Concetti Chiave
- Nel 1924, il governo Mussolini era una coalizione di diverse forze politiche, nota come “listone” liberal-fascista, con una netta maggioranza fascista nel Parlamento.
- Giacomo Matteotti, il 30 maggio, denunciò pubblicamente le violenze fasciste, suscitando una reazione aggressiva da parte del governo.
- Il 10 giugno, Matteotti fu rapito da squadristi, segnando un punto di non ritorno nella repressione dell'opposizione politica.
- Nonostante le dimissioni di alcuni ministri e un'inchiesta annunciata, il re Vittorio Emanuele III rifiutò di sciogliere il governo fascista.
- La “secessione dell’Aventino” rappresentò una protesta parlamentare dell'opposizione, ma non portò a risultati significativi e culminò in una dura repressione delle opposizioni.
Il contesto politico del 1924
Nella primavera del 1924, il fascismo era arrivato al potere da circa un anno e mezzo e il governo Mussolini, formatosi a seguito delle elezioni, svoltesi all’inizio dello stesso anno, secondo la nuova legge elettorale, era costituito da una coalizione che vedeva insieme fascisti, liberali, ex-popolari, nazionalisti, democratico-sociali e militari, nota anche come “listone” liberal-fascista. Le opposizioni si erano presentate piuttosto divise ed erano provate dalle persecuzioni nei confronti dei propri esponenti più in vista. I risultati elettorali erano stati i seguenti: 65% per le liste fasciste e 35% le opposizioni, il che significava che il Parlamento era composto da 375 deputati fascisti su 560.
Il discorso di Matteotti
La camera riaprì il 30 maggio e in quell’occasione Giacomo Matteotti, appartenente alla corrente riformista e antifascista intransigente, pronunciò un discorso con cui denunciava le violenze e le irregolarità compiute dai fascisti. Secondo alcuni storici, il discorso del 30 maggio diede a Mussolini e ai fascisti la sensazione precisa di avere di fronte, in quella Camera, un'opposizione molto più combattiva di quella esistente nella Camera precedente e non disposta a subire passivamente illegalità e soprusi.
La reazione fascista e il rapimento
Il giorno successivo, la stampa fascista, sollecitato dal presidente del consiglio, accusò l’opposizione e Matteotti di avere fatto un intervento provocatorio. La reazione fascista arrivò al culmine dieci giorni dopo. Infatti, il 10 giugno, Matteotti, sul Lungotevere fu aggredito, rapito e fatto salire a forza su di una macchina da un gruppo di squadristi, collaboratori del Ministero degli Interni. Alcuni testimoni diffusero l’allarme e nei giorni successivi, per quanto il cadavere non fosse ritrovato, l’assassinio venne dato per certo.
Le dimissioni e l'inchiesta
Il 13 giugno, con un certo imbarazzo, Mussolini annunciò alla Camera l’apertura di un’inchiesta, mentre i gruppi dell’opposizione si accordarono per costituire un comitato; alcuni ministri presentarono le dimissioni, fra cui Giovanni Gentile, mentre altri, che risulteranno coinvolti nell’aggressione, presentano le dimissioni e si rendono irreperibili. Inoltre, il questore di Roma e il capo della polizia furono rimossi dal loro incarico. Pochi giorni dopo, a poco a poco si scoprirono coloro che si erano resi complici dell’accaduto.
Risultò allora chiaro il coinvolgimento del Governo, ma il re Vittorio Emanuele III rifiutò di sciogliere il Governo e di indire nuove elezioni. Come reazione, il Partito Comunista si ritirò dal comitato delle opposizioni. Il 24 giugno, Mussolini affermò chela maggioranza non poteva continuare a subire il ricatto di una minoranza e il giorno successivo le due Camere confermarono la fiducia al Governo.
La secessione dell'Aventino
Di fronte alla provocazione, alcuni deputati dell’opposizione dettero luogo alla cosiddetta “secessione dell’Aventino” che consisteva nell'astensione dai lavori parlamentari fino a che i responsabili del rapimento Matteotti non fossero stati individuati e processati: la protesta prese il nome del colle Aventino dove, secondo la storia romana, erano soliti ritirarsi i plebei nei periodi di conflitto con i patrizi. Tuttavia, la protesta non ebbe successo e il 9 novembre 1926 la Camera dei deputati deliberò la decadenza dei 123 deputati coinvolti. Nell’agosto dello stesso anno, sulla via Flaminia, fu ritrovato il corpo di Giacomo Matteotti, nell’opinione pubblica si ebbero delle agitazioni e provocarono un aumento delle repressioni di Mussolini nei confronti dell’opposizione.
Il discorso di Mussolini e il processo
Il 3 gennaio 1925, in un discorso alla Camera, Mussolini si assunse la responsabilità politica, morale e storica di quanto era successo facendo così un passo in avanti verso la soppressione del sistema parlamentare. Il processo agli assassinii Matteotti si svolse nell’aprile 1926 e fu chiarito dall’avvo0cato della difesa, fra l’altro segretario del PNF (= Partito Nazionale Fascista), che il processo non sarebbe stato fatto né al regime, né al partito, ma alle opposizioni. La sentenza ammise il fatto, ma escluse l’omicidio volontario, riconoscendo la complicità in omicidio preterintenzionale. In pratica, gli esecutori materiali furono rinviati a giudizio per omicidio non premeditato, mentre il sequestro di persona fu estinto dall’amnistia. Dei cinque imputati, tre furono condannati a 5 anni di pena con un condono di 4 sulla base di un decreto amministrativo di amnistia.
Domande da interrogazione
- Qual è stata la composizione del governo Mussolini nel 1924?
- Quale evento scatenò la reazione violenta del regime fascista?
- Come reagì Mussolini all'assassinio di Matteotti?
- Cosa comportò la secessione dell'Aventino?
- Qual è stata la conclusione del processo per l'omicidio di Matteotti?
Il governo Mussolini, formato dopo le elezioni del 1924, era una coalizione nota come “listone” liberal-fascista, composta da fascisti, liberali, ex-popolari, nazionalisti, democratico-sociali e militari.
Il discorso di Giacomo Matteotti del 30 maggio 1924, in cui denunciava le violenze fasciste, scatenò la reazione violenta del regime, culminando nel suo rapimento il 10 giugno da parte di squadristi.
Mussolini annunciò l'apertura di un'inchiesta il 13 giugno, ma non sciolse il governo nonostante il chiaro coinvolgimento di alcuni membri, mantenendo la fiducia del Parlamento.
La secessione dell'Aventino, attuata da alcuni deputati dell'opposizione, prevedeva l'astensione dai lavori parlamentari fino all'individuazione dei responsabili del rapimento di Matteotti, ma non portò a risultati concreti.
Il processo si concluse nel 1926 con una sentenza che riconobbe la complicità in omicidio preterintenzionale, ma escludendo l'omicidio volontario, e gli esecutori materiali furono condannati a pene ridotte grazie a un'amnistia.