Psicologia della motivazione – Cap. 1, 2
Cap. 1 – Introduzione
- Ciò che interessa la psicologia della motivazione è spiegare la direzione, la persistenza e l’intensità delle condotte.
- La motivazione può essere descritta come una situazione in cui per la persona esiste un oggetto-meta (obiettivo) perseguito in quanto attraente (o temuto in quanto repulsivo), per raggiungere (o evitare) il quale la persona attiva un determinato comportamento: per la psicologia della motivazione gli oggetti-meta perseguiti (o evitati) e ciò che li rende attraenti (o repulsivi) costituiscono proprio le entità da spiegare.
- Cercare di spiegare il comportamento in termini di motivazioni è tipicamente ritenuto utile per rendere conto delle similitudini e differenze con cui esso si manifesta a livello sia interindividuale che intraindividuale (continuità piuttosto che mutamenti nel tempo).
- La motivazione è un costrutto ipotetico, non osservabile in quanto tale. Non riflette un’unità omogenea presente in una qualche misura nella persona, ma è il risultato di un’astrazione con cui vengano estrapolate e trattate le componenti motivazionali di volta in volta presenti che hanno a che fare con il durevole orientamento ad un fine del comportamento.
- Compito della psicologia della motivazione è cogliere e descrivere le diverse componenti nel loro concorrere, determinare da cosa sono condizionate e capire i loro effetti su ciò che esperiamo e sul comportamento che mettiamo in atto.
A seconda delle posizioni teoriche di fondo e delle “immagini dell’uomo” che esse comportano, abbiamo in partenza due fondamentali prospettive di analisi della motivazione:
Spinta (fonte interna)
Vi sono eventi anteriori che spingono e incitano il comportamento.
Tipicamente: nell’organismo esistono entità interne che spingono per essere soddisfatte, creando tensioni o energie che chiedono di essere scaricate → sistemi motivazionali fisiologici (fame, sete...).
Attrazione (fonte esterna)
Esiste una prospettiva futura che attrae e orienta il comportamento.
Tipicamente: l’oggetto-meta è uno stato futuro che l’individuo vuole raggiungere e rispetto al quale orienta diverse attività comportamentali (equifinalità del comportamento) → sistemi motivazionali complessi.
Cap. 2 – Primi concetti esplicativi: istinto e pulsione
Istinti
Nell’accezione etologica: sequenze comportamentali innate – Le teorie della motivazione incentrate sul concetto di istinto, oggi in disuso in quanto tali, richiamano l’attenzione sul fatto che, a dispetto della plasticità riconducibile a processi di apprendimento ed a tutti i processi cognitivi intermedi, il nostro comportamento è guidato in parte da elementi ancorati alla storia della nostra evoluzione.
- Darwin: come le caratteristiche fisiche, gli istinti soggiacciono alle leggi di variazione casuale e selezione naturale.
- Mc Dougall - 1908, interessante modello tripartito: ciascun istinto si caratterizza per il fatto di a) accentuare la percezione di determinati oggetti o eventi (vedi Lewin), b) stimolare una specifica emozione, c) generare la tendenza ad agire in un certo modo nei confronti dell’oggetto percepito; ma poi lui ed altri si perdono nella compilazione di elenchi di istinti che perdono di vista l’obiettivo di spiegare.
- L’associazione istinto-emozione ritorna nella teoria delle emozioni primarie universali (Darwin, poi Ekam e Izard) in quanto sistemi motivazionali rudimentali che orientano in senso adattativo sia i primi comportamenti del neonato, sia quelli dell’adulto “prendendo il comando” in situazioni incerte/di pericolo.
- Lorenz: distinzione tra azione terminale dell’istinto (coordinazione ereditaria) che è una sequenza automatica rigidamente predeterminata innescata da uno stimolo-chiave, e comportamento appetitivo con cui l’animale cerca lo stimolo-chiave (cioè occasioni per attivare la coordinazione ereditaria), che invece è plastico, cioè soggetto ad apprendimento. Il concetto che la possibilità di eseguire un comportamento (l’azione terminale dell’istinto) costituisce la motivazione ad eseguirne un altro ha analogie con quello di motivazione intrinseca in psicologia della motivazione (non chiaro, vedremo più avanti).
Pulsioni 1 – Freud
Concezione freudiana è prototipo dell’idea di comportamento avviato da una spinta interna.
La pulsione è l’istanza psichica, espressione di un bisogno fisico, che si manifesta a livello dell’Es (interfaccia tra fisico e psichico), inconsciamente e indipendentemente da un rapporto specifico con la situazione connessa all’azione. La sua meta consiste nella soppressione dello stato di stimolazione (modello idraulico oggi screditato), ovvero nell’essere scaricata comunque sia; perché ciò avvenga la pulsione deve trovare esternamente all’organismo un oggetto su cui scaricarsi, ma per fare ciò l’Es (che non ha contatti con il mondo esterno) deve affidarsi alla mediazione dell’Io, che sull’altro fronte deve vedersela col Super-Io, ecc.
La concezione di desiderio inconscio /componenti motivazionali non consce ha esercitato un effetto duraturo sulla psicologia della motivazione.
Pulsioni 2 – Hull
Ovvero come partire dal comportamentismo per arrivare eroicamente da un’altra parte:
Tendenza comportamentale = pulsione x abitudine x incentivo.
Dove la pulsione (drive) è una spinta interna all’azione, generica e aspecifica, che può generare una determinata tendenza comportamentale solo combinandosi con l’abitudine (habit - specifica e frutto dell’apprendimento) e con l’incentivo (valore di ricompensa dell’oggetto-meta → entra quindi in campo anche la seconda prospettiva, relativa all’attrazione da fonte esterna, il che per Hull implica salti teorici mortali per fare i conti con una variabile mentale, cioè l’aspettativa – “variabile interveniente”.
Psicologia della motivazione – Cap. 3 – Motivazione come risultato delle interrelazioni persona-ambiente
I precursori, anni ’30 e ’40
Lewin
C = f(P,A)
La persona.
- Lewin rappresenta (modellizza) gli stati interni della persona come una superficie delimitata, a contatto con l’ambiente (A) attraverso una zona di confine sensomotoria (M), e al suo interno composta da molteplici regioni, o sistemi, ciascuna delle quali rappresenta una meta d’azione per l’individuo, distinguibili in periferiche (P) e centrali (C).
- Ognuna di queste regioni è sotto una determinata tensione, che dipende dall’attivazione di bisogni da parte di fattori situazionali – distinzione (non approfondita e non fondamentale ai fini della teoria complessiva) tra bisogni autentici propri delle regioni centrali, e quasi-bisogni, propri di quelle periferiche, connessi ai bisogni autentici.
- I confini fra le regioni sono parzialmente permeabili, e all’interno del sistema esiste una globale tendenza al riequilibrio delle tensioni: per un certo verso quindi il riequilibrio può avvenire internamente, ma (ancora modello idraulico) un’effettiva riduzione di tensione può avvenire solo attraverso la zona di confine sensomotoria → la persona fa cose che conducono al raggiungimento della meta e quindi al soddisfacimento del bisogno.
- Se la situazione crea una tensione durevole in una regione senza che vi sia la possibilità di raggiungere una meta attraverso l’azione, in ragione del riequilibrio interno delle tensioni è il sistema globale della persona che finisce per entrare in tensione: così Lewin spiega la tendenza a completare il compito interrotto (studio di Ovsiankina) e il “collasso” dell’intero sistema-persona nel momento in cui l’azione è impossibile e la tensione coinvolge regioni sempre più interne (esperimento di Tamara Dembo) + aneddoto su cameriere e conto al ristorante.
Murray
Bisogni, pressioni, temi.
- Murray elabora la distinzione tra bisogni primari innati (fame, sete...) e bisogni secondari “superiori” (riuscita, affiliazione, autonomia...) acquisiti nel corso dello sviluppo individuale tramite esperienze di apprendimento in ambienti concreti, caratterizzati cioè da specifiche strutture fisiche, sociali e culturali.
- Concettualizza che ai bisogni della persona facciano riscontro pressioni provenienti dall’ambiente, cioè aspetti della situazione ambientale che rappresentano un allettamento o una minaccia specifica nei confronti di quel bisogno.
- Suddivide le pressioni in alfa (caratteristiche situazionali oggettive) e beta (caratteristiche della situazione così come percepite dalla persona in base ai suoi bisogni – analogia con il concetto lewiniano di ambiente o spazio di vita).
- Infine concettualizza l’incontro di bisogni e pressioni come temi di interrelazione persona-ambiente.
- Quindi, partendo dai temi, è possibile comprendere e classificare i bisogni.
- Elabora a questo fine il TAT: test proiettivo (immagini ambigue) nella cui percezione si suppone che il soggetto proietti i temi che gli sono propri, permettendo da questi di risalire a bisogni e pressioni.
L’interrelazione persona-ambiente
- Per Lewin l’ambiente non è un dato oggettivo ma soggettivo, cioè è costituito da ciò che nel momento è psicologicamente rilevante per la persona e quindi da essa effettivamente percepito (esperienza di guerra).
- Concettualizza l’ambiente come spazio di vita della persona, articolato in diverse regioni-meta: ciascuna rappresenta una possibilità di azione e può essere valutata dalla persona in termini positivi o negativi in funzione sia dei suoi bisogni intrinseci (i sistemi di tensione visti sopra), sia delle qualità proprie dell’oggetto-meta: ciascuna regione-meta ha quindi per la persona una valenza, o valore di incentivo, che può essere di segno positivo o negativo e assumere diversi gradi d’intensità.
- A partire dalle mete alcune forze, raffigurate come vettori, agiscono sulla persona, attirandola o respingendola: i campi d’azione così disposti rappresentano le vie lungo le quali si può raggiungere una regione-meta a valenza positiva o sfuggirne una a valenza negativa.
- In base a questi assunti, Lewin sviluppa una tipologia del conflitto, distinguendo tra:
- Conflitto appetitivo: la persona si trova tra due regioni-meta a valenza positiva uguale; mano a mano che si avvicina psicologicamente a una meta la forza d’attrazione di questa aumenta, mentre diminuisce la forza della meta concorrente: teoricamente questo risolverebbe il dilemma, in realtà è raro che le due regioni-meta abbiano unicamente valenza positiva e quindi l’equilibrio è instabile (vedi sotto duplice conflitto appetitivo-avversivo).
- Conflitto avversivo: la persona si trova tra due regioni a valenza negativa e non può allontanarsi (esistenza di barriere); in teoria può uscire dal conflitto solo dirigendosi verso una delle due mete, empiricamente è stato invece dimostrato che la situazione determina inattività, in quanto non esistono barriere assolute, è sempre possibile una fuga mentale.
- Conflitto appetitivo-avversivo: una stessa regione-meta ha valenza sia positiva che negativa; situazione di tentennamento perché da lontano domina un gradiente di avvicinamento che impedisce che la meta venga abbandonata, da vicino domina un gradiente di evitamento che impedisce che essa venga realizzata.
- Duplice conflitto appetitivo-avversivo (elaborazione successiva di Miller): due regioni-meta, ciascuna delle quali ha duplice valenza per effetto dell’azione combinata di gradienti e distanza; la situazione produce un tipico movimento oscillatorio della persona tra le due mete (indecisione cronica!).
Psicologia della motivazione – Cap. 4 – Motivazione alla riuscita
Mc Clelland e Atkinson – anni ’50 - fondatori della psicologia motivazionale classica
- Da Lewin: comportamento come risultato delle “interrelazioni persona-ambiente”.
- Da Murray: possibilità di costituire classi generali di interrelazione persona-ambiente.
- Motivazione alla riuscita = unità funzionale formata dal confronto con degli standard di valore da raggiungere o superare e dai sentimenti di felicità e orgoglio connessi alla riuscita.
- Precursore di questo tipo di motivazione è il “voler fare da sé” del bambino piccolo che si misura con compiti la cui riuscita è probabile ma non certa, trovando così il miglior modo per esercitare le sue abilità (il bambino contribuisce da solo al proprio sviluppo).
- Motivo alla riuscita = costante specificamente individuale in base alla quale le persone si differenziano, e che come una sorta di “occhiale speciale” influenza il modo con cui percepiscono e valutano le situazioni in cui si trovano ad agire: ovvero, in una data situazione, un individuo con forte motivo alla riuscita rispetto a un altro con debole motivo tenderà ad individuare molte più occasioni per confrontarsi con uno standard di valore, ovvero mettere alla prova e perfezionare le proprie abilità, e ad avvertire queste opportunità come più stimolanti e importanti; queste opportunità costituiscono un incentivo al suo motivo di riuscita.
- La forza del motivo viene fatta dipendere dalle prime esperienze fatte dal bambino in quella classe di situazioni, in particolare dal
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