Introduzione
Testimonianza di Claudio Imprudente
“Se una realtà non si vede ovviamente non può avere voce in capitolo.” Claudio parla di rendere visibile una comunità che fino ad allora era stata invisibile: quella dei disabili. Si riferisce alla normativa definita nel 1977, attraverso la legge 517 di quell’anno. Già nel 1971 erano iniziati una serie di movimenti di tipo giuridico e normativo di revisione della chiusura delle classi differenziali e delle scuole speciali.
La visibilità della disabilità
È la cultura o la politica che determina la visibilità della disabilità o è quest’ultima che deve farsi vedere? La fiducia nelle abilità è importante: l’inclusione parte proprio da lì. I medici avevano definito Claudio come un vegetale, non avevano fiducia nelle sue abilità: sua madre invece ne aveva e ha inventato una tavoletta che gli permettesse di usare lo sguardo per riuscire a comunicare con chi gli sta intorno.
“La persona con disabilità è una persona con una sua storia.” Questo implica il riconoscimento del disabile come persona, e non solo come essere umano. In quanto persona, il suo essere portatore di forza, valori e talenti diventa ricchezza per sé e per il mondo.
Il valore della differenza e il limite della diversità
Il tutto parte dal valore dell’uomo come persona, come portatore di valore e non di handicap. Differenza, dal punto di vista etimologico, deriva da “dis-ferre” che significa “portare da una parte all’altra”, portare oltre, in varie direzioni. Si tratta di una varietà prevalentemente qualitativa (qualche volta quantitativa) delle cose: la capacità intuitiva di ognuno è differente, qualcuno può essere più intuitivo in determinate situazioni, e qualcuno in altre. Non si può dire che nessuno è intuitivo.
Proprio per la sua differenza, ogni persona deve poter realizzarsi ed espandersi in tutta la sua “originale pienezza, affermandosi come differente, non solo dagli altri ma anche da sé stessa, dai propri limiti, dal proprio vissuto, dal proprio ambiente. Ciascuno ha diritto di essere differente da ieri.” La differenza non viene solo misurata tra soggetti diversi (livello interpersonale), ma può anche riguardare un livello intrapersonale: ci caratterizza a livello individuale.
Diversità, dal punto di vista etimologico, deriva da “dis-vertere” che significa “volgere in opposta direzione”: si verifica quando qualcosa manca, non esiste, e quindi accentua il concetto di “differenza”. La diversità richiama l’idea di dissomiglianza, di discostamento da una norma, da ciò che è più comune, diffuso, condiviso e che, nella sua accezione più negativa, può richiedere talora interventi compensatori.
Quando ci si trova davanti la differenza (persona ipovedente) è possibile promuovere attività e percorsi validi per tutti, ma ricalibrati per la persona che presenta differenze. Quando, invece, ci si trova davanti la diversità (persona completamente cieca), per fare in modo che le persone con diversità vivano le realtà di tutti non sono sufficienti ricalibrature, ma sono necessari interventi sostitutivi, ricalibrativi, protesici, compensatori… Fino a che punto il soggetto può seguire i percorsi di tutti e fino a che punto deve seguire dei percorsi personalizzati?
La differenza implica una continuità sul piano quantitativo e la varia tipologia sul piano qualitativo. Al contrario, la diversità presenta una cesura sul piano quantitativo.
I BES (Bisogni educativi speciali)
I BES è l’acronimo di Bisogni Educativi Speciali (SEN – Special Educational Needs). Il concetto di BES è una macro categoria che comprende dentro di sé tutte le possibili difficoltà educative e apprenditive degli alunni: sia le situazioni considerate tradizionalmente come disabilità mentale, fisica, sensoriale, sia quelle di deficit in specifici apprendimenti clinicamente significativi, quali la dislessia, il disturbo da deficit attentivo e altre varie situazioni di problematicità psicologica, comportamentale, relazionale, apprenditiva, di contesto socioculturale…
Un alunno viene inserito nella categoria BES se riscontra alcune difficoltà, più o meno accentuate, nel beneficiare della formazione scolastica a disposizione dei bambini o dei ragazzi della stessa età. Spesso devono ricorrere a un sostegno o a un adattamento dei contenuti del materiale didattico e formativo, opportuno a individuare ed eliminare gli ostacoli che ostruiscono la piena prosecuzione del percorso scolastico limitando la piena realizzazione della formazione di un individuo.
La pedagogia speciale
La Pedagogia della Disabilità è quel settore della Pedagogia Speciale (disciplina di natura interdisciplinare) che si occupa dei processi educativi e formativi delle persone con disabilità. In questi anni, quest’ultima ha allargato il proprio campo di studi e di ricerche all’intera gamma dei BES: per questo si interessa non solo di coloro che sono in situazione di disabilità a causa di menomazioni fisiche o psichiche, ma anche di coloro che presentano difficoltà educative e relazionali a causa di disturbi specifici di apprendimento o di disagio sociale.
La Pedagogia Speciale rifiuta l’idea che l’educazione spetti solo ai sani e che poggia sui seguenti presupposti:
- Differenziazione tra ritardo mentale, congenito e socioculturale;
- Educabilità anche in presenza di disabilità importanti;
- Importanza della mediazione sociale nella crescita dell’individuo;
- Legge dell’atrofia (gli organi inermi per troppo tempo perdono funzionalità);
- Rispetto della diversità;
- Precocità e tempestività negli interventi.
Inserimento, integrazione e inclusione
L’intervento formativo nei confronti delle persone con BES si sviluppa mediante processi di inserimento, integrazione e inclusione nei contesti socioeducativi, scolastici e formativi, attivando strategie di cambiamento che consentano la valorizzazione dei potenziali e la riduzione dell’handicap. Il compito delle professionalità d’aiuto (operatori sociali e sanitari, educatori, insegnanti…) è quello di permettere alla persona con disabilità la conquista delle sue autonomie e di sviluppare reti esistenziali, comunicative e operative. Tutti loro dovrebbero perseguire finalità di integrazione esistenziale mediante interventi educativi esclusivi.
Nell’arco di 50 anni si sono percorsi piccoli passi verso l’integrazione, con ottimi livelli di inserimento ma con deboli soglie di inclusione. Questi tre termini, nel nostro contesto nazionale, compaiono in sequenza sulla scena della riflessione pedagogica e scandiscono tre diverse fasi della storia della pedagogia speciale.
Il termine inserimento si riferisce alla presenza degli alunni con disabilità nelle scuole comuni e si collega al riconoscimento di un diritto: quello che ciascuna persona ha di vedersi riconosciuta uguale agli altri, portatrice degli stessi diritti e aspirazioni, quali che siano le condizioni bio-psico-fisiche, sociali e culturali. Il riconoscimento di questo diritto fu una conseguenza delle proteste sociali alla fine degli anni Sessanta e condusse alla scelta, negli anni Settanta, di chiudere le scuole differenziali e scuole speciali e le classi speciali (classi abolite con la legge 517 del 1977: primo punto di svolta decisivo per l’integrazione degli studenti con disabilità nella scuola italiana) e accogliere gli alunni con disabilità nelle classi di tutti. La legge 118 del 1971 stabiliva che l’istruzione dell’obbligo dovesse avvenire nelle classi normali della scuola pubblica, con due eccezioni: le gravi forme di deficit intellettivo (ritardo mentale) e le gravi menomazioni fisiche.
Il termine integrazione segna un importante passo avanti: si tratta di una presa di consapevolezza del fatto che non è sufficiente inserire gli alunni con disabilità nelle classi normali perché siano loro garantite un’autentica accoglienza e una promozione delle potenzialità individuali. Integrarsi significa diventare un tutt’uno con l’altro: è un lento processo che richiede ascolto, riconoscimento, accettazione, cura, ma soprattutto partecipazione, condivisione, reciprocità, autonomia e responsabilità. Si deve aspettare fino agli anni Ottanta per l’inizio di una formazione per l’insegnante di sostegno (figura creata con gli articoli 2 e 7 della legge 517 del 1977).
Molto più recente è la diffusione del termine inclusione (tra la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila), che si articola su due piani:
- Scuola: la scuola deve riformulare le proprie scelte organizzative, progettuali, metodologiche, didattiche e logistiche per accogliere tutte le diversità che vi abitano. La scuola ha progressivamente imparato a confrontarsi con una più ampia gamma di differenza, prestando sempre maggiore attenzione ai bisogni educativi speciali.
- Società: la società deve far sì che venga creata una fitta rete di solidarietà sostenuta da politiche strutturate e da normative coerenti.
Il processo di inclusione fa sì che ogni persona si possa sentire parte di una comunità, partecipe, protagonista e responsabile per sé e per gli altri: esso è favorito dalla reciprocità, dal riconoscimento reciproco. Riconoscimento dei valori e delle potenzialità, dei bisogni e dell’opportunità, dei diritti e dei doveri, della realtà e dei sogni.
Mentre l’integrazione è considerabile come la meta a cui si vuole arrivare, l’inclusione è la strada che si deve percorrere per raggiungere quella meta.
Deficit e handicap
La distinzione tra deficit e handicap è fondamentale ogni volta che si attivano dei processi di integrazione che coinvolgono persone con deficit o in difficoltà. Per deficit si intende una assenza, malfunzionamento, insufficienza o anomalia di un organo, di una struttura anatomica, di una funzione mentale, psicologica o fisiologica. Si tratta di un elemento “dato”, non modificabile e, sempre per lo stato della scienza, irreversibile e da considerare quindi parte della struttura permanente dell’individuo. Esempio: per una persona sorda, il deficit è di tipo sensoriale e riguarda l’impossibilità di percepire suoni e rumori. È un dato oggettivo, osservabile e, per certi aspetti, misurabile.
Handicap è una parola che oggi è caduta in disuso, ma che inizia ad essere utilizzata negli anni Sessanta: questo inizialmente stava a significare la tipologia di disabilità di un individuo; in questi termini, il soggetto era definito “portatore di handicap”. Questo però significava che il disabile portasse necessariamente con sé gli handicap: questo però non è per forza vero, perché potrebbe averne superati alcuni o incontrarli nell’ambiente.
Con i primi anni Duemila, si è arrivati a comprendere che l’handicap è legato al processo di relazione tra persona e contesto: si tratta di una situazione, che si può creare anche in assenza di un deficit, determinata dall’incontro tra diverse variabili, e come tale può modificarsi o essere modificata. Si definisce la difficoltà, lo svantaggio che il deficit procura alla persona, interagendo con gli ostacoli che questa incontra nell’ambiente esterno. Esempio: se ho un problema al ginocchio, non sono handicappato, ma se mi trovo a dover salire le scale, ecco che la situazione diventa per me handicappante; se ci fosse un ascensore allora la situazione non lo sarebbe.
Capire cos’è deficit e cos’è handicap significa capire cos’è modificabile e che cosa non lo è, e quindi su che cosa è possibile concentrare il proprio intervento formativo. Il compito dell’educatore diventa quello di individuare gli elementi del contesto che costituiscono una barriera, ricercare le risorse presenti e capire quali cambiamenti introdurre per ridurre o eliminare gli handicap: in un’ottica evolutiva e di cambiamento, si parte dalla considerazione degli elementi negativi (barriere) per modificarli e degli elementi positivi (risorse) per valorizzarli e coordinarli. L’educatore non interviene sul deficit, ma sul contesto, per ridurre la situazione di handicap.
La pedagogia speciale in Italia
In Italia la pedagogia speciale arriva nei primi decenni del 1900, con il contributo di Maria Montessori. Lei sperimentò e affermò che i bisogni educativi speciali vanno affrontati anche dal punto di vista pedagogico e psicologico (mira al raggiungimento di obiettivi) e non solo medico (si gioca prevalentemente su un livello anamnestico, in base a come la persona si trova con la sua malattia). Alla base del pensiero della Montessori ci sono:
- Importanza dell’osservazione, non solo del bambino ma anche del suo modo di apprendere;
- Importanza dell’educazione senso-motoria per lo sviluppo della personalità del bambino disabile e delle sue capacità cognitive. È importante che i bambini agiscano, ma che lo facciano per uno scopo;
- Mettere il bambino al centro della didattica: l’utilizzo dei materiali didattici deve essere specifico e adeguato, e il percorso di apprendimento deve essere individualizzato;
- Importanza dell’ambiente;
- Approccio multidisciplinare al problema del bambino con disabilità;
- L’attenzione agli aspetti cognitivi non significa l’abbandono degli aspetti emotivi;
- Puntare sull’autonomia-autosufficienza e sulle abilità sociali: importanza della socializzazione del bambino, attraverso attività di cooperazione con gli altri.
Le idee della Montessori favorirono la nascita di una nuova visione dell’infanzia e dei suoi bisogni educativi: la sua pedagogia speciale si propone in sinergia con i trattamenti educativi, riabilitativi e educativi, di accompagnare il bambino nel recupero e nell’attivazione del potenziale evolutivo inibito o arrestato. Grazie alla sua opera, nacquero le prime scuole magistrali ortofreniche (la prima fu fondata a Roma da Giuseppe Montesano nel 1900). Lei riuscì, inoltre, a dimostrare come le metodologie dedicate ai soggetti svantaggiati fossero in realtà valide per tutti.
La storia delle persone con disabilità
Le pratiche sociali e i pregiudizi riguardo le persone disabili si trasformano attraverso le diverse epoche.
Antica Grecia
Nell’Antica Grecia “era diffusa la concezione secondo cui solo il kalòs, vale a dire l’uomo sano e bello, può essere buono e valoroso”. Il greco riteneva quindi che la bontà, come la bellezza e la salute, fossero “proprietà naturali” e che la malvagità, la bruttezza e la malattia fossero in un certo senso “innaturali”. Forza e bellezza venivano considerati ideali da raggiungere, mentre le deformità e malattia erano associate alla colpa e alla volontà divina: qualsiasi imperfezione fisica veniva infatti accostata al male e interpretata come punizione e castigo.
Questa concezione è ampiamente documentata nella letteratura. Il filosofo greco Aristotele, nell’opera politica, sosteneva la necessità di una legge che impedisse ai bambini deformi di sopravvivere perché inutili allo Stato. Ancora prima di lui, Platone affermava che il compito della giustizia della medicina era quello di curare i cittadini sani nel corpo e nello spirito “quanto a quelli che non lo siano, i medici lasceranno morire chi è fisicamente malato”.
Medioevo
Nella civiltà occidentale è possibile articolare una storia dei disabili solo dalla fine del medioevo. La suddivisione del lavoro, già diffusa nelle città medievali, permetteva soprattutto disabili motori di guadagnarsi da vivere con determinati mestieri artigianali: tuttavia, la maggior parte dei disabili faceva affidamento sul sostegno della comunità e si riduceva a vagare in cerca di elemosine costretta a un’esistenza priva di diritti e dignità (marginalità sociale).
A partire dal XVI secolo, le autorità tentarono di bandire dalle strade anche i mendicanti disabili, esortandoli a lavorare, accogliendoli negli ospedali o indirizzandoli verso la carente offerta dell’assistenza pubblica. Tuttavia, mendicare restava per molti disabili l’unica possibilità di sopravvivenza.
Nel Medioevo alcuni tipi di menomazioni venivano ricollegati all’azione di forze diaboliche o ultraterrene, e certe superstizioni si sono conservate fino al XX secolo. In quell’epoca i folli venivano perseguiti da Tribunali inquisitori, sottoposti a esorcismi e bruciati sul rogo per essere liberati dal maligno.
A partire dal XIII secolo le persone disabili vengono relegate nelle primordiali strutture ospedaliere, gestite dalle comunità monastiche e dalla Chiesa: questo fenomeno si diffuse perché ciò che veniva considerato moralmente inaccettabile doveva essere allontanato dalla società. Uno dei primi manicomi, nato a Londra e l’ospedale St. Mary Bethelem.
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