura con la tradizione psicoanalitica e vogliono il rinnovamento del linguaggio e delle categorie concettuali. Il movimento sistemico-relazionale è, quindi, un movimento di contrasto: di conseguenza cambia anche il linguaggio che utilizza (es. la parola “inconscio” non viene utilizzata dal movimento sistemico) → il gruppo Palo Alto e Minuchin.
Terza fase
In questa terza fase si cerca di uscire dai circuiti di potere della psicoanalisi perché le istituzioni non riuscivano più a rispondere ai bisogni della società. Tutto questo ha richiesto una riforma dei servizi sociali: lo psicologo ha cominciato ad uscire dalla sua stanza; a quei tempi, per esempio, Minuchin andava nei quartieri a rischio a lavorare con gli adolescenti in strada. Avviene un passaggio dall'interesse esclusivo per l'individuo a quello per i piccoli gruppi e per le potenzialità patogene e curative delle comunità: tale passaggio ha cambiato le modalità di intervento dello psicologo, tanto che cominciava a intervenire nelle famiglie, nelle scuole e nei quartieri.
Questa forte richiesta sociale ha comportato che, all'inizio, i sistemici facevano molta attività clinica ed erano poco interessati alla ricerca e alla sperimentazione del nuovo modello: per questo motivo la produzione teorica di questo movimento è notevolmente inferiore a quella di altri movimenti psicologici.
Quarta fase
La quarta fase è caratterizzata dalla ripresa dell’interesse per la sperimentazione e l’approfondimento teorico.
Modelli di terapia familiare
All'interno del movimento c'erano tre gruppi. Il parametro per le definizioni dei gruppi è il rapporto individuo-famiglia letto come rapporto figura-sfondo. L'individuo è al centro o è lo sfondo? E la famiglia?
- Posizione supra-individuale (scuola di Milano) → la famiglia è la figura, l'individuo lo sfondo. Questo modello studia unicamente le relazioni familiari. L'oggetto di analisi e intervento è la famiglia come unità: serve studiare più le regole relazionali che il vissuto individuale. Il comportamento intrasistemico è in secondo piano.
- Posizione supra-individuale-individuale (Minuchin, Andolfi) → la famiglia è un sistema aperto. C’è una costante relazione della famiglia con i componenti interni e con il
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contesto in cui è inserita: si parla di mutua interdipendenza. La famiglia si autogoverna ma si trasforma sia rispetto a delle richieste interne che esterne. La figura e lo sfondo sono concomitanti: la famiglia è l'unità di analisi (figura) ma il vissuto individuale è comunque un elemento centrale.
- Posizione individuale-supra-individuale (Bowen, Boszosmenyl-Nagy, Whitaker) → è il gruppo maggiormente neofreudiano; studiano le dinamiche familiari attraverso il vissuto individuale. Sono interessati a valutare le relazioni interne e quelle con le figure significative dell'esperienza soggettiva, e lo fanno attraverso la valutazione dei modelli interattivi passati e presenti che l'individuo ha mantenuto nella sua vita.
In ogni intervento si è guidati da una teoria che porta a scegliere i parametri da osservare per valutare i comportamenti. Quali sono i modelli di intervento?
- Modello supra-individuale → nell'intervento ci si occupa di dinamiche relazionali tra membri della famiglia. Il clinico che interviene sulle relazioni fra individui è interessato a capire le regole che le guidano. Interviene sui parametri organizzativi che interrompono il normale sviluppo evolutivo di quella famiglia. Incontra un gruppo familiare, ne studia regole (regole di comportamento, affettive, morali...) e le modalità, individua quali sono disfunzionali, e interviene cercando di modificarle. Interviene sul sovrasistema.
- Modello supra-individuale-individuale → intervengono prendendo in considerazione sia la dimensione personale che quella familiare. I teorici e clinici che intervengono sui problemi familiari cercando di dare una nuova visione di sé stessi alla famiglia cercano di considerare i vissuti soggettivi e le dinamiche familiari. I clinici vogliono capire quali regole sono evolutive e quali bloccano il processo evolutivo: il loro obiettivo è la modificazione delle relazioni tra i membri della famiglia individuando soprattutto che tipo di funzione ha bloccato la famiglia. Si cerca di trovare quali funzioni sono disfunzionali.
- Modello individuale-supra-individuale → è un modello molto freudiano, infatti il clinico mette al centro della propria considerazione e del proprio intervento l'individuo, guarda come esso vive e come considera le proprie relazioni familiari. Opera sempre guardando il mondo intrapsichico, ma rispetto al modello psicoanalitico si considera il sistema delle relazioni. Il terapista cerca di aiutare la persona a fare un esame di realtà più verosimile e adattivo possibile rispetto ai suoi bisogni.
La normalità familiare
Per molti anni per spiegare la “normalità” familiare i teorici facevano riferimento a concetti errati:
- Normalità come salute → la normalità veniva fatta corrispondere all’assenza di sintomi: si intendeva la famiglia asintomatica come famiglia normale. L’assenza di sintomi, oggi sappiamo, non ci rende “normali”: il funzionamento della famiglia sana oltrepassa di molto la semplice assenza di problemi.
- Normalità come media statistica → si riteneva che la normalità fosse rappresentata dalla media statistica, ossia una famiglia veniva considerata normale quando era tipica (le famiglie anormali sono quelle che deviano dalla norma); in realtà oggi sappiamo che il punteggio medio non sempre è rappresentativo della popolazione.
- Normalità come utopia → si credeva che per valutare la normalità si dovesse prendere in considerazione l’eccellenza, ossia le cosiddette “famiglie ottimali”, quelle con un funzionamento “ideale” (famiglie i cui componenti svolgono con successo i propri compiti e in cui viene curata la crescita e il benessere dei membri).
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Il modello sistemico-relazionale per parlare di normalità sceglie il modello evolutivo (come la famiglia è in grado di vivere la propria esperienza di crescita, di accompagnare i propri membri verso l'autonomia, di assolvere i propri compiti evolutivi). Il modello evolutivo coincide con la seconda cibernetica. I compiti evolutivi di ogni componente sono diversi, e l'equilibrio c'è se ognuno assolve i propri. Va preso in considerazione il benessere di tutti i componenti.
Nella prima fase del movimento sistemico, detta prima cibernetica, per valutare la normalità di una famiglia si considerava l’equilibrio, ossia l’omeostasi della famiglia stessa: per valutare una famiglia si guardava la sua capacità di avere un buon equilibrio e autoregolarsi.
Nella seconda fase del movimento sistemico, detta seconda cibernetica, con il modello evolutivo si prende in considerazione la capacità evolutiva dei sistemi umani, cioè la tendenza non solo a mantenere una stabilità e un equilibrio ma anche a cambiare e ad evolvere verso nuovi modelli di sviluppo e crescita.
I sistemi umani hanno questa doppia tendenza a conservare ma anche a cambiare forma e organizzazione: ogni sistema si mantiene stabile, resistendo ai mutamenti percepiti come troppo radicali, ma, allo stesso tempo una famiglia funzionale deve essere in grado di adattarsi alle richieste di mutamento evolutivo e ambientale. Le famiglie che non sono in grado di modificarsi in base alle richieste interne/esterne sono rigide, e dunque malfunzionanti.
Nella concezione passata di normalità mancava fortemente la variabile tempo, → reintrodotta con il modello evolutivo: la famiglia normale veniva concepita come un’entità statica e avulsa dal contesto temporale oppure considerata trasversalmente in un singolo momento evolutivo. Oggi sappiamo che la famiglia presenta una complessa architettura temporale caratterizzata dalle intersezioni di storie individuali, di esperienze condivise e di legami intergenerazionali. La famiglia dunque si muove in un flusso temporale complesso, scandito e costantemente trasformato dalle nascite e dalle morti, dalle fasi di crescita e dalle entrate/uscite dei vari componenti del sistema familiare, seguendo un proprio specifico ciclo di vita.
Oggi sappiamo che la famiglia ha tre tempi evolutivi:
- Tempo passato → quando io nasco, nasco all’interno di una matrice di significati ossia di simboli familiari, che mi hanno preceduto; la mia nascita non è slegata dal percorso evolutivo della mia famiglia;
- Tempo presente → è quello che la nostra famiglia nucleare vive con noi fino a quando usciamo di casa; si rinnova quando usciamo di casa e, ad esempio, ci creiamo una famiglia (“ciclo di vita della famiglia”);
- Tempo futuro → quanto la famiglia è in grado di accompagnare i figli in una traiettoria evolutiva verso l’assunzione di compiti adulti adeguati (il tempo presente ci dà delle indicazioni per capire cosa accadrà in un tempo futuro).
Anche all’interno della famiglia stessa esistono dei tempi/dimensioni, ossia una dimensione individuale e una dimensione familiare:
- Tempo individuale.
- Tempo familiare: scandito dalla fase in cui si trova la famiglia (es. un tempo familiare è quello della famiglia con figli piccoli; un altro tempo familiare è quello della famiglia con figli adolescenti).
Solitamente le persone si allineano con il tempo familiare. In alcuni casi però il soggetto può trovarsi in una condizione che lo riguarda (es. bisogni evolutivi da donna che vanno in direzione opposta rispetto al presidiare un figlio adolescente) ma che non corrisponde a quella familiare; in questo secondo caso si creerà una situazione di non allineamento.
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Bisogna fare molta attenzione a definire la famiglia e la normalità in base alla cultura di → appartenenza: a seconda della realtà culturale ci sono diverse idee e modi di affrontare la genitorialità (es. ci sono realtà in cui le neomadri vengono affiancate da una figura adulta che si prende cura di loro; ciò in Italia non accade). È necessario connotare culturalmente la lettura diagnostica del sistema famiglia! La definizione di famiglia che studiamo in questo corso è legata al contesto culturale occidentale e non rappresenta le famiglie che vivono altri contesti.
Non è possibile studiare il soggetto all’interno della famiglia senza considerare il contesto. → La famiglia è un territorio biopsicosociale. È necessario valorizzare il contesto (come globalità).
La famiglia viene spiegata a questo proposito molto spesso prendendo come esempio la cellula: anche la famiglia ha una membrana permeabile che consente gli scambi tra l’interno e l’esterno. La membrana corrisponde alla relazione che la famiglia ha con il contesto, ossia l’esterno. Per un buon funzionamento familiare, oltre ai confini chiari e solidi, il sistema deve essere anche successivamente flessibile da consentire un interscambio tra autonomia e interdipendenza.
Il contesto ci consente di eseguire una diagnosi familiare: uno degli errori più grandi che lo psicologo può fare è non prendere in considerazione il contesto, eseguendo una diagnosi patologizzante → un fenomeno resta inspiegabile finché il campo di osservazione non è sufficientemente ampio da includere il contesto in cui il fenomeno si verifica.
Minuchin dice che “I contesti sono annidati all’interno di essi stessi, come le bambole russe e un sistema completo teoricamente racchiuderebbe l’universo”: se avessimo una teoria che fosse in grado di leggere tutti i contesti che riguardano la realtà, sapendo che i contesti sono spesso annidati come le bambole russe, allora forse avremmo una teoria in grado di spiegare il mondo. Per cogliere la realtà bisogna allargare la visuale, partendo dall’individuo e spostandoci verso i contesti in cui è inserito.
La famiglia
La famiglia è un sistema e, quindi, una totalità organizzata → si organizza e ha un
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