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Appunti economia e direzione delle imprese

Prof. G. Büchi e prof.ssa M. Cugno, a.a. 2020-2021

16 febbraio 2021

Introduzione

Alcuni temi rilevanti relativi alla natura dell’impresa

La natura dell’impresa

L’aspetto storico non va visto come qualcosa di antico e solo culturale ma ci da una visione dinamica della realtà, delle linee evolutive che hanno un passato, e ci aiuta a comprendere il futuro. Ci sono aspetti che possono, a seconda delle evoluzioni tecnologiche, culturali ed economiche andare in un senso piuttosto che in un altro, e ripetersi (ciò che è successo in passato non necessariamente è vecchio e obsoleto, ma potrebbe riproporsi in futuro).

La natura dell’impresa risiede nelle caratteristiche delle competenze imprenditoriali, che costituiscono una risorsa unica, per la quale non esiste un mercato. La figura teorica dell’imprenditore puro non può essere soddisfacente per definire l’economia moderna, in quanto in grado di regolare ogni rapporto attraverso il mercato, regolando di volta in volta i rapporti commerciali a monte e a valle ecc., senza cioè la necessità di definire un perimetro (l’impresa) all’interno del quale esistono una serie di rapporti strutturati gerarchicamente e regolati da un specifica organizzazione.

L’imprenditore puro è storicamente esistito, prima della rivoluzione industriale, nel settore tessile (primo settore a diventare soggetto della rivoluzione industriale) e, con l’evoluzione tecnologica, potrebbe anche presentarsi in chiave moderna. L’imprenditore puro si evolve dalla figura del mercante che affittava i mezzi di produzione, affittava mezzi/investimenti fissi in outsourcing presso privati (telai a domicilio) e poi rivendeva.

L’evoluzione dell’impresa moderna, a partire dalla prima rivoluzione industriale, è andata in senso diverso, cioè ha costruito intorno all’imprenditore un perimetro all’interno del quale non vale il discorso del mercato ma vale un discorso gerarchico. I processi di insourcing e outsourcing possono essere reversibili. L’impresa moderna internalizza rischio e l’incertezza che solo le competenze imprenditoriali sono in grado di affrontare (versus l’informazione perfetta), non esiste un mercato su cui quella particolare e preziosa risorsa che è la competenza imprenditoriale possa essere scambiata. Il fatto di allargare il perimetro significa, in linea di massima, aumentare gli investimenti e aumentare i costi fissi e ridurre i costi variabili. Quest’idea è all’origine di una serie di sviluppi...

Il ruolo dell’imprenditore come innovatore, che non si limita a scambiare sul mercato ma introduce nuovi prodotti, sfrutta le innovazioni tecnologiche, apre nuovi mercati, cambia le modalità organizzative della produzione. Tutto questo fa parte del ruolo dell’imprenditore.

Le competenze imprenditoriali devono essere in grado di rinnovarsi continuamente, avere quindi una visione dinamica, per mantenere il rendimento del capitale a livello di impresa al di sopra del costo del capitale comprensivo del rischio tipico del settore.

Tecnicamente la misurazione degli effetti di queste teorie si risolve nel calcolo della creazione di valore rispetto al costo del capitale.

Il rinnovo delle competenze imprenditoriali è necessario per mantenere il livello del capitale al di sopra del costo del capitale, che tenga conto del rischio tipico del settore.

Calcolo della creazione di valore

Quindi, dal punto di vista quantitativo, si definisce la creazione di valore nel breve periodo, ossia riferita a un anno, come:

Capitale investito operativo netto [ROI (1 − t) − WACC]

Quindi, gli assets di stato patrimoniale al netto delle passività operative, moltiplicate per il rendimento del capitale investito operativo netto, moltiplicato tenendo conto della tassazione, meno il costo medio ponderato del capitale → WACC (weighted average cost of capital, costo medio ponderato del capitale; costo del capitale proprio e del debito moltiplicati per i relativi pesi).

La creazione di valore in un determinato anno si può ricavare con questa formula. Se si vuole avere una sommatoria della creazione di valore future, bisogna effettuare una proiezione di flussi → strettamente connessa alla valutazione dell’impresa, si dà per scontato che il suo valore dipenda dal capitale netto attuale e la proiezione dei flussi futuri.

Capitale investito operativo netto = assets lordi - passività operative

La gestione operativa crea essa stessa delle passività, con cui finanziamo parte delle attività. Il debito ha un suo costo che può essere detratto dalle imposte. È un costo che va a ridurre l’utile e, in parte, le imposte da pagare.

19 febbraio 2021

Nel lungo periodo si può dimostrare l’identità di questa formula con il calcolo derivante dalla proiezione e attualizzazione dei flussi finanziari messi a confronto con l’investimento iniziale. Un’approssimazione di larga massima di questi flussi può essere costituita dal concetto di EBITDA (earnings before interest, taxes, depreciation, and amortization), cioè l’utile prima del calcolo degli interessi, normalmente passivi, tasse, ecc.

Di fatto si tratta di una proiezione di costi e ricavi operativi che hanno delle manifestazioni di cassa nell’anno. Se vogliamo avere un’idea di creazione di valore nel lungo termine dobbiamo fare delle previsioni, costruire dei flussi futuri (EBITDA come punto di partenza di costruzione). EBIT = reddito operativo

Esempio

Supponiamo di avere: 60% capitale proprio e 40% capitale debito. Avremo dei costi dati dalle percentuali di tasso di interesse del capitale di debito, che derivano dal tasso nominale dell'indebitamento bancario (consideriamo un debito netto di imposta) → supponiamo 7%. Quelli del capitale proprio normalmente sono maggiori, perché è di rischio → supponiamo 20%.

  • Costo capitale debito = 0.07
  • Costo capitale proprio = 0.2
  • Peso capitale proprio = 0.6
  • Peso capitale debito = 0.4
  • ? = WACC

WACC = tasso capitale debito * peso capitale debito + tasso capitale proprio * peso capitale proprio → costo capitale debito * peso cap. debito + costo capitale proprio * capitale proprio

WACC = 0.07 * 0.4 + 0.2 * 0.6 = 0.148 → 14.8%

ROI, sarà una certa percentuale, supponiamo 35%. (1-t), se la tassazione è, supponiamo, del 24% quindi → 1 - 0.24 = 76% → 0.76 ROI * (1-t) sarebbe il rendimento dell’azienda se si finanziasse solo con il capitale proprio.

Creazione di valore unitario: [ROI * (1-t) - WACC] = 0.35 * (0.76) - 0.148 = 0.118 → 11.8%

Creazione di valore assoluto: capitale investito operativo * creazione di valore unitario. per esempio: 1 milione * 11.8% = 118 mila

Il concetto di creazione di valore

Quanto detto finora deve tenere conto del ciclo di vita naturale dei singoli business, lungo il quale il rendimento del capitale ha delle variazioni fisiologiche, come vedremo. La creazione di valore a sua volta richiama il concetto di vantaggio competitivo, ovvero di quella condizione necessaria per mantenere il rendimento maggiore del costo del capitale investito (mantenere la creazione di valore positiva). Il vantaggio competitivo si misura con la capacità di produrre valore.

Da qui derivano tutte le teorie che si occupano della natura del vantaggio competitivo e delle condizioni necessarie per crearlo e mantenerlo. Essenzialmente due filoni di contributi:

  • Vantaggio competitivo e risorse;
  • Vantaggio competitivo e ambiente competitivo.

Vantaggio competitivo e risorse

Il primo filone lega il vantaggio competitivo al tema delle risorse che, a sua volta, è legato in modo sempre più indissolubile a quello della conoscenza e dell’innovazione e alle modalità di produrle, di proteggerle e di conservarle. Sistematica della natura delle risorse stesse ed in particolare alla suddivisione tra:

  • Le risorse classificabili e inseribili nello stato patrimoniale (materiali, immateriali, finanziarie);
  • Le risorse per cui esiste un regime di appropriabilità molto più debole, legato a fattori molto diversificati e mutevoli nel tempo, come ad esempio il capitale umano (non classificabile in bilancio), la fiducia degli stakeholder, le competenze, le capacità organizzative e le routine intrinseche all’impresa, che la mettono in grado sia di affrontare la gestione ordinaria sia di adattarsi all’ambiente.

23 febbraio 2021

L’importanza di qualsiasi tipo di risorsa ai fini del vantaggio competitivo dipende ovviamente dal suo valore e dalla sua scarsità. Quest’ultima può essere di natura ricardiana o, sempre più spesso nell’economia contemporanea, di natura schumpeteriana, ovvero frutto di innovazione e di carattere temporaneo.

Se parliamo di risorse emerge il concetto di scarsità, inserita nel concetto di valore. Quanto più le risorse sono scarse tanto più hanno valore, se sono pertinenti con il business di cui ci si occupa. La scarsità di natura ricardiana: scarsità vista come qualcosa che ha un’offerta rigida - risorse naturali, microstrutture fisse (es. spiagge, petroliere, autostrade) → concetto tradizionale, maggiore stabilità nel tempo perché legata a effetti fisici. Fissa: risorsa tangibile che ho in stato patrimoniale (autostrada di mia proprietà).

La scarsità di natura schumpeteriana: le imprese moderne sono in grado di creare delle risorse tramite l’innovazione, può essere copiata dai concorrenti, diventare obsoleta → impalpabile, non appropriabile, sono di carattere temporaneo.

Vantaggio competitivo e ambiente competitivo

Il secondo filone di contributi sull’origine del vantaggio competitivo è quello che fa capo a Porter, che lo lega alla capacità strategica dell’impresa di agire sui costi, attraverso economie di scala, di scopo o di posizionamento sul mercato dei fattori produttivi, o sui ricavi, attraverso strategie di differenziazione sul mercato dei prodotti. Sia le strategie di costo sia le strategie di differenziazione presuppongono una sistematica del mercato e una conseguente concentrazione (focusing) su alcuni sottoinsiemi a cui applicare diverse strategie.

Con la stessa logica (ragionamento cartesiano = classificare le cose in sottocategorie), Porter suggerisce una sistematica delle attività della catena del valore, a ognuna delle quali possono applicarsi le strategie di costo o differenziazione (Porter suggerisce una categorizzazione).

Le attività primarie (logistica in entrata, produzione, logistica in uscita, marketing) e le secondarie (infrastrutture, risorse umane e R&D). Alcune di queste sono legate ai costi, altre ai ricavi, con la possibilità o meno di differenziare il prodotto.

Le cinque forze di Porter

Per la formulazione delle strategie, Porter suggerisce di analizzare l’ambiente competitivo sistematizzandolo in cinque punti, le cosiddette cinque forze o diamante di Porter. Su ognuno degli ambienti competitivi su cui l’azienda si affaccia dobbiamo prendere in considerazione diversi elementi per mantenere la posizione di vantaggio.

Nella visione sistemica dell’impresa costituiscono i cosiddetti stakeholder esterni primari:

  • I concorrenti diretti;
  • I fornitori;
  • I clienti;
  • I potenziali entranti → possibilità di influenzare le strategie di chi è già presente sul mercato;
  • I produttori di beni sostitutivi.

Regime competitivo e barriere all’ingresso (tramite i potenziali entranti) sono quindi parte integrante della formulazione delle strategie. Situazione di oligopolio: se i potenziali entranti sono forti, la condizione di permanenza sul mercato è che il prezzo si avvicini al costo variabile (abbassamento dei prezzi) → il prezzo limite è il valore del costo variabile, posto che l’impresa sia in grado di calcolarlo con la sua contabilità analitica. Chi ha grandi investimenti fissi ha anche grandi rischi.

Impresa e settore

Da un lato le teorie sulla dipendenza settoriale tendono a mettere l’accento sull’idea che forme di mercato e risultati dipendono dal settore di appartenenza (o da suoi sottoinsiemi dove si trovano imprese che condividono le stesse strategie, detti raggruppamenti strategici) dell’impresa più che da scelte aziendali. In un determinato settore le aziende condividono lo stesso ambiente strategico e competitivo. In questa ottica l’analisi teorica e empirica dà grande importanza alle barriere all’entrata e ai costi necessari per superarle.

L’analisi di Porter può essere vista come una proposta di sistematizzazione di variabili con cui l’impresa può condurre una analisi comparativa fra settori dello scenario competitivo, mettendo a confronto i punti di forza (Strengths) e di debolezza (Weaknesses) dell’impresa, con le minacce (Threats) e le opportunità (Opportunities) di diversi settori (SWOT analysis → relativo a un determinato settore).

All’estremo opposto, si trova un corpus teorico le cui argomentazioni sono favorite anche dal fatto che globalizzazione e rapidi cambiamenti tecnologici rendono labili i confini settoriali → rendere più relativo il concetto di settore. Queste teorie enfatizzano invece l’idea che siano le strategie delle imprese, la visible hand dei manager a modellare i settori. Questa dicotomia ha alimentato un dibattito dottrinale sulla maggiore o minore rilevanza dell’analisi dell’impresa in un'ottica settoriale (i problemi gestionali dipendono dal settore) rispetto alla prospettiva funzionale e dei processi (i problemi gestionali sono generali e indipendenti dal settore di appartenenza).

Le teorie sistemiche

L’impresa vista come un sistema. Le teorie sistemiche possono essere viste come un superamento delle due posizioni opposte di cui al punto appena discusso. L’impresa viene vista, in modo prevalentemente descrittivo, come un insieme interrelato (in cui operano) di portatori di interesse (stakeholders) sia interni (la proprietà - shareholders -, il management, i dipendenti) sia esterni primari (sinteticamente identificabili negli attori corrispondenti al diamante di Porter - coloro che fanno parte dell’ambiente competitivo) sia esterni secondari.

Gli stakeholder secondari comprendono una serie di attori che vanno dal settore pubblico (tassazione, infrastrutture, politiche industriali), agli intermediari finanziari, al sistema sociale (sensibilità consumatori, ambiente, cultura ecc). È interessante notare che ancora Porter propone una sistematica (criteri di classificazione) di questa terza categoria di stakeholder, che è molto utilizzata nelle classifiche internazionali sulla competitività dei sistemi economici a livello nazionale o regionale (concetto di dato standardizzato).

Indicatori internazionali della competitività

La competitività dei paesi viene classificata a livello internazionale facendo riferimento a dei punteggi. Gli indicatori internazionali della competitività analizzano 4 macro gruppi di indicatori, suddivisi a loro volta in ulteriori sottogruppi: Ognuno di questi sottogruppi è formato da una serie di indicatori. In tutti i paesi vengono raccolti dati in riferimento a ogni singolo valore (crescita PIL, tasso di inflazione, bilancio commerciale, bilancio di investimenti, occupazione, prezzi, deficit e debito pubblico, educazione, ecc..).

Ogni valore finale va poi successivamente standardizzato e pesato perché le categorie di partenza sono tra loro molto eterogenee. Esempio di dati standardizzati: I dati standardizzati, se la distribuzione è normale, variano da un massimo di +3 a un minimo di -3. Se la distribuzione non è normale circa l’80/90% di quei dati è compreso tra quei dati. Possiamo prendere i dati di tutti i paesi e mettermi in fila (es. +3, i primi, -3 gli ultimi). Il ranking porta a dare un valore 100 al primo in classifica, sul dato standardizzato, e via via fino all’ultimo.

Se sommiamo i ranking per ogni settore, implicitamente da lo stesso peso ad ogni indicatore → noi, avuti i ranking, possiamo dare dei pesi diversi agli indicatori (es. economici > PA, infrastruttura/sanità valgono di più). Un esempio potrebbe essere la valutazione dell'età lavorativa: un conto è la sua valutazione in termini assoluti (lavoro mediamente 40 anni), un altro è la sua valutazione in termini relativi (lavoro 40 anni con un'aspettativa di vita di 70 piuttosto che di 80).

La competitività non è legata solo ai bassi costi ma anche a un ambiente competitivo, che è fatto di tanti elementi.

All’interno dell’impresa: alcuni grandi temi relativi ai processi decisionali

Due grandi temi relativi ai processi decisionali:

  • La visione darwiniana dell’impresa;
  • La separazione fra proprietà e controllo.

La visione darwiniana dell’impresa

Secondo il concetto di razionalità limitata all’interno dell’impresa operano diversi soggetti, in condizioni di incertezza e soggettività, con una molteplicità di obiettivi e con informazioni troppo scarse per impostare meccanismi di decisione orientati al concetto di massimizzazione vincolata (asimmetria informativa tra stakeholders). Si ha quindi un assestamento interattivo su valori di variabili ritenuti soddisfacenti dai vari attori. Le procedure del moderno controllo di gestione sono basate, più o meno consapevolmente, su questi concetti.

Se portiamo questa visione nel lungo periodo, possiamo concludere con un certo scetticismo circa la capacità della grande impresa burocratica di effettuare razionalmente scelte di lungo periodo. Il comportamento dell’impresa viene ricondotto, con echi darwiniani, a una sequenza di scelte e di procedure di breve periodo che si adattano a stimoli esterni. Poiché siamo in una situazione di asimmetria informativa, le piccole organizzazioni...

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/08 Economia e gestione delle imprese

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alessiapiardi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia e direzione delle imprese e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Cugno Monica.
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