Concetti Chiave
- Il romanzo "Il sergente nella neve" di Mario Rigoni Stern racconta il dramma della ritirata dell'esercito italiano in Russia durante la Seconda Guerra Mondiale, mettendo in luce il sacrificio dei soldati.
- La campagna in Russia ha visto l'ARMIR, con un numero esiguo di uomini e mezzi, affrontare una serie di sconfitte a causa dell'impreparazione e delle condizioni climatiche estreme.
- La ritirata dell'ARMIR è stata disastrosa, con centomila uomini persi e molti dichiarati dispersi, senza speranza di rimpatrio per le loro salme.
- Il libro di Rigoni Stern è descritto come crudo e umano, focalizzandosi sulle esperienze e i caratteri dei soldati piuttosto che su eventi sensazionalistici.
- Le condizioni climatiche affrontate dai soldati italiani includevano temperature estreme di quaranta gradi sottozero e un equipaggiamento inadeguato, aggravando la loro situazione al fronte.
SERGENTMAGIU’, GHE RIEREM A BAITA?: IL DRAMMA DELLA RITIRATA
Il dramma della ritirata
Mario Rigoni Stern è autore nel 1953 del romanzo autobiografico Il sergente nella neve. “Sergente maggiore, ci arriveremo a casa?” [14]. Ventidue anni e trovarsi, per un dispetto del destino, ad essere responsabile della vita di tante altre persone, di tanti altri ragazzi che come lui vogliono tornare "a baita". Sessantamila soldati italiani, quasi tutti alpini, dimenticati lassù al fronte, lontani migliaia e migliaia di chilometri dalle loro case e dai loro affetti. Storia tragica e vera di una ritirata disastrosa, della fine di una campagna senza gloria. Raccontano i libri di storia che il contributo strategico dei nostri alpini alla campagna fu insignificante; non si può dire lo stesso del sacrificio di sangue. Giovani speranze italiane mandate a morire nella neve di Russia nell'inverno del 1943. Il Sergente Maggiore Mario Rigoni Stern, classe 1921, era uno di loro, uno dei pochi che ce l'ha fatta a tornare a casa. Riuscito a salvarsi dai ghiacci di Russia, si è ritrovato per due anni in un campo di concentramento tedesco. Durante il periodo di prigionia sono nate le pagine di questo libro. Un libro vero, crudo e umano al tempo stesso. Qui non ci sono colpi di scena, non ci sono immagini messe a bella posta per colpire ed impressionare il lettore, e nemmeno sconcertanti verità da rivelare. Ci sono solo uomini con i loro caratteri, con il coraggio e la fatica. Uomini sulla linea estrema del fronte, che mentre guardano le stelle, sanno di essere sotto lo stesso cielo che le loro famiglie, le loro fidanzate guardano dall'Italia: “Da che parte è l’Italia, Sergentmagiù?” [15].
La campagna in Russia
Dalla Seconda Guerra mondiale proviene il ritorno funesto o negato per eccellenza. Quando nel 1941 Hitler decide di invadere la Russia, Mussolini vuole partecipare all’impresa pur sapendo che l’esercito italiano è impreparato. Viene costituita l’ARMIR, Armata Italiana in Russia. Il contingente giunge in Russia nel luglio del 1942 e si schiera su un fronte di trecento chilometri lungo la riva destra del Don. Sulla riva sinistra del fiume i Russi disponevano di settecentomila uomini, contro i duecentotrentamila dell’ARMIR. Ha inizio una serie di scontri in cui l’addestramento e l’equipaggiamento dei soldati italiani rivelano tutta la loro inadeguatezza. Non ci sono né carri armati, né aerei, scarseggiano i cannoni, gli automezzi pesanti, il carburante. A partire dal mese di ottobre incomincia a nevicare e arriva il terribile inverno russo, quello che già aveva sconfitto Napoleone Bonaparte. A quaranta gradi sottozero i fucili in dotazione all’ARMIR si inceppano. I soldati indossano semplici maglie di lana e scarponi con suole di cartone, forniti all’esercito da speculatori senza scrupoli che si arricchiscono con i profitti di guerra. L’11 dicembre 1942 il generale russo Vatutin sferra l’attacco con una superiorità di uomini e di mezzi tale che in una sola settimana si contarono tra gli Italiani migliaia di morti. Sono costretti ad abbandonare gli autocarri e le artiglierie pesanti per ripiegare in una caotica fuga verso sud-ovest. Privi di una guida, senza ordini precisi, decine di migliaia di militari italiani cominciarono a vagare a piedi nella steppa. Quelli che non morirono assiderati o uccisi sul posto, vennero fatti prigionieri. Intanto sulla riva destra del Don resiste il corpo d’armata alpino al comando del generale Nasci; ma, dopo qualche giorno di disperata resistenza, il generale riceva l’ordine di ripiegare verso la città di Nikolajewka. Inizia così la ritirata degli ultimi reparti dell’ARMIR.
La ritirata dell'ARMIR
I soldati camminavano nel ghiaccio, con i reparti russi che continuamente attaccavano i fianchi dello schieramento. A Nikolajewka si consuma lo scontro decisivo. La ritirata prosegue per altri diciassette giorni, nel corso dei quali si combattono ventisei battaglie. L’ARMIR perde complessivamente centomila uomini. Molti di loro sono dichiarati dispersi: non si conoscono né il luogo, né la data della morte e la loro salma non è mai stata rimpatriata.
Domande da interrogazione
- Qual è il tema centrale del romanzo "Il sergente nella neve" di Mario Rigoni Stern?
- Quali erano le condizioni inadeguate dei soldati italiani durante la campagna in Russia?
- Che ruolo ha avuto il generale Vatutin nell'attacco contro l'ARMIR?
- Qual è stata la sorte dei soldati italiani durante la ritirata?
- Come viene descritto il libro di Rigoni Stern in termini di stile e contenuto?
Il romanzo racconta il dramma della ritirata dell'ARMIR durante la Seconda Guerra Mondiale, evidenziando il sacrificio di giovani soldati italiani, in particolare alpini, che cercavano di tornare a casa, affrontando condizioni estreme e una guerra ingiusta.
I soldati italiani erano mal equipaggiati, privi di carri armati e aerei, e indossavano abbigliamento inadeguato per affrontare il terribile inverno russo, con fucili che si inceppavano a temperature di quaranta gradi sottozero.
Il generale russo Vatutin ha lanciato un attacco decisivo l'11 dicembre 1942, sfruttando la sua superiorità numerica e di mezzi, causando migliaia di morti tra le fila italiane e costringendo i soldati a una ritirata caotica.
Durante la ritirata, l'ARMIR ha perso complessivamente centomila uomini, molti dei quali sono stati dichiarati dispersi, senza che le loro salme siano mai state rimpatriate, evidenziando la tragedia e l'orrore della guerra.
Il libro è descritto come vero, crudo e umano, privo di colpi di scena e immagini sensazionalistiche, focalizzandosi invece sulla vita e le esperienze di uomini comuni, il loro coraggio e la loro fatica nel contesto della guerra.