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Università degli Studi di Torino

Corso di laurea magistrale in Politiche e Servizi Sociali

La memoria dell’infanzia e le relazioni intergenerazionali: rappresentazioni, legami e identità nella nuova sociologia dell’infanzia

Esame di Culture dell’infanzia e diritti dei bambini

Professore: Dott.ssa Roberta Bosisio

Studente: Carlotta Camillò 947330

Anno Accademico 2024/2025

Introduzione

Nel corso degli ultimi decenni, l’infanzia è stata oggetto di un’importante rivalutazione all’interno delle scienze sociali. Non più intesa soltanto come fase biologica dello sviluppo umano, ma riconosciuta come una costruzione sociale, l’infanzia è diventata un campo d’indagine autonomo e dinamico. La cosiddetta nuova sociologia dell’infanzia, sviluppatasi a partire dagli anni ’90, si è concentrata sull’analisi dell’infanzia come categoria storicamente, culturalmente e socialmente determinata, mettendo in luce le interazioni tra bambini e adulti, i ruoli sociali assegnati ai più piccoli e le modalità con cui essi contribuiscono alla costruzione della realtà sociale.

In questo contesto teorico si colloca il volume di Caterina Satta, Bambini e adulti: la nuova sociologia dell’infanzia (2012)1, che offre uno strumento critico per comprendere la molteplicità dei mondi infantili e il modo in cui essi sono plasmati da strutture di potere, rappresentazioni culturali, istituzioni educative e relazioni familiari.

A partire da questo quadro, l’elaborato si propone di approfondire un aspetto spesso trascurato ma di grande rilevanza: il ruolo della memoria, sia individuale che collettiva, nella costruzione dell’infanzia e nelle relazioni intergenerazionali2. La memoria non è solo una dimensione psicologica o affettiva, ma anche un dispositivo sociale e culturale attraverso cui si trasmettono saperi, valori, esperienze e visioni del mondo. La memoria personale e familiare si intreccia con quella collettiva e storica, influenzando le narrazioni sull’infanzia e le modalità con cui gli adulti ricordano e raccontano la propria esperienza di essere stati bambini. Allo stesso tempo, i bambini stessi partecipano, spesso inconsapevolmente, a processi di trasmissione, rielaborazione o rottura della memoria, sia a livello familiare che sociale.

1 Satta Caterina (2012). Bambini e adulti: la nuova sociologia dell’infanzia. Roma: Carocci.

2 Le relazioni intergenerazionali, in sociologia, indicano i rapporti e le interazioni tra persone appartenenti a generazioni diverse.

Infanzia come costruzione sociale e memoria collettiva

Il concetto di infanzia come costruzione sociale è uno dei pilastri della nuova sociologia dell’infanzia. L’infanzia, secondo questo approccio, non è un dato naturale o biologico universale, ma una categoria variabile nello spazio e nel tempo, definita da norme culturali, dispositivi educativi, aspettative adulte e narrazioni sociali. In altre parole, ciò che si considera essere bambini cambia a seconda delle epoche storiche, delle culture e delle classi sociali e dei contesti politici.

Parallelamente, la memoria collettiva è intesa come l’insieme delle rappresentazioni condivise del passato che un gruppo sociale costruisce e trasmette dando forma a un’identità comune. Come l’infanzia, anche la memoria collettiva non è fissa o oggettiva: è selettiva, stratificata, influenzata dai rapporti di potere e spesso legata ai processi di legittimazione e appartenenza. Queste due dimensioni, infanzia e memoria, si incontrano e si rafforzano a vicenda in diversi modi.

L’infanzia, in quanto costruzione sociale, è fortemente modellata da ciò che gli adulti ricordano, o decidono di ricordare, su di essa: memorie familiari, immagini culturali, racconti intergenerazionali, libri e media che tramandano un’idea precisa di cosa significhi essere bambini. Allo stesso tempo, le memorie collettive che passano attraverso le generazioni spesso si incarnano e si trasmettono proprio attraverso le narrazioni dell’infanzia: il modo in cui si ricorda “come erano i bambini una volta” riflette valori, nostalgie, traumi e aspettative della società.

Per esempio, nei contesti migratori, che dopo analizzeremo con più attenzione, i genitori trasmettono ai figli non solo lingue e usanze, ma anche memorie di vita vissuta nei paesi d’origine, guerre, povertà, resistenza o speranza. I bambini diventano portatori di queste memorie, spesso reinterpretandole o trovandosi in tensione con esse. Così, la memoria collettiva agisce come ponte tra passato e presente, ma anche come spazio di conflitto generazionale e culturale.

Un’altra intersezione importante riguarda l’ambito educativo e istituzionale: le scuole, le famiglie e i media socializzano i bambini all’interno di memorie collettive selezionate, come, ad esempio, il mito dell’infanzia pura3, o i ricordi nazionali ufficiali4. Il bambino, però, non è mai solo un contenitore passivo: rielabora, seleziona, dimentica o reinterpreta ciò che gli viene trasmesso. L’infanzia è quindi un luogo privilegiato di trasmissione e al tempo stesso di trasformazione della memoria collettiva.

3 Il mito dell’infanzia pura o innocenza infantile è un concetto sociologico che indica l’idea tipica del senso comune e della cultura occidentale moderna del bambino come essere naturalmente buono, ingenuo, vulnerabile, separato dal mondo adulto e dalla sua complessità.

4 In sociologia, con il termine “ricordi nazionali ufficiali” (o memoria pubblica ufficiale), si fa riferimento al modo in cui uno Stato seleziona, istituzionalizza e istituisce rituali attorno a determinati eventi, simboli, persone o narrazioni del passato per costruire e mantenere un senso condiviso di identità nazionale. Questi ricordi vengono trasmessi attraverso scuole, commemorazioni, monumenti e festività civili.

Infine, il parallelo tra infanzia e memoria si ritrova anche nella loro comune fragilità e manipolabilità. Entrambe possono essere dimenticate, silenziate, distorte o, al contrario, celebrate e ritualizzate. Ecco perché la riflessione sociologica sull’infanzia come costrutto sociale non può prescindere da un’analisi critica del modo in cui le memorie familiari, storiche e culturali si intrecciano alla formazione dell’identità infantile.

La memoria personale come strumento di relazione e riflessività

Oltre alla memoria collettiva, la memoria personale gioca un ruolo centrale nella costruzione del rapporto tra generazioni. Le esperienze vissute nell’infanzia, una volta diventati adulti, non solo influenzano la visione dell’infanzia stessa, ma diventano una chiave interpretativa attraverso cui gli adulti si relazionano ai bambini.

Nelle narrazioni autobiografiche raccolte da Satta e da altri studiosi dell’infanzia, emerge come gli adulti facciano spesso riferimento alla loro infanzia per giustificare scelte educative, per empatizzare con i bambini o, al contrario, per affermare una distanza e una differenza generazionale. Questo processo riflessivo è fondamentale perché mostra come la memoria sia un ponte tra identità passate e presenti, e come sia costitutiva delle relazioni educative.

Raccontare ai propri figli episodi della propria infanzia è una pratica quotidiana che svolge funzioni multiple: legittima regole, costruisce intimità, rinforza appartenenze familiari. Ma può anche trasmettere ansie, paure e stereotipi. La memoria, dunque, non è neutra: è selettiva, interpretativa, ed è sempre orientata dal presente.

La memoria personale consente quindi al bambino di costruire un senso di continuità narrativa del sé5, fondamentale per riconoscersi come soggetto nel tempo. Attraverso il ricordo di esperienze significative, relazioni affettive, ambienti vissuti, il bambino apprende a dare senso al proprio presente e ad anticipare il futuro. Questa capacità di riflessione non è innata, ma si sviluppa nell’interazione con l’adulto e con il contesto culturale: la memoria, quindi, è relazionale e si modella in base agli scambi, alle pratiche quotidiane e ai racconti condivisi.

5 La continuità narrativa del sé è, in sociologia e psicologia, il processo per cui una persona costruisce e mantiene un senso di unità e coerenza della propria identità nel tempo: collegando passato, presente e futuro in una sorta di “storia personale” interna.

Inoltre, la narrazione dei propri ricordi, anche nei bambini, diventa uno strumento di espressione identitaria, ma anche di confronto con l’altro. Raccontare un’esperienza, ricordare un evento, spiegare un’emozione passata permette di creare un ponte tra sé e l’altro, facilitando la comprensione reciproca, la condivisione emotiva e l’empatia.

La memoria, quindi, agisce sia sul piano individuale, promuovendo l’autoriflessione, sia su quello sociale, creando legami di significato tra le persone. Infine, ricordare è anche un atto di potere simbolico: ciò che si ricorda e ciò che viene dimenticato contribuisce a costruire le rappresentazioni dell’infanzia e del mondo adulto. Nel contesto educativo, dare valore alla memoria dei bambini significa riconoscerli come soggetti attivi, capaci di riflettere sulla propria esperienza e di partecipare alla costruzione della cultura condivisa.

Relazioni intergenerazionali e costruzione dell’identità

La memoria è fondamentale anche nella costruzione dell’identità generazionale6. Caterina Satta evidenzia come il rapporto tra bambini e adulti sia spesso organizzato attorno a un’idea di “differenza di generazione” che viene costruita socialmente e mantenuta attraverso pratiche quotidiane. In questo contesto, la memoria delle esperienze passate svolge una funzione identitaria: serve a rafforzare il senso di sé degli adulti come “diversi da come erano da bambini” e al tempo stesso giustifica certi atteggiamenti verso i bambini attuali.

Il rapporto genitori-figli si fonda su una tensione tra riproduzione e trasformazione: i genitori vogliono trasmettere valori, conoscenze, esperienze (memoria culturale), ma allo stesso tempo riconoscono nei figli un’autonomia che richiede ascolto e adattamento. La memoria, in questo processo, è sia contenuto da trasmettere sia linguaggio attraverso cui avviene la trasmissione. Le storie di famiglia, le fotografie, le abitudini raccontano non solo cosa è successo, ma come la famiglia interpreta sé stessa.

Le relazioni intergenerazionali costituiscono una componente essenziale nella costruzione dell’identità infantile, soprattutto in una prospettiva che considera l’infanzia come un fenomeno sociale e culturale. Il bambino, infatti, non cresce in isolamento, ma si sviluppa all’interno di una rete di relazioni significative che coinvolgono adulti, anziani, familiari e altri bambini. In questo contesto, il legame con le generazioni precedenti gioca un ruolo chiave nella trasmissione culturale, nei processi di memoria condivisa e nella formazione del sé.

6 L'identità generazionale è un concetto sociologico che descrive come individui appartenenti alla stessa fascia d'età sviluppino una coscienza collettiva condivisa, influenzata da esperienze storiche, culturali ed emotive comuni. Questa identità si forma quando eventi significativi, come guerre, crisi economiche o movimenti sociali, plasmano le percezioni, i valori e le aspettative di un gruppo generazionale.

Come afferma Margaret Mead7, il rapporto tra le generazioni è un luogo di apprendimento reciproco: mentre gli adulti trasmettono valori, regole e storie, i bambini offrono nuovi sguardi sul mondo, stimolando rielaborazioni nei sistemi culturali familiari. Questa trasmissione è tutt’altro che unidirezionale: i bambini rielaborano, selezionano e reinterpretano ciò che ricevono, dimostrando una capacità attiva di costruzione del significato.

La memoria intergenerazionale è uno strumento cruciale di questo scambio. Le narrazioni familiari, le fotografie, gli oggetti “di casa”, le abitudini tramandate, sono elementi che permettono al bambino di radicarsi in una storia. Questi racconti, come le storie di migrazione, di guerra, di lavoro o di feste tradizionali, contribuiscono a formare una coscienza storica e sociale.

7 https://epale.ec.europa.eu/it/blog/apprendimento-intergenerazionale-avviene

Secondo Halbwachs (19508), la memoria collettiva si costruisce attraverso gruppi sociali e relazioni, ed è proprio attraverso le relazioni intergenerazionali che i bambini vengono inseriti in una cornice storica condivisa. Un esempio concreto è offerto dai programmi educativi che promuovono l’incontro tra bambini e anziani, ad es. nelle case di riposo o nei progetti scolastici, dove l’ascolto di storie di vita stimola l’empatia, la riflessione critica e la comprensione del tempo. In queste attività, l’identità del bambino si sviluppa non solo come individuo ma come membro di una comunità narrante, dove ciò che si è e ciò che si diventa è legato a chi ci ha preceduto.

8 https://romatrepress.uniroma3.it/libro/maurice-halbwachs-e-la-memoria-

In ambito familiare, il legame con i nonni rappresenta spesso una fonte di affetto, ma anche di continuità simbolica: il modo in cui un nonno racconta la propria infanzia influenza le rappresentazioni che il nipote costruisce sul passato e su sé stesso.

Le ricerche di Marianne Hirsch sul concetto di “postmemory”910 mostrano come anche i traumi vissuti da una generazione possano essere trasmessi, consapevolmente o meno, ai più giovani, diventando parte della loro identità. Questa trasmissione intergenerazionale ha una doppia valenza: da un lato, consolida un senso di appartenenza; dall’altro, può generare conflitti o rielaborazioni creative. Nei contesti migratori, ad esempio, i bambini spesso si trovano a mediare tra la cultura dei genitori e quella del paese ospitante, costruendo identità ibride che contengono tracce di più generazioni e più mondi culturali.

9 Hirsch, M. (2008). The Generation of Postmemory. Poetics Today, 29(1), 103–128.

10 Hirsch definisce la postmemoria come la relazione della "generazione successiva" con esperienze traumatiche vissute dai predecessori, esperienze che non hanno vissuto direttamente ma che percepiscono come proprie attraverso storie, immagini e comportamenti trasmessi loro.

Infine,

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Scienze politiche e sociali SPS/12 Sociologia giuridica, della devianza e mutamento sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher carlotta.camillo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Culture dell'infanzia e diritto dei bambini e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Bosisio Roberta.
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