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Lezione 1 18 settembre 2023 - prof.ssa Ramello: il cavaliere errante

L’esordio primaverile del romanzo è uno dei topoi che troviamo nella lirica romanza, soprattutto quella cortese. C’è questo giovane cavaliere che vuole andare a divertirsi con la caccia, uno dei più importanti divertimenti di un giovane nel medioevo. Dunque nell’esordio del romanzo ci viene presentato un giovane che una mattina di primavera si alza per andare a divertirsi con la caccia, ma mentre si trova nella radura gli viene incontro una dama che gli dice di averlo amato da sempre, e gli dice di smetterla con questi diletti e dedicarsi a cose veramente importanti. Questa dama si chiama Conoscenza, e questo ci fa capire che dietro c’è tutto un discorso di tipo allegorico, con infatti molte figure di questo genere che accompagnano questo cavaliere.

Il libro del Cavaliere errante è dunque un viaggio di un ragazzo nobile che vuole dilettarsi con i divertimenti dei giovani prima di venir nominato come cavaliere, e che, dopo la nomina, andrà alla ricerca di avventure. Attraverserà 3 regni: il regno di Amore, il regno di Fortuna e il regno di Conoscenza.

Abbiamo quindi 3 grandi parti all’interno del romanzo, parti che sono di lunghezza diseguale.

È scritto in parte in versi e in parte in prosa, e i versi e la prosa si alternano senza particolari ragioni che spieghino perché l’autore faccia questa scelta. Talvolta interviene lo scrittore in prima persona, dicendo “mi sono stufato di scrivere in versi ed ora passo alla prosa”, dunque sembra un’alternanza che dipende dalla volontà dell’autore. I versi sono circa 10.500, anche se la parte in versi è meno della metà dell’opera che dunque risulta scritta per la maggiore in prosa. Dunque sin dagli esordi, con l’introduzione di Dama Conoscenza, ci accorgiamo della struttura allegorica del testo. Inoltre, durante le sue peripezie, il cavaliere errante viene accompagnato da altri 2 giovani: Travaj, tradotto in italiano con Lavoro, anche se il nome è polisemico in quando nel medioevo indicava in francese antico “il travaglio”, cioè il tormento, la sofferenza, e una damigella chiamata Esperance, altrimenti detta Speranza. Dunque anche i due accompagnatori del cavaliere errante hanno un valore simbolico.

Questo viaggio attraverso i 3 regni è un viaggio alla ricerca della vera conoscenza che impegna questo cavaliere per tutta la vita. Partiremo infatti con un giovane poco più che adolescente non ancora cavaliere, ed arriveremo alla fine con un personaggio in età matura, con un percorso di maturazione e formazione che si svolge nel corso di tutta l’opera, ma di cui noi avremo consapevolezza solo nella parte finale.

Il cavaliere errante non è altro che l’alter ego dell’autore dell’opera che è Tommaso III di Saluzzo, marchese di Saluzzo tra fine ‘300 e inizio ‘400. Egli non era un autore, ed infatti questa è l’unica opera scritta da Tommaso III che di mestiere era un nobile; questa storia è intrisa con la realtà delle vicende realmente avvenute nel marchesato di Saluzzo, che in quel periodo non se la passava proprio bene. Branches, dunque parlavamo di 3 parti, dette che sono diverse per lunghezza, con la prima parte nel regno d’Amore che è il doppio della seconda nel regno di Fortuna, che a sua volta è il doppio della terza parte nel regno di Conoscenza.

Dunque avremo una prima parte molto lunga, una parte già più breve e infine l’ultima che sintetizza il senso di tutta la vicenda pur essendo ancora più breve.

Trama del racconto

Riassumendo a grandi linee la storia possiamo dire che:

  • Il romanzo esordisce con l’incontro tra il giovane con Dama Conoscenza, e le immagini che vediamo nell’antologia sono tratte dal manoscritto miniato che si trova nella biblioteca di Parigi; questo incontro è l’occasione del cambiamento di vita di questo giovane, in quanto la dama lo accompagnerà da un ricco signore che lo nominerà cavaliere al fine di fargli intraprendere delle avventure. Arrivati insieme alla corte di questo grande signore, non meglio specificato, il giovane viene investito come cavaliere, con tutto il racconto della cerimonia, che ci dimostrerà che ciò che veniva descritto rifletteva molto la realtà del tempo, nonostante sia un racconto di fantasia.
  • Dama Conoscenza congeda il giovane cavaliere dicendogli di seguire ciò che l’avventura gli proporrà, cercando di agire sempre per il meglio. Dunque il cavaliere si ritrova da solo e incomincia a vagare nella foresta fino ad un bivio. Aveva chiaramente ricevuto come raccomandazione da Dama Conoscenza di non prendere la strada a sinistra, che conduce alla perdizione, ma di scegliere la strada a destra. Malamente il cavaliere pensa che la strada di sinistra possa portargli più avventure rispetto alla strada di destra, e dunque sceglie questa e chiaramente questa comporta problemi. Abbiamo sì avventure positive, come l’incontro con una damigella della quale si innamora, ma anche il suo imprigionamento dal quale si libera solo grazie a Lavoro e Speranza, per poi ritornare dalla sua dama al castello.
  • Al che i due innamorati vanno alla corte del Dio e della Dea d’Amore per ringraziarli di averli fatti ricongiungere. Ad un certo punto, però, arriva un cavaliere che è in cerca della dama che lo ha tradito, e la reclama al Dio d’Amore. Questa richiesta fa scaturire un conflitto tra innamorati e gelosi che va avanti per una parte consistente dell’opera. È una battaglia che vede protagonisti da una parte e dall’altra i principali personaggi noti della letteratura medievale, ma anche personaggi dell’antichità: vediamo infatti combattere fianco a fianco eroi dell’antichità al fianco di eroi cortigiani, come Lancillotto, Teseo e Tristano. Lo scontro avviene con diverse battaglie, ed al termine di ciascuna viene eletto un cavaliere capitano del quale vengono narrate tutte le avventure passate. Lo scontro si decide alla fine quando vanno a combattere in un duello un campione degli innamorati ed un campione dei gelosi, con la vittoria degli innamorati che pone fine alla guerra.
  • Ad un certo punto accade un avvenimento drammatico, che sarà l’elemento che causerà le avventure successive. Un giorno mentre la sua dama si trova in compagnia della Dea d’Amore, ella scompare misteriosamente. Lui la cerca costantemente ma non la trova, anche se qualcuno suggerirà malignamente al cavaliere che sia scappata con un altro cavaliere. Allora Lavoro e Speranza gli consigliano di andare via dal regno d’Amore e cercare notizie e conforto altrove. Dunque il cavaliere parte e arriva al regno di Dama Fortuna. Il suo regno è rappresentato come un palazzo su di una rupe presso il quale vogliono entrare tante persone, e quelle baciate dalla fortuna si possono sedere sulla scala del palazzo. Chi non è baciato alla fortuna viene lanciato giù dalla rupe, e se non muore viene comunque fatto a pezzi. In altre immagini di altri manoscritti, invece, abbiamo altre figure.

Come avremo modo di vedere, spesso Tommaso III parla, oltre che di molti personaggi leggendari, di personaggi di Casa Savoia, oltre ad alcuni suoi antenati. Ne parla in termini non chiaramente positivi, soprattutto per i Savoia, e questo è dovuto agli avvenimenti storici del suo marchesato legati ai Savoia.

  • Neanche da Dama Fortuna riesce a trovare la sua dama, e allora il Cavaliere invecchiato si reca da Dama Conoscenza nel suo regno. Noi sappiamo che è invecchiato dalle parole di Dama Conoscenza, e dunque questa avventura è stata l’avventura di una vita. L’incontro con Conoscenza è dunque l’occasione per trarre le somme di questa avventura, con una riflessione sul senso della vita e una riflessione sul significato di tante avventure che il cavaliere ha affrontato senza capirne fino a fondo il senso. Sarà anche il momento per passare dall’amore fisico all’amore spirituale, con la ricerca dell’amata che è andata avanti per tutta una vita, finché non si prende conoscenza al fatto che è necessario rivolgere il proprio amore e la propria devozione ad altro che ha a che fare con la dimensione spirituale.

Questa, a grandi linee, è la trama del racconto. Questo libro è un unicum nel suo genere, per diversi motivi:

  • 1. Per lo status del suo autore, in quanto nessun nobile del Piemonte prima di lui aveva pensato mai di scrivere un’opera che partisse dalla propria situazione personale, finendo per creare una sorta di opera-cornice in cui divulgare le leggende ed i racconti più celebri del suo tempo; dunque uno spunto sia personale che uno autobiografico, che diventano il pretesto per condensare in un’unica opera tutte le leggende che più piacevano in quel periodo.
  • 2. Tommaso III è il primo a inventare una sorta di viaggio spirituale che richiama in un certo qual modo la Commedia di Dante. Vediamo come il piano della realtà e della fantasia, il presente e il passato e la prosa e la poesia si intreccino all’interno di questa narrazione dai tratti molto moderni. Soprattutto moderno è il lato autobiografico dell’opera, anche perché il pensiero comune era che il medioevo non sapeva cosa fosse l’autobiografia, nonostante avesse vissuto l’agiografia, cioè le biografie delle vite dei santi. Tommaso III smentisce questo fatto in quanto c’è un tratto molto autobiografico dell’opera.
  • 3. La rilevanza culturale lo rende anche un unicum, in quanto è un testo che coinvolge in maniera profonda due culture: quella francese, in cui è scritta l’opera, e quella piemontese. La scelta della lingua francese era sicuramente legata al fatto che il francese era una lingua di comunicazione nel Piemonte di quel periodo, soprattutto nelle classi nobiliari. Lui utilizzava sia l’idioma locale che il francese all’interno della sua corte, anche se il francese era lingua ufficiale di altri ducati come quello dei Savoia, oltre ad essere la lingua dell’amministrazione. Questa scelta della lingua francese, però, non è solo un dato legato alla contingenza linguistica del tempo, bensì è scelta di Tommaso III come una sorta di adesione culturale alla cultura francese a cui il marchese si sente molto legato. Inoltre il Piemonte, per tutti i secoli del medioevo, è stato una regione di transizione culturale e linguistica con le corti europee, e non solo quella francese. La Francia, inoltre, era la culla della cultura cavalleresca alla quale Tommaso III vuole aderire, in un momento peraltro difficile in cui era incominciato proprio il declino della cavalleria. Dunque era anche un segno di nostalgia per un passato di grandezza che sta svanendo, con conseguente trasformazione della realtà che non era più così legata al periodo cavalleresco. Dunque una componente nostalgica verso una cultura che sta scemando, una componente culturale di adesione, ma anche una rivendicazione di identità culturale, Tommaso scrive in francese perché si sente assolutamente partecipe alla cultura della cavalleria.

Generi e letture possibili

Ma cos’è il libro del cavaliere errante? È senz’altro un romanzo cortese, in quanto c’è molto sia del romanzo che dello spirito cortese all’interno di quest’opera. Questo testo, però, è anche molto di più. Si presta anche ad altri generi ed altri modi di lettura, ad esempio vedendo l’opera come un romanzo di formazione, tipo Perceval di romanzo molto tipico nel medioevo, basti pensare al di Chretien de Troyes, con Perceval che non sa cosa sia la cavalleria in quanto la madre non voleva che si facesse cavaliere, dato che aveva perso marito e altri figli che si erano fatti cavalieri, che poi incontrerà dei cavalieri e diverrà un dato condottiero della tavola rotonda. Si può privilegiare anche l’aspetto leggendario, cioè quello in qualche modo enciclopedico, cercando all’interno dell’opera le varie leggende, come quella di Merlino o di Griselda.

È però anche un viaggio immaginario con molta autobiografia, e dunque abbiamo anche una sorta di romanzo storico con testimonianze di avvenimenti che Tommaso III ha vissuto in prima persona. Dunque può essere anche un documento di carattere storico, specie quando lui parla di un incontro fra tutti i grandi della terra che si trovano alla corte di Dama Fortuna, e troviamo che i nobili ed i sovrani indicati sono quelli del tempo di Tommaso III, una sorta di G20 del tempo convocato da Dama Fortuna. Dunque abbiamo elementi veri che ci portano a leggerlo come una documentazione storica. Vediamo che dunque è molto variegata e complessa quest’opera, leggibile come romanzo di svago ed al contempo molto altro.

Il romanzo cortese

Abbiamo dunque a che fare con il discorso relativo al romanzo cortese, ma prima dobbiamo introdurre questo termine.

Incominciamo ad introdurre il primo discorso, relativo al romanzo cortese, fissandone le coordinate. L’origine del genere romanzo viene proprio dal medioevo, in concomitanza con testi come l’epica, forma testuale che si perpetua chanson de geste, nel medioevo con le la lirica, anche se nel medioevo viene rinnovata completamente con la lirica trobadorica dei trovatori e con la lirica d’Oc, mentre il romanzo nasce proprio nel medioevo, acquisendo questa denominazione solo in seguito. Originariamente, infatti, la parola romanzo nasce con un’accezione esclusivamente linguistica che distingueva tutto ciò che non era latino, e dunque quello che noi definiamo “volgare”, che dunque era sinonimo di romanzo. La lingua in cui si incomincia a sentire questa parole con sinonimo di “lingua non latina” è ovviamente il francese e la Francia, con la parola “romain”.

Mentre in Francia si usa la parola “romain” con l’accezione di “lingua non latina”, mentre in Italia ciò non avviene perché per indicare la “lingua non latina” si utilizzava la parola “volgare”. C’è un’attestazione tardiva dell’uso di “romanzo” in senso linguistico, ma lo troviamo solo nel XVI secolo in uno scritto di Ramusio che utilizzava questa parola per indicare una lingua specifica che era lo spagnolo, anche se in spagnolo il termine “romance” era usato per indicare anche lì la “lingua volgare”.

La Francia, oltre ad essere la prima area in cui sentiamo “romain” inteso come “lingua non latina”, è anche la prima area dove la parola “romain” abbandona la sua accezione linguistica a favore dell’uso che facciamo noi oggi, specie dopo l’affermazione delle parole “français” e “provençal”. Dunque evolve il suo significato, ma senza perdere il suo significato originario, es. “filologia romanza” o “lingue romanze” che usiamo anche noi oggi. Ma come si evolve questo termine?

  • 1. Il primo significato è quello di “lingua non latina”.
  • 2. A partire dal XII secolo, il termine “romain” incomincia ad indicare un “discorso orale” oppure un “testo scritto in lingua volgare”, che può significare un qualsiasi testo scritto in lingua volgare.
  • 3. Dopo la seconda metà del XII, il termine “romain” abbandona il discorso del “testo orale o discorso”, e incomincia ad affermarsi come “opera scritta di tipo narrativo”, cioè un’opera che racconta una storia e che viene scritta in volgare ma in versi.

Nella prossima lezione vediamo come continua l’evoluzione del termine.

Lezione 2 19 settembre 2023 - prof.ssa Ramello

Stavamo parlando dell’evoluzione semantica del termine “romain”, che all’inizio ha esclusivamente un significato di tipo linguistico che indica una “lingua romanza” contrapposta alla lingua latina. Il termine viene utilizzato per la prima volta in Francia, luogo dove avviene anche per la prima volta l’evoluzione semantica del termine. Quindi “romain” quando incomincia ad avere un’accezione in senso letterario, si riferisce alla traduzione in volgare di opere latine.

  • Dalla seconda metà del XII secolo questo termine si specializza: non più un termine che indica una traduzione in volgare di opere latine, ma bensì un’opera di carattere narrativo che può essere di vario argomento, storie tratte dall’antichità; in questa accezione, però, queste opere a carattere narrativo sono scritte in versi ed in volgare.
  • A partire dal XIII secolo abbiamo un ulteriore evoluzione del termine che passa ad indicare quelle “opere narrative redatte in prosa volgare”; queste opere in prosa non sono nient’altro che le prosificazioni dei romanzi in versi del secolo precedente, dovuto al cambiamento di gusti del pubblico che preferisce leggere in prosa piuttosto che in versi.
  • Tra il XV e il XVI secolo, la parola “romain” indica sempre un’opera narrativa, che può essere sia in versi che in prosa, ma di argomento avventuroso-cavalleresco, eroico-galante o erotico-pastorale; incomincia dunque a definirsi il genere.
  • Arriviamo al XVII secolo, momento dal quale il termine “romain” assume il significato moderno che conosciamo noi oggi, e cioè una “narrazione estesa scritta in prosa che racconta vicende reali o immaginarie”, macro-etichetta che può chiaramente specializzarsi nei vari filoni quali il romanzo borghese, il romanzo giallo, realistico, ecc.

Questa è l’evoluzione semantica del termine, ma quali sono stati gli elementi

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I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Matty_Car33 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filologia romanza e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Ramello Laura.
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