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1. Il ruolo dell'interpretazione giuridica e la visione diacronica

Nel diritto, interpretare non significa semplicemente leggere un testo. L'interpretazione è un'attività

dinamica e centrale: ogni volta che un giurista, un avvocato o un giudice deve applicare una norma a

un caso concreto di oggi, si ritrova necessariamente a lavorare su un testo scritto nel passato (che sia

stato approvato ieri o un secolo fa). La legge scritta è, per sua natura, un documento "cristallizzato"

dal tempo in cui è stato redatto; tuttavia, essa ritrova linfa vitale e concretezza nell'esperienza presente

proprio grazie all'opera interpretativa del giurista, che colma il divario tra il momento della scrittura e

il momento dell'applicazione.

A questo proposito, si richiama una tesi fondamentale di Paolo Grossi, illustre storico del diritto e già

Presidente della Corte Costituzionale. Grossi ha lottato strenuamente per rivendicare l'altissima

dignità scientifica delle materie storico-giuridiche nelle università. Il motivo è profondo: lo storico del

diritto utilizza gli stessi identici concetti e le stesse categorie del giurista normale (proprietà, contratto,

reato, Stato), ma possiede una libertà che il "giurista positivo" (chi studia solo le leggi in vigore oggi)

non può permettersi: la libertà di movimento diacronico (cioè attraverso il tempo). Mentre il giurista

positivo è costretto entro i confini del presente per dare risposte immediate e puntuali a problemi

attuali, lo storico può mettere a confronto l'ordinamento vigente con i secoli passati, svelando le radici

profonde delle nostre leggi e dimostrando che il diritto non è un dato immutabile della natura, ma un

prodotto della cultura umana.

2. Il punto di partenza storico: la caduta dell'Impero e la frattura longobarda

Per comprendere la storia giuridica europea dobbiamo fissare due date fondamentali che segnano il

passaggio dall'antichità al Medioevo.

●​ Il 476 d.C. (La caduta dell’Impero Romano d’Occidente): Questa data rappresenta il punto

di partenza ufficiale del corso. Dal punto di vista politico è una frattura enorme, ma gli storici

avvertono che non fu una rottura immediata o definitiva sul piano del diritto e del costume. Le

prime popolazioni germaniche (come i Visigoti o gli Ostrogoti) che si insediarono nei territori

imperiali cercarono l'integrazione, non la distruzione: non volevano cancellare il mondo

romano, ma sfruttarne l'efficienza e la stabilità. Il periodo tra il 476 e il 568 d.C. va quindi

inteso come un'epoca di lenta transizione, in cui le strutture portanti dello Stato erano ormai

perdute, ma sopravvivevano forti tracce di latinità, cultura e romanità.

●​ Il 568 d.C. (L'invasione dei Longobardi): La vera, drammatica e netta rottura con l'antichità

avviene qui. I Longobardi entrano in Italia con una forza d'urto devastante. Vengono definiti i

più "germani" tra i popoli germanici perché sono aggressivi, fieri della propria identità e

totalmente estranei alla cultura romana. Essi non cercano l'assimilazione: distruggono le

istituzioni pubbliche superstiti e tendono a cancellare quasi ogni traccia del diritto romano

scritto. È con l'invasione longobarda che si apre formalmente e culturalmente il Medioevo in

Italia.

3. Il diritto romano: origine, apice e oblio

Il diritto, inteso in senso generale come un sistema di regole obbligatorie (coattive) per regolare la vita

di una società ed evitare il caos nelle relazioni tra persone, è antichissimo. Esisteva molto prima di

Roma: pensa alla celebre Stele di Hammurabi in Mesopotamia, risalente all'incirca al 2250 a.C.

Tuttavia, il contributo dei Romani è stato unico al mondo. Essi hanno preso queste regole e le hanno

trasformate in una riflessione scientifica autonoma. I Romani hanno inventato la Giurisprudenza

(iuris prudentia): hanno elaborato concetti astratti a partire dalle norme, hanno perfezionato le

tecniche del ragionamento giuridico e hanno creato per la prima volta nella storia una classe di esperti

professionisti – i iuris prudentes (i giuristi) – facendo del diritto un mestiere di altissimo rilievo

sociale. Se la dominazione romana è durata così tanti secoli, è stato proprio grazie a questa

formidabile intelaiatura di norme coordinate tra loro.

La storia del diritto romano si articola su tre pilastri fondamentali: la raffinata macchina

amministrativa, la progressiva emersione della Chiesa e il ruolo centrale dei giuristi.

Per capire l'evoluzione interna di questa tradizione, bisogna analizzare lo scontro tra le due fonti

principali:

1.​ Lo Ius: È la dottrina, ovvero il diritto che nasce dall'elaborazione concettuale e scientifica dei

giuristi dotti. Nel periodo d'oro della giurisprudenza romana (tra il 200 a.C. e il 200 d.C.), lo

ius era la fonte regina. Le scuole dei giuristi erano celebri e la società riconosceva loro

l'autorità di "dedurre", tramite raffinati ragionamenti, le regole concrete partendo dai principi

generali e dai comportamenti tradizionali della comunità. Su questo ius si sviluppava la vera

interpretatio.

2.​ Le Leges: Erano gli editti e i provvedimenti scritti emanati direttamente dalle autorità

pubbliche.

Con l'andare del tempo e l'instaurazione del potere assoluto degli imperatori (il Tardo Impero), la

bilancia si sposta drasticamente. La legislazione imperiale si dilata a dismisura e viene monopolizzata

dal sovrano: le Leges comprimono e soffocano lo Ius e l'interpretazione dei giuristi. Il diritto cessa di

essere il frutto del dibattito scientifico dei dotti e diventa pura espressione della volontà

dell'imperatore; lo Stato diventa burocratico e richiede sempre meno l'intervento creativo dei giuristi.

Per fare ordine in questa giungla di leggi imperiali caotiche, si avverte il bisogno di grandi raccolte:

●​ Nel 438 d.C., l'imperatore d'Oriente Teodosio II promulga il Codice Teodosiano, una

monumentale raccolta in ordine cronologico di tutte le leggi imperiali emanate da Costantino

in poi. Contemporaneamente, l'imperatore d'Occidente Valentiniano III ne estende la validità

anche nella sua parte di Impero, unificando temporaneamente il diritto delle due metà del

mondo.

●​ L'apice assoluto di questa parabola viene raggiunto nel VI secolo da Giustiniano, l'ultimo

grande legislatore del mondo antico. Egli compie un'operazione straordinaria: raccoglie e

unifica tutta la tradizione giuridica romana, recuperando sia le leggi degli imperatori sia i

pareri dei giuristi dell'epoca classica. Il suo lavoro è fondamentale: senza la raccolta di

Giustiniano, oggi non avremmo alcuno strumento per studiare il diritto romano.

Subito dopo Giustiniano, in Occidente si fa il vuoto. Con l'inizio del Medioevo, la raffinata cultura

giuridica romanistica si perde totalmente. La società medievale (almeno fino all'anno 1000, nell'Alto

Medioevo) diventa rozza, rurale e rudimentale: non ha più bisogno dell'alta e complessa impalcatura

concettuale dei Romani, e soprattutto perde gli strumenti intellettuali e scolastici necessari anche solo

per leggere o capire quelle norme. Il diritto colto e scritto scompare dalla prassi e viene sostituito dalle

consuetudini: fonti del diritto elementari, spontanee, basate su comportamenti ripetuti nel tempo dalle

comunità e percepiti come obbligatori. Le consuetudini nascono dal basso, in assenza di uno Stato

forte, ma mostrano tutti i loro limiti non appena la società ricomincia a farsi complessa.

4. La rinascita giuridica del Basso Medioevo e la ripartizione dell'età medievale

Il Medioevo non è un blocco unico, ma si spacca rigidamente in due grandi ere:

●​ Alto Medioevo (476 – 1000): È una fase statica, sia dal punto di vista economico sia

culturale. La società è chiusa nei feudi e nei villaggi, l'economia è di pura sussistenza e il

diritto è dominato quasi esclusivamente dalle consuetudini orali.

●​ Basso Medioevo (1000 – 1492): È l'era della grande rinascita. Dopo l'anno 1000 la società si

risveglia: le città si ripopolano, le vie di comunicazione si riaprono e i commerci tornano a

essere internazionali. Davanti a questa nuova complessità economica (contratti commerciali,

societas, cambi di moneta), la semplice consuetudine locale del villaggio si rivela totalmente

insufficiente.

Nasce così la necessità di un diritto superiore e scritto. Si assiste alla riscoperta dei frammenti del

diritto romano (il testo di Giustiniano). Il diritto torna a essere una dimensione intellettuale e

scientifica studiata da giuristi dotti che analizzano i testi antichi. In questo contesto nascono

spontaneamente le università medievali: queste istituzioni nascono non per decisione dello Stato, ma

come un rapporto puramente privato (un contratto) tra gli studenti (che volevano apprendere e

approfondire quel sapere universale) e i professori (che offrivano la loro conoscenza in cambio di un

compenso).

È qui che si sviluppa l'Interpretatio medievale, un concetto profondamente diverso da quello

moderno. Oggi, l'interpretazione del giudice o del giurista è molto limitata, deve essere strettamente

letterale e aderente al testo della norma, senza aggiungere nulla di testa propria. Al contrario, i giuristi

medievali usano un metodo che potremmo definire di "ricamo" sulle fonti antiche: si trovano

davanti a testi romani vecchi di secoli e, per poterli riadattare ai bisogni concreti dell'uomo medievale,

sono costretti ad aggiungere concetti, modificare significati e, di fatto, creare norme del tutto nuove

pur fingendo di applicare il vecchio diritto di Giustiniano.

5. L'Età Moderna: la costruzione dello Stato Assoluto

Il Medioevo si chiude intorno al 1500, lasciando il passo all'Età Moderna, un periodo di tre secoli

che giunge fino alla Rivoluzione Francese del 1789. Questo periodo è cruciale per la nascita di una

categoria politica che utilizziamo ancora oggi: lo Stato moderno.

Lo Stato moderno si definisce attraverso tre elementi inscindibili: un potere sovrano unico,

centralizzato e stabile, che viene imposto a un popolo stanziato entro i confini di un determinato

territorio. A partire dal Cinquecento, i sovrani europei iniziano a costruire pilastri solidissimi per

strutturare questo potere: creano le prime grandi burocrazie centralizzate (funzionari fedeli alla

corona) e riorganizzano i poteri pubblici in modo gerarchico, trasformando le monarchie in Stati

assoluti (dove la volontà del re è l'unica legge suprema). Questa concentrazione assoluta del potere

verrà scardinata e messa totalmente in crisi solo nel 1789 con l'esplosione della Rivoluzione Francese.

6. L'Età Contemporanea: l'era dei Codici e del Costituzionalismo

La Rivoluzione Francese apre le porte all'Età Contemporanea, la cui cifra stilistica sul piano

giuridico è rappresentata da due elementi: i Codici e il Costituzionalismo.

●​ Il Costituzionalismo: Significa che il potere pubblico non è più assoluto e illimitato come

nell'età moderna. Il potere dello Stato viene rigidamente arginato, limitato e regolato da testi

scritti superiori (le Costituzioni) e dalle Dichiarazioni dei diritti, pensate per difendere le

libertà fondamentali dei cittadini contro i possibili abusi dell'autorità.

●​ La centralità dei Codici: Nelle varie materie (diritto civile, penale, commerciale) irrompe il

Codice. Il Codice cambia per sempre la gerarchia delle fonti del diritto. Con il codice viene

definitivamente archiviata la consuetudine e viene cancellata la libera interpretatio dei

giuristi. Al centro di tutto il sistema giuridico si pone la legge scritta dello Stato, prodotta da

organi pubblici (in primis il Parlamento) che godono di una legittimazione popolare. La legge

diventa l'espressione formale della volontà della maggioranza della società, e il giudice si

trasforma in un mero esecutore letterale di quanto stabilito nel testo del codice.

Riassumendo questa enorme panoramica, lo sviluppo complessivo della storia del diritto europeo si

articola in quattro grandi macro-fasi cronologiche: Età antica, Età medievale, Età moderna ed Età

contemporanea.

7. Le riforme del Tardo Impero: Diocleziano e la macchina burocratica

Tornando all'analisi specifica dell'Impero Romano nell'ultimo periodo della sua storia, dobbiamo

comprendere perché esso sia rimasto in piedi così a lungo. L'Impero Romano ha retto alle intemperie

della storia molto più di qualsiasi altra dominazione precedente (pensa all'impero di Alessandro

Magno) perché ha posto il diritto al centro delle proprie strutture pubbliche. Molti altri imperi del

passato si erano disgregati rapidamente perché si reggevano esclusivamente sul carisma e sulla forza

militare di un singolo condottiero, morto il quale lo Stato si dissolveva. La cultura romana, invece, è

riuscita a dare vita a una riflessione scientifica scritta sulle istituzioni: lo Stato romano era una

macchina che funzionava indipendentemente da chi sedeva sul trono.

Il culmine di questa organizzazione istituzionale si realizza a cavallo tra il III e il IV secolo d.C. con le

grandi riforme dell'imperatore Diocleziano (284-305 d.C.), poi completate da Costantino.

Diocleziano capisce che l'Impero è troppo vasto per essere governato da un solo uomo e da una sola

città; decide quindi di sdoppiare il potere politico in due grandi poli indipendenti, creando l'Impero

d’Oriente (con capitale a Costantinopoli) e l'Impero d’Occidente (con capitale a Roma), ciascuno

dotato di una propria corte, di propri uffici e di una propria imponente burocrazia.

Per evitare le continue guerre civili per la successione al trono, Diocleziano inventa il sistema della

Tetrarchia (il governo dei quattro). Al vertice dello Stato ci sono due imperatori anziani (chiamati

Augusti), uno per l'Oriente e uno per l'Occidente. Ognuno di loro nomina un vice più giovane

(chiamato Cesare) destinato ad aiutarli nel governo e a succedere loro automaticamente in caso di

morte o abdicazione, nominando a sua volta un nuovo Cesare.

Sotto la guida degli imperatori si sviluppa una struttura amministrativa rigidamente piramidale e

gerarchica:

1.​ L'Impero viene suddiviso in 4 grandi Prefetture, ciascuna affidata a un potentissimo

funzionario civile chiamato Prefetto del Pretorio.

2.​ Ogni Prefettura è divisa al suo interno in Diocesi (6 in Oriente e 6 in Occidente), governate da

un funzionario chiamato Vicario.

3.​ Ogni Diocesi è ulteriormente segmentata in Province, a capo delle quali siede un governatore

chiamato Rector o Praeses.

4.​ All'interno delle province troviamo le singole città, i Municipia, amministrati localmente da

un consiglio di notabili chiamato Curia. Saranno proprio questi municipi romani a costituire il

guscio vuoto e la base istituzionale da cui, secoli dopo, nel Basso Medioevo, i cittadini

prenderanno le mosse per ricostruire i Comuni.

Questa macchina amministrativa introduce un concetto moderno che l'Europa perderà completamente

durante l'anarchia del Medioevo: il concetto di funzionario pubblico. I Romani stabiliscono che il

potere risiede nell'Ufficio (nella carica) e non nella persona fisica. Il funzionamento dello Stato si

basa sul principio di competenza: determinati ruoli burocratici, civili o finanziari possono essere

ricoperti solo da funzionari che hanno le capacità tecniche per svolgerli. Inoltre, Diocleziano separa

nettamente il potere militare da quello civile e finanziario: l'esercito viene tolto dalle mani dei

governatori civili e affidato a generali professionisti, distinguendo tra la fanteria (guidata dal magister

peditum) e la cavalleria (guidata dal magister militum), e posizionando truppe stabili lungo i confini

caldi dell'Impero (i milites limitanei).

8. La crisi dell'amministrazione tardo-romana e la fuga verso la protezione privata

Nonostante la perfezione teorica della riforma di Diocleziano, negli ultimi secoli dell'Impero

d'Occidente questa enorme macchina burocratica inizia a incepparsi gravemente. La normativa

diventa troppo pesante e macchinosa, e gli uffici pubblici vengono travolti dalla corruzione,

dall'ingiustizia e dall'inefficienza. Lo Stato chiede tasse sempre più inique ai cittadini, ma non è più in

grado di garantire loro la sicurezza minima contro i briganti e le prime incursioni barbariche.

Questa profonda disfunzione amministrativa genera una sfiducia totale della popolazione nei

confronti dello Stato. Il concetto romano di "funzionario pubblico basato sulla competenza" sfuma e

scompare, venendo sostituito da una logica completamente diversa che dominerà il Medioevo: la

logica dei legami personali e clientelari.

I cittadini romani, rimasti indifesi e terrorizzati dal disordine, iniziano a boicottare i canali ufficiali

dello Stato e cercano la protezione privata presso i potenti locali (i ricchi latifondisti o i grandi

signori militari), che sono molto più forti, influenti e vicini rispetto ai lontani e corrotti funzionari

imperiali. Questo meccanismo di sottomissione si realizza attraverso un preciso atto giuridico: il

piccolo proprietario terriero, pur di essere difeso, cede la proprietà del proprio terreno al potente

locale. Il signore riceve il campo e lo restituisce immediatamente al contadino sotto forma di

concessione precaria (affitto o comodato).

In questo modo si crea un legame personale fortissimo, rappresentato visivamente dal trasferimento

della terra: il singolo continua a lavorare il proprio campo, ma sa di non essere più il proprietario

legittimo; lo fa perché è autorizzato dal potente e, nel caso in cui un terzo o un bandito minacciasse la

sua vita o il suo raccolto, egli ha il diritto di correre dal signore a chiederne la difesa militare. È in

questa fuga disperata dal pubblico al privato che aff

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Scienze giuridiche IUS/14 Diritto dell'unione europea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher dariabumbaru di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del diritto europeo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Caterina Bonzo.
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