Psicologia della comunicazione
Prof. Zito – IULM 3° anno 1
Psicologia della comunicazione Margherita Zito
Comunicare significa mettere in comune, quindi far partecipi gli altri di qualcosa.
‘Comune’ deriva dal latino communen (= co-obbligato), da cum (= insieme) e munis (= obbligato a partecipare, a dare con il diritto di ricevere).
Gli umani hanno bisogno di stabilire delle relazioni, di un continuo scambio; siamo soggetti dinamici che si evolvono nel corso del tempo e siamo in continua interazione con l’ambiente, infatti abbiamo bisogno di capire la nostra evoluzione ‘mettendo in comune’ con gli altri.
Attraverso la comunicazione riusciamo a osservare e comprendere il sistema delle relazioni interpersonali.
Secondo la classificazione di Morris (1938), lo studio della comunicazione si divide in tre macroaree:
- La sintassi, che si occupa della trasmissione dell’informazione.
- La semantica, che si occupa del significato del messaggio/dei segni; per comunicare è necessaria una convenzione semantica ovvero una forma di comunicazione condivisa, altrimenti sarà complicato capirsi.
- La pragmatica, che si occupa degli effetti della comunicazione; comunicando soddisfiamo dei nostri bisogni e attiviamo un cambiamento. Essa è il cuore della comunicazione. La pragmatica si occupa dell’uso dei significati, ovvero i modi in cui i significati sono impiegati dai comunicanti.
Il significato ci rispecchia: non è mai statico, né astratto (con il linguaggio viene concretizzato un pensiero); il significato è l’insieme degli scambi verbali e non verbali osservabili tra due soggetti.
Il modo in cui comunichiamo è legato alla nostra intenzione: a seconda di essa il messaggio può cambiare.
Ad esempio, l’intonazione con cui pronunciamo una frase può cambiarne il significato – “La vecchia porta la sbarra” può significare che una signora anziana porta un’asta, ma anche che una porta antica le impedisce di passare.
Il modello percettivo della comunicazione
In tempi passati, la comunicazione è stata organizzata come scambio tra mittente e destinatario, che possono essere individui, gruppi o organizzazioni. Il processo si evolveva in questi passaggi:
- Il mittente codifica delle idee/dei pensieri.
- Il mittente crea un messaggio.
- Il mittente trasmette il messaggio su un mezzo (faccia a faccia, mail, chiamata, ecc.).
- Il destinatario decodifica il messaggio.
- Il destinatario crea un significato.
- Il destinatario codifica una risposta.
- Il processo si ripete.
Questo processo, però, ha qualche falla: gli studi di questi tempi consideravano l’uomo come un perfetto razionalizzatore (che tiene a mente tutte le informazioni, che valuta tutto, che tiene tutto sotto controllo), ma in realtà Simon ci dimostra poi che non è così; infatti, gli uomini hanno una razionalità limitata, dovuta all’insieme di sistema cognitivo + questioni di interesse + emozioni. Basti pensare al gioco del telefono senza fili, in cui alla fine il messaggio era sempre sbagliato / modificato / mancante di alcune informazioni, proprio per questa nostra naturale imperfezione.
Il modello percettivo della comunicazione, quindi, ci mostra che questi passaggi sono sì veri, ma in mezzo a tutti loro ci sono dei disturbi.
I disturbi della comunicazione sono le barriere a un processo comunicativo efficace.
Queste barriere sono di 3 tipi:
- Barriere di processo (che hanno a che fare col meccanismo comunicativo):
- Del mittente.
- Della codifica.
- Del messaggio.
- Del mezzo.
- Della decodifica.
- Del destinatario.
- Del feedback.
- Barriere personali (correggibili):
- Capacità del soggetto di comunicare in maniera efficace.
- Modo di elaborare le informazioni.
- Livello di fiducia interpersonale.
- Stereotipi e pregiudizi.
- Discriminazioni 2 → Le discriminazioni (come anche i pregiudizi) si verificano a livello di gruppo, non di individuo. La psicologia sociale insegna che l’uomo ha bisogno di identificarsi in un gruppo e lo ha dimostrato un esperimento di Rabbie e Horowitz (1969): dei bambini che non si conoscono vengono divisi in 3 gruppi, ciascuno con un colore diverso, e viene dato loro un lavoretto libero da compiere. Viene creata la condizione sperimentale: ai primi 2 gruppi viene detto che alla fine dell’esperienza avrebbero potuto ottenere una ricompensa conseguente al lancio di una monetina (una faccia dava la ricompensa, l’altra no), mentre al 3º gruppo non viene detto niente. Alla fine, i ricercatori chiedono ai bambini di esprimere un giudizio sui propri compagni: i bambini dei primi 2 gruppi esprimono giudizi favorevoli, mentre quelli del 3º gruppo esprimono giudizi neutrali. Questo perché i primi hanno vissuto la condivisione di un destino comune (la vittoria della ricompensa o la frustrazione della faccia sbagliata) e quando condividiamo un destino, un’esperienza o qualcosa che ci accomuna diventiamo un gruppo e ci uniamo.
- Scarsa capacità di ascolto.
- Naturale tendenza a valutare e giudicare il messaggio di un destinatario.
- Capacità/incapacità di ascolto comprendendo → Ad esempio, il dialogo interno (= parlare con noi stessi) è un problema se lo continuiamo mentre parliamo con qualcun altro, in quanto viene a mancare l’ascolto; solo chiudendo il dialogo interno riesco ad ascoltare attivamente e capire.
- Barriere fisiche:
- Troppa vicinanza o lontananza tra mittente e destinatario (→ prossemica).
Elementi fondamentali della comunicazione
- Contenuto (notizia, dato, informazione, opinione).
- Forma (modalità, stile, scelta delle parole).
- Relazione (nesso emotivo tra mittente e destinatario).
= messaggio dotato di senso e significato.
Relazione con il contesto
Quando comunichiamo ci mettiamo in relazione con il contesto.
Secondo la teoria degli atti linguistici di Austin (1962) “dire qualcosa è anche fare qualcosa”.
Infatti, quando comunichiamo facciamo tre cose simultaneamente:
- Atti locutori – Atti di dire qualcosa:
- Atti fonetici: emissione dei suoni.
- Atti fatici: espressione di certe parole (es. esclamazioni).
- Atti retici: uso di parole e suoni con un certo senso.
- Atti illocutori – Atti nel dire qualcosa: espressione delle intenzioni. Nel 1979, Searle propone 5 atti:
- Atto assertivo: espressione di fatti, annuncio, sostegno a qualcosa che si dice; comunicazione data da chi sta nel qui e ora, dà una comunicazione utile, senza aggiungere emotività/aggressione o soccombere (es. “piove a dirotto”, non “uffa, piove”).
- Atto direttivo: ordine, consiglio (es. “chiudi la porta” / “è meglio se chiudi la porta”).
- Atto commissivo: promessa o minaccia (es. finirò il lavoro domani).
- Atto espressivo: ringraziamento o augurio (es. ti auguro di trovare bel tempo).
- Atto dichiarativo: nominare, rilasciare (es. ti nomino cavaliere).
- Atti perlocutori – Atti col dire qualcosa: effetto dell’atto linguistico del mittente sul comportamento o sui sentimenti del destinatario (→ pragmatica).
Esempi – “Non ho fatto cadere io la marmellata” → dire qualcosa (atto locutorio) + dichiarare la propria innocenza (atto illocutorio) + convincere l’altro della propria innocenza (atto perlocutorio).
“Corri, corri, arriva il treno!” → dire qualcosa (atto locutorio) + incitare l’altro a sbrigarsi (atto illocutorio) + spronare l’altro a farcela (atto perlocutorio).
Le 6 funzioni della comunicazione umana
- Ottenere il soddisfacimento dei propri bisogni: impariamo a comunicare allo scopo di ottenere il soddisfacimento dei nostri bisogni 3.
- Capire gli altri: svelare l’altro, che per noi rappresenta un mistero finché non ci mettiamo in relazione con lui.
- Chiarire situazioni ambigue: trovare una spiegazione alle cose che accadono; noi siamo attributori di cause, vogliamo spiegare ciò che ci accade (es. se arriviamo in ritardo, spieghiamo che c’era traffico).
- Ottenere vantaggi: intervenire in una situazione per renderla adatta ai nostri bisogni (es. vendere, vincere).
- Creare relazioni di collaborazione: instaurare relazioni d’aiuto, per aiutare ed essere aiutati.
- Esprimerci e capire noi stessi: ascoltare ciò che si dice per conoscersi (non a caso la psicanalisi è basata sul dialogo).
Il contributo della psicologia sulla comunicazione come relazione
Dalla psicologia, la comunicazione viene definita come dimensione intrinseca alla persona: non solo vengono trasmesse delle informazioni, ma si prende pienamente parte alla comunicazione/interazione.
Secondo Bateson (1958), la comunicazione esprime l’identità personale di un individuo, nonché la sua posizione sociale: le persone in comunicazione si auto-confermano e si posizionano su relazioni complementari (sullo stesso livello, es. due colleghi) o asimmetriche (su livelli diversi, es. medico/paziente).
La psicologia
Per definire la psicologia è riduttivo parlare di scienza mentale; è vero che la psicologia vuole capire cosa produce la mente, da cos’è influenzata, ecc., ma non è solo questo. Infatti, è più corretto parlare di scienza dell’esistenza umana perché ha a che fare non solo con l’aspetto cognitivo/mentale, ma anche con tanti altri aspetti dell’esistenza umana: azioni, emozioni, ricordi, aspettative, valutazioni legati a desiderabilità sociale (interazione col contesto).
La psicologia come disciplina autonoma nasce ufficialmente a Lipsia nel 1879, quando Wundt fonda il primo laboratorio di psicologia sperimentale. È da qui che si inizia a studiare la psicologia come scienza distaccata dalla filosofia e dal metodo filosofico; essa non è più basata su analisi teoriche, bensì su metodi sperimentali. In questo laboratorio venivano studiati i processi sensoriali, ovvero come l’uomo risponde agli stimoli del mondo (principalmente stimoli visivi ed uditivi).
Conseguentemente a questo, nascono vari filoni della psicologia:
- Strutturalismo di Wundt (Germania) – La mente viene vista come divisa come una struttura, composta da tanti pezzi come fosse un mosaico di emozioni, sensazioni, concetti. Gli strutturalisti adottano per primi un metodo scientifico sperimentale sulla psicologia sulla scia degli studi di Galileo Galilei.
- Funzionalismo di William James (USA, 1890) – La mente non viene vista come suddivisa in vari pezzi (si oppone allo strutturalismo), bensì i fenomeni psichici vengono considerati come funzioni con cui il nostro organismo si adatta all’ambiente circostante (→ risposta psicologica in funzione dell’ambiente).
- Psicologia della gestalt* di Koffka, Werheimer e Köhler (1912) – *forma, schema, rappresentazione. Mette le basi per gli studi sulla percezione (grandissima risonanza), ovvero su come traduciamo la realtà che ci circonda: noi facciamo ricorso a delle informazioni, degli schemi già immagazzinati nella nostra mente per dare un significato a ciò che vediamo. La psicologia della gestalt approfondisce gli studi sull’esperienza del soggetto da un punto di vista della percezione (es. in un’immagine con dei volti e un vaso sullo sfondo, alcuni vedono i volti, altri il vaso).
- Interazionismo simbolico di G.H. Mead (scuola di Chicago, anni ’30) – Le persone agiscono in base al significato che attribuiscono alle cose. Il significato è il prodotto sociale che nasce dall’interazione degli individui e viene quindi attribuito in base al contesto sociale; il significato è un soggetto dinamico, viene costruito e ricostruito ed è condiviso.
- Psicoanalisi di Freud (1900) – Teoria dell’inconscio su cui si fonda la prassi psicoterapeutica. Freud studia l’isteria e poi altri disturbi mentali per indagare l’attività psichica e mentale, cercando di scovare ciò che sta al di sotto della nostra coscienza (l’inconscio) attraverso il dialogo.
- Condizionamento classico di Pavlov (1903) – Nel suo studio sulle reazioni dell’apparato digestivo dei cani, Pavlov fornisce un’informazione importante che verrà inserita nelle teorie dell’apprendimento: si inizia a parlare di modificazione del comportamento in risposta allo stimolo ambientale.
- Comportamentismo di Watson e Skinner (1913) – Attraverso degli esperimenti, Watson e Skinner arrivano alla conclusione che il comportamento può essere previsto e controllato attraverso lo studio delle risposte a uno stimolo.
- Cognitivismo di Chomsky, Simon e Bruner (fine anni ’50) – Si occupa dei processi cognitivi (memoria, pensieri, linguaggio, apprendimento) e secondo questa corrente i pensieri possono essere osservabili, in quanto considerati come comportamenti e quindi possibile oggetto di studio. 4 Chomsky propone poi un approfondimento sulla psicolinguistica: gli umani funzionano come dei computer, quindi registrano gli stimoli (input), li elaborano e producono un linguaggio (output). La prova di questo sono i bambini: nonostante non conoscano il linguaggio corretto (es. dicono ‘aprito’ e non ‘aperto’), hanno un elemento innato che permette loro di elaborare il pensiero.
- Neuropsicologia (oggi) – Ha l’obiettivo di studiare i processi cognitivi e i comportamenti correlandoli ai meccanismi che ne sottendono il funzionamento. La neuropsicologia si basa sulla psicologia cognitiva, considerando la mente come un elaboratore di informazioni suddiviso in diverse componenti per individuare le connessioni tra i diversi circuiti neurali e le funzioni cognitive → Tutte le componenti del nostro cervello sono intrecciate tra loro.
Modelli e teorie
La psicologia come scienza applicata è formata da modelli e teorie.
- I modelli hanno la funzione di spiegare e interpretare la realtà – es. nella psicologia del lavoro viene usato il modello domande-risorse, ovvero le richieste che il datore di lavoro ha per il dipendente e le risorse che gli fornisce per svolgere i suoi compiti.
- Le teorie hanno la funzione di organizzare il pensiero e spiegare i dettagli – es. in un’azienda sanitaria il modello domande-risorse può essere inquadrato per esempio con la teoria della conservazione delle risorse, ovvero il fatto che gli infermieri sono soggetti limitati e quindi devono trattenere le proprie risorse per stare bene e non arrivare a una situazione di esaurimento fisico/emotivo.
Nell’ambito delle teorie esiste il costrutto, il quale ha la funzione di analizzare in maniera più specifica un fenomeno. Il costrutto non è osservabile, bensì è deducibile e misurabile dal comportamento – es. costrutto dell’ansia / costrutto della personalità.
Scale di misura
Per la misurazione, la psicologia ha individuato delle scale di misura (questionari), ovvero delle domande a cui vengono assegnati dei valori; l’idea risponde alla logica di passare dalle proprietà di un costrutto alle variabili – es. per misurare il benessere psicologico di un soggetto (proprietà) creo delle domande per rivelare le sue emozioni in un determinato lasso di tempo; se il soggetto risponde maggiormente a emozioni positive avrà un maggiore benessere psicologico, e viceversa.
- Scala nominale (domande a scelta singola) – es. “Sesso?” / “ Maschio Femmina”.
- Scala ordinale (più di una scelta) – es. “Titolo di studio?” / “ Licenza elementare Licenza media Diploma Laurea triennale Laurea magistrale Master”.
- Scala Likert – es. “Indica con quale frequenza nell’ultimo mese ti sei sentito…”. Si indagano le emozioni delle persone nell’ultimo mese (proprietà) attraverso delle domande basate su una serie di emozioni positive e negative. È da considerare sempre la probabilità di “errore” anche sulla base della desiderabilità sociale (se è visto male dalla società sentirsi spesso tristi, può essere che io menta nel questionario mettendo che non lo sono).
- Scalogramma di Guttman (richiesta di collocarsi su una affermazione che riteniamo più vicina a noi stessi) – es. “ Accetto una persona nera come amica Accetto una persona nera come vicina di casa Accetto una persona nera come turista nel mio paese”.
- Differenziale semantico (per rilevare la posizione di un soggetto rispetto a qualcosa, ovvero le sue rappresentazioni mentali di quel qualcosa) – es. “Mia madre è…”.
La psicologia si preoccupa di modellizzare e misurare perché ha bisogno di capire il comportamento del soggetto (risposta), influenzato dall’interazione con l’ambiente (stimolo).
Il comportamento
Il comportamento, infatti, è ogni interazione del soggetto con altri soggetti e con l’ambiente circostante. Il comportamento non è statico, ma espressione di molte sfaccettature ed evoluzioni del soggetto. Esso è posizionato su due assi: 5
- Asse innato / appreso:
- Il comportamento innato è automatico e senza sforzo, ma difficile da modificare.
- Il comportamento appreso richiede sforzo, ma è flessibile a livello individuale.
- Asse semplice / complesso.
Esempi:
- → Comportamento innato e semplice: suzione del neonato (si nutre da solo dal seno della mamma).
- → Comportamento innato e complesso: puledri che camminano subito alla nascita.
- → Comportamento appreso e semplice: comportamento appreso per imitazione o per azione ripetuta.
- → Comportamento appreso e complesso: parlare (è vero che il bambino è capace di esprimersi come diceva Chomsky, ma ha bisogno di apprendere.
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