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Decimo Magno Ausonio: gli epitafi degli eroi

Materiali del seminario di Civiltà Latina (prof. Massimo Manca), A. A. 2015-2016 1

Ausonius, Epitaphia heroum, 1: Agamemnoni

Rex regum Atrides, fraternae coniugis ultor, Oppetii manibus coniugis ipse meae.

Quid prodest Helenes raptum punisse dolentem, Vindicem adulterii cum Clytemestra necet?

Agamennone

Io stesso, re dei re Atridi, punitore della moglie di mio fratello, morii per mano di mia moglie.

Che cosa giovò aver vendicato il doloroso rapimento di Elena, dal momento che Clitennestra uccise il vendicatore dell’adulterio?

Contenuto e temi

L’epigramma racconta il mito di Agamennone, figlio di Atreo, detto per ciò Atride, indicato nell’Iliade è citato sia come re di Argo, dalla leggenda e da Omero come re di Argo. Talvolta sia come re di Micene ed inoltre, nella tradizione più tarda, anche come re di Lacedemone.

Sposa Clitemnestra figlia di Leda e Tindaro, sorella gemella di Elena, anche se alcune tradizioni di quest’ultima. Il matrimonio inizia all’insegna di un duplice riportano Zeus come padre omicidio: Agamennone infatti, prima di sposarla, uccide il marito Tantalo e i figli avuti da lui.

Questa unione è maledetta dal principio, come dimostra il seguito della leggenda. Dalla moglie ha quattro figli tra i quali Ifigenia e Oreste, importanti ai fini della vicenda. 2

Al principio della guerra, in seguito al rapimento di Elena da parte di Paride, Menelao chiede aiuto al fratello Agamennone, scelto da tutti come comandante supremo della spedizione contro Troia. Per consentire alla flotta di viaggiare con vento favorevole, prima della partenza sacrifica la figlia Ifigenia ad Artemide.

Questo ulteriore delitto alimenta l’odio di Clitemnestra nei suoi confronti. Durante l’assenza del marito, quest’ultima, pur rimanendo inizialmente fedele, cede alle lusinghe di Egisto e ne diviene l’amante. Così quest’ultimo diventa il padrone del palazzo di Agamennone e proprio qui inizia a meditare la vendetta contro di lui.

Nelle versioni dei poeti epici, è Egisto a uccidere Agamennone, quindi Clitemnestra non risulta coinvolta nel delitto. Gli autori tragici al contrario, riportano la donna come esecutrice stessa dell’omicidio, diventando complice dell’amante.

Le modalità della vendetta vedono Clitemnestra preparare un abito in cui le maniche ed il collo sono cuciti: ciò servirà nel suo piano a impedire che il marito si possa difendere mentre la donna lo colpisce a morte con una scure.

Igino racconta che Eace, ostile ad Agamennone poiché il re acheo ha ucciso il fratello Palamede, avrebbe raccontato a Clitemnestra che il marito aveva un amante, ossia Cassandra, e che presto l’avrebbe a lei sostituita. Questo ultimo gesto del marito convince definitivamente Clitennestra a mettere in atto la sua mortale vendetta.

In seguito Agamennone verrà vendicato dal figlio Oreste che qualche anno dopo ucciderà la madre.

Nell’epigramma il protagonista riflette sulla futilità della sua impresa, perché anche se è riuscito a fare scontare l’adulterio subito dal fratello attraverso una lunga e dolorosa guerra, la sua impresa è stata resa vana dalla moglie che ha reso vittima egli stesso di un adulterio.

Il tema dominante è quello della vendetta che si manifesta in due modi differenti: da una parte Agamennone utilizza il pretesto del rapimento di Elena per provocare uno scontro tra due popoli nemici da sempre; dall’altra Clitennestra, esausta a causa dei tanti soprusi subiti dal marito, decide di ucciderlo.

In modo originale ciò viene dimostrato anche dal punto di vista strutturale dell’epigramma che è suddiviso in due parti. Nel primo distico l’autore riporta in modo diretto i fatti, mentre nel secondo, con un’interrogativa retorica, Agamennone riflette sull’ingiustizia subita: invece di essere premiato per la sua impresa, diventa egli stesso oggetto di una vendetta compiuta dalla moglie con l’aiuto del suo amante.

Quindi la vendetta di quest’ultima è di carattere personale, mentre quella del re acheo è finalizzata all’espansione del suo potere. 3

Loci similes

  • Verso 1:
  • Agamemnoni: è presente in 68 luoghi della letteratura latina, a partire da Plauto che lo cita nella commedia Bacchides, fino ad arrivare a Draconzio, autore del V secolo.
  • Rex regum: si trova in prima posizione solo in questo epigramma di Ausonio, mentre la formula rex regum ricorre in Plauto in Captivi in settima posizione al v. 825: Non ego nunc parasitus sum sed regum rex regalior, in Draconzio nell’Orestes in terza posizione al v.25: Ductorum ductor, regum rex dux Agamemnon e in Columba in Hymni in seconda posizione al v. 4 O rex regum rectissime e in Columbano nella Epistula metrica al v. 119: Tunc rex regum, rex mundus, in quest’ultimo autore la formula potrebbe indicare Cristo.
  • Coniugis ultor: compare in ultima posizione in Ovidio nelle Metamorphoses al v. 10 "En" ait "en adsum praereptae coniugis ultor, e in Stazio nella Thebais al v. 603 Hospes Atys? tantum hospes adhuc et coniugis ultor.
  • Verso 2: da oppĕto, oppĕtis, oppetii, oppetitum, oppĕtĕre, si trova in prima posizione in questo.
  • Oppetii: epigramma coniugato alla prima persona singolare e nell’Eneide di Virgilio, libro 11, vv. 266 e seguenti coniugato alla terza persona singolare: ipse Mycenaeus magnorum ductur Achivium / coniugis infandae prima inter limina dextra / oppetiit; devictam Asiam subsedit adulter.
  • Verso 3:
  • Quid prodest: ricorre in prima posizione in 21 luoghi della letteratura latina tra cui Virgilio nell’ecloga 3, v. 74 Quid prodest quod me ipse animo non spernis, Amynta e cinque volte negli epigrammi di Marziale.
  • Raptum: ricorre in terzultima posizione in 14 luoghi della letteratura latina.
  • Verso 4:
  • Vindicem adulterii: è presente in questa disposizione solo in questo epigramma di Ausonio.
  • Clytemnestra: ricorre in questa posizione solo in questo epigramma Ausonio e in prima posizione in Livio Andronico in tragoediarum fragmenta al v. 11 Clytemestra iuxtim, tertias natae occupant. 4

Riferimenti e modelli

La tragedia di Agamennone è raccontata da Eschilo nella trilogia Orestea del V secolo a.C.

L’Agamennone, prima della trilogia, racconta il ritorno del sovrano vincitore ad Argo dove viene ucciso dalla moglie Clitemnestra e dal suo amante Egisto.

Successivamente nel I secolo Seneca riprende come modello quest’opera e basandosi su di essa scrive l’Agamennon.

Nel 1783 Vittorio Alfieri, ispirato dalla lettura dell’opera di Seneca, pubblica la tragedia intitolata inizialmente La morte di Agamennone e infine cambia il titolo in Agamennone Tragedia. 5

Felix o Menelae: Ausonius, Epitaphia heroum 2

Di Giada Mazza, Alessia Perego e Lorenzo Resio.

Della produzione epigrammatica di Ausonio (Burdigala 310 393 c.ca), poeta latino conosciuto soprattutto per il poemetto Mosella, ci sono rimasti 26 epitaffi di eroi mitologici.

Tra questi, figura quello dedicato a Menelao, eroe che, secondo la leggenda, non dovrebbe avere un vero e proprio posto dove esporre quei sei versi, essendo stato accolto dagli dei1 direttamente nei Campi Elisi prima di spirare.

Felix o Menelae, deum cui debita sedes Decretumque piis manibus Elysium, Tyndareo dilecte gener, dilecte Tonanti, Coniugii vindex, ultor adulterii, Aeterno pollens aevo aeternaque iuventa, Nec leti passus tempora nec senii.

Felice, o Menelao, a cui è dovuta la sede degli Dei E sono stati destinati gli Elisi tra i beati Mani, 2 Genero caro a Tindaro, caro a Giove Tonante, Vendicatore della moglie, punitore dell’adulterio, Reso più forte dalla vita eterna e dalla giovinezza eterna, Non patì né il tempo della morte né quello della vecchiaia.

3 Figlio di Atreo e fratello di Agamennone, Menelao acquisì il regno di Sparta dal suocero Tindaro; proprio dal matrimonio che gli consentì di diventare re sorse la guerra di Troia.

Scelto tra numerosi pretendenti dalla donna che carnalmente era figlia di Giove (il suocero Tonante a 4 cui fa riferimento Ausonio) e di Leda, ebbe la promessa dai suoi avversari, grazie a un espediente di Ulisse, di ricevere aiuto nel caso si fosse trovato in difficoltà.

Quando Paride, per 5 6 riscuotere quanto promessogli da Venere, rapì Elena, Agamennone e gli altri nobili greci che in precedenza avevano corteggiato la figlia del re di Sparta entrarono in guerra con Troia.

Menelao diviene così coniugii vindex e ultor adulterii: anche se non riesce a uccidere Paride (che verrà salvato da Venere e morirà colpito da un dardo di Filottete), libera Elena dal marito successivo, Deifobo. Assetato di vendetta, cederà di fronte alle grazie della moglie, scegliendo di non ucciderla e riappacificandosi con lei.

Ausonio presenta Menelao come dotato di aeternus aevus e di aeterna iuventa: come è già stato anticipato, Menelao fu scelto dagli Dei come ospite dei Campi Elisi e venne accolto tra i Mani prima della morte, non esalando, di fatto, l’ultimo respiro.

2.1. Menelao nella letteratura classica

Menelao compare per la prima volta nella storia della letteratura all'interno dell'Iliade di Omero. È indubbiamente un personaggio rilevante rispetto alle vicende narrate, in quanto la sua volontà di vendicare il rapimento di Elena è alla base stessa dello scoppio della guerra di Troia.

Tuttavia all'interno del poema non ha una parte da protagonista: ci viene presentato brevemente nel Catalogo delle navi del secondo libro come un eroe dal temperamento impetuoso, bramoso di vendicare il torto subito; compare pertanto fin da subito il tema della vendetta (Iliade II, 588 590, dalla traduzione di R. Calzecchi Onesti, Torino 1950).

Egli in mezzo moveva, fidando nel suo coraggio, e in mezzo li spingeva alla guerra; moltissimo ardeva in cuore di vendicare d'Elena le ribellioni e i gemiti.

4 Oppure di Giove sotto forma di cigno e di Nemesi trasformata in oca, secondo altre fonti; Leda, poi, avrebbe semplicemente messo l’uovo, donatole da un pastore, in un cesto, dove si sarebbe schiuso; cfr. G 1990. RIMAL

5 Cfr. Paride in G 1990. RIMAL

6 O una nuvola sotto forma di Elena, secondo altre fonti, che vogliono che la moglie di Menelao fosse stata mandata in Egitto e sostituita da un doppio dagli Dei solo per scatenare una guerra che avrebbe messo in mostra le doti degli eroi greci e troiani. 7

Nel terzo libro Menelao è protagonista dell'episodio in cui viene stabilito di decidere le sorti del conflitto tramite un duello con Paride. In questo libro compare per la prima volta la metafora del leone, animale che d'ora in avanti verrà associato a Menelao, che ne condivide gli aspetti di bramosia, violenza e forza, tutte qualità che rendono la sua sete di vendetta ancora più esacerbata dalle immagini del feroce animale.

Si riporta un esempio, tratto da Iliade III, 22 28: venire in fronte alla schiera a gran passi, come gode leone che trovò grosso corpo, affamato, maciulla bramosamente, [...] [...] così godé Menelao, Alessandro bello come un dio vedendo cogli occhi; vendetta sperò sul colpevole.

L'ultima volta in cui Menelao compare nell'Iliade è all'interno del libro XVII, che gli è interamente dedicato e ne descrive le gesta. Ritorna la metafora del leone e ancora vengono sottolineate l'impetuosità e l'irruenza del temperamento dell’eroe (Iliade XVII, 61 “E come un nutrito sui monti, che nella forza confida”; XVII 656 “E mosse come leone leone Iliade che se ne va da un cortile”).

Molto significativa ai fini dell'epigramma è la presenza di Menelao nell’Odissea. Siamo nel libro IV, alla corte di Sparta, dove Menelao è ritornato con Elena al termine della guerra e dove accoglie Telemaco alla ricerca di notizie del padre.

Interessante è notare che la caratterizzazione di Menelao si è ammorbidita e che gli epiteti più frequenti sono ora meno violenti: dal “forte nel grido” dell'Iliade a “saggio sopra tutti i mortali” e al frequentissimo “alunno di Zeus”.

Si riporta l'estratto del libro a cui molto probabilmente Ausonio si è ispirato per la composizione del secondo epitaffio degli eroi. Si ritrova il riferimento ai campi Elisi e l'importanza del fatto di essere genero di Zeus per meritare un posto tra gli dei (Odissea IV, 561 569, dalla traduzione di R. Calzecchi Onesti, Torino 1963).

Infine a te, Menelao alunno di Zeus, non è fato Morire e trovare la fine in Argo che nutre cavalli, Ma nella pianura Elisia, ai confini del mondo, 8 Ti condurranno gli eterni, dov'è il biondo Radàmanto, E là bellissima per i mortali è la vita: Neve non c'è, non c'è mai freddo né pioggia, Ma sempre soffi di Zefiro che spira sonoro Manda l'Oceano a rinfrescare quegli uomini: E questo perché hai Elena, e per i numi sei genero a Zeus.

2.2. Menelao nell’arte antica e moderna

Se nell’antichità era molto comune vedere statue, vasi, piatti, iscrizioni parietali con la figura di Menelao 7 lo stesso non si può dire dell’epoca moderna, durante la quale il re spartano sembra essere stato quasi del tutto dimenticato.

Lo si trova, inoltre, come protagonista del racconto Menelaiad nella raccolta Lost in the Funhouse di John Barth (Cambridge 1930-), autore post-moderno, che se ne serve per trattare il tema del mito e della ri-mitologizzazione, come spiega il professor Benzi Zhang (ZHANG 1995):

John Barth's "Menelaiad" contains an ancient story from the Iliad and the Odyssey, which has been told and retold throughout the centuries. In defiance of the fact that he is taking the risk of repetition, however, Barth translates the mythological story into a postmodern "trans-tale," a tale that plays with the tension between the past and the present and indicates a paradoxical trans-relation between originality and repetition.

The aim of Barth's trans(re)lation of mythology is to show how literature can renew itself by "re-marking" its origin(ality) and by trans-relating the ancient to the present [...]. Barth's remarking takes the form of re-mythologizing that serves as a means for him to re-work and re-originate the "iterable" contents and forms of myth. [...]. What "Menelaiad" illustrates is the possibility that a storyteller can, instead of keeping silence in the age of exhaustion, turn origin(ality) into a paradox and employ it to re-create new stories.

7 In Italia è molto famoso il gruppo di statue in marmo conosciuto come "Gruppo di Pasquino" (di cui sono noti diversi esemplari) raffigurante Menelao che sorrege il corpo esanime di Patroclo. Si tratta di una copia romana di età flavia da un originale ellenistico del III sec. a.C., con restauri moderni. La statua venne scoperta a Roma e dal 1584 fu di proprietà medicea a Firenze; oggi la si può trovare collocata sotto la Loggia dei Lanzi in Piazza della Signoria a Firenze, dove risiede dal 1741. 9

Un’altra opera moderna in cui compare il re spartano è il dramma satiresco in due atti Protée, di Paul Claudel del 1913 musicato da Darius Milaud, in cui la ninfa Brindosier gioca d’astuzia 8 per liberarsi dalla prigionia di Proteo sfruttando le navi di Menelao, approdato sull’isola di Nasso poco dopo la fine della guerra di Troia.

Menelao è il perno su cui ruota tutta la farsa: accecato dall’amore per Elena, viene continuamente ingannato.

2.3. Il testo

Il primo verso dell’epigramma si apre con l’apostrofe all’eroe: Menelao è definito Felix e ci viene rivelato subito il suo legame con il mondo dell'oltretomba, non tanto per la sua morte si veda l’ultimo verso del componimento nec leti passus tempora nec senii quanto per il fatto di essere stato accolto tra i Mani e reso ospite dei Campi Elisi.

Questo legame è rafforzato dalla forte allitterazione della d in “deum cui debita sedes / Decretum” e della s in “sedes / piis manibus Elysium”.

La parola felix posta da sola all’inizio del verso era davvero molto frequente nella poesia latina, sia negli autori maggiori precedenti Ausonio come Virgilio (in georg. 2, 490: “Felix qui potuit rerum cognoscere causas”), Orazio, Properzio, Ovidio, Seneca, Lucano, Stazio, Marziale, Giovenale, che in quelli minori al punto che possiamo affermare si trattasse di una vera e propria formula; la stessa parola, accompagnata dall’appellativo, invece, si riscontra in Silio Italico 9, pun. 17, 260 (“Felix, o frater, diuisque aequate cadendo”) e nella prima ecloga di Nemesiano, al v. 64 (“Felix o Meliboee, uale! tibi frondis odorae”).

Nell’opera di Ausonio, 10 inoltre, appare in altri quattro luoghi: in prof. 5, 19 (“Felix, quietis si maneres litteris”), in epigr. 112, 2 (“Felix uirgo, sibi si scit inesse uirum”), in Caes. 86 (“Felix imperio, felix breuitate regendi”) e in urb. 71 (“Felix, quae tanti spectatrix laeta triumphi”).

Interessante è anche la formula piis manibus che compare anche nelle Silvae di Stazio (5, 3, 584: “Ite, pii manes Graiumque examina uatum”).

8 Claudel ne compose una seconda versione uscita nel 1926.

9 Poeta epico

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/04 Lingua e letteratura latina

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Samantha2912 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Civiltà latina e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Manca Massimo.
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