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Concetti Chiave

  • Il XIII secolo ha visto un significativo progresso in Europa, caratterizzato dalla crescita della popolazione, dall'espansione dei confini nazionali e dalla coltivazione delle terre incolte.
  • La crisi del Trecento ha portato a un declino economico e sociale, aggravato da un raffreddamento climatico che ha compromesso le coltivazioni e causato carestie.
  • Le carestie e l'aumento dei prezzi hanno scatenato numerose rivolte contadine, spesso guidate da nobili decaduti o leader carismatici, contro le autorità politiche e religiose.
  • Le epidemie, come la peste, hanno avuto un impatto profondo sull'economia, causando un aumento iniziale dei prezzi seguito da un crollo della domanda e una rivalutazione dei salari.
  • Le tensioni sociali hanno portato a una netta divisione tra ricchi e poveri, con il ceto medio che scompare e una nuova nobiltà, il patriziato, che emerge durante le crisi economiche.

Progresso e crisi nel XIII secolo

Fino alla seconda metà del XIII secolo, la cristianità non ha fatto altro che progredire, sebbene sia stata spesso travagliata da avversità naturali e da conflitti religiosi e politici: la popolazione si è dunque moltiplicata, si sono allargati i confini delle nazioni e le zone incolte sono state coltivate.

Il progresso europeo è sia “interno” (è avvenuto il recupero delle terre incolte, sono stati fatti disboscamenti, bonifiche delle paludi, ecc.), sia “esterno” (in quegli anni è stata condotta una dura lotta contro i cosiddetti “barbari”, sia da parte dei cavalieri teutonici, che hanno convertito le popolazioni slave, sia da parte dei crociati, che hanno combattuto per la riconquista della Terrasanta).

Le arti hanno raggiunto il loro apice, soprattutto l’architettura, la cui manifestazione più evidente sono le grandi cattedrali gotiche.

Ma con l’avvento della crisi morale del Duecento, qualcosa cambia, e lo slancio sia creativo che economico che aveva caratterizzato questo periodo storico, conosce un brusco arresto.

In architettura, per esempio, molti cantieri cominciano a chiudere e molte cattedrali rimangono incompiute; ne verranno costruite altre, ma senza quell’entusiasmo tipico delle prime chiese gotiche.

Sul fronte esterno, invece, le frontiere regrediscono, ed anche i cavalieri teutonici, spintisi dalla Germania fino all’Europa orientale, cominciano ad incontrare una sempre maggiore ostilità da parte delle popolazioni slave. Molti campi vengono lasciati incolti, e in alcuni casi i morti cominciano a prevalere sulle nascite.

Declino economico e sociale

Il Trecento vedrà crisi in tutti i settori (agricola, economica, demografica, politica e sociale) e gravi epidemie decimare la popolazione.

Si potrà parlare di una ripresa solo a partire dal secolo successivo.

L’inizio della crisi si ha con un raffreddamento del clima, ed un precoce inverno. Gli autunni si fanno più piovosi, e gli inverni più rigidi; molte colture, praticate prima con profitto, devono essere abbandonate.

Nonostante non si disponesse all’epoca di strumenti adatti per misurare la temperatura, le cronache del tempo documentano un effettivo irrigidirsi del clima con una concordanza così alta di opinioni da ritenere la notizia certamente vera.

La Groenlandia, per esempio, si trasforma in una distesa di ghiaccio, e nell’alto Atlantico gli iceberg sono numerosissimi. Gli inglesi non coltivano più la vite e gli scandinavi abbandonano i cereali.

In Italia, l’Arno e il Tevere straripano a causa della piovosità.

Nonostante la cristianità medievale conosca molto bene le carestie e la fame, questa volta deve combattere contro una popolazione troppo numerosa per poter essere sfamata.

I tre secoli che precedono la crisi del Trecento vedono infatti una straordinaria crescita demografica: in questo lasso di tempo la popolazione è quasi raddoppiata, anche a causa delle innovazioni agricole e dell’aumento della superficie coltivabile che ne hanno permesso il sostentamento.

In seguito, però, l’acquisizione di nuovi terreni subisce un freno, e di conseguenza vengono interrotte le opere di disboscamento, anche perchè il legno è una materia prima troppo importante nella costruzione degli edifici o delle navi per poter essere distrutto insieme alle foreste.

Inoltre molti terreni creduti fertili si rivelano invece poco redditizi.

Questi problemi potrebbero essere risolti con il miglioramento delle tecniche agricole, ma i proprietari terrieri hanno sempre meno interesse ad investire nell’agricoltura, la borghesia preferisce dedicarsi ai commerci, mentre la nobiltà, abituata ad un elevato tenore di vita, assorbe con queste spese voluttuarie la maggior parte dei redditi.

Anche il clero attraversa un periodo di disgregazione dei beni immobiliari e terrieri.

La popolazione aumenta, ma coloro che lavorano la terra sono sempre meno: nobili e borghesi sono impegnati nella costruzione di grandi edifici ecclesiastici o nell’esercizio di attività che, dal punto di vista del sostentamento, risultano improduttive.

I contadini, tassati e sottoposti a contratti sempre più elevati, si impoveriscono insieme alla terra che risulta sfruttata eccessivamente.

Alla coltivazione subentra l’allevamento, e le leguminose, che impoveriscono il suolo, sono sostituite dai cereali.

Anche il disboscamento impoverisce il suolo e crea scompensi idrologici.

Tutti questi fattori, insieme all’irrigidirsi del clima, sono le cause delle gravi carestie di questo secolo.

Carestie e rivolte contadine

Se il XIII secolo ha conosciuto sei anni di raccolti carenti, l’inizio del Trecento conosce ben otto carestie. Il prezzo del grano quadruplica, e lo spettro della fame è ovunque.

L’aumento dei prezzi sono un vantaggio per gli speculatori, ma un disastro per i proprietari terrieri e i contadini. I possidenti, per risanare le loro perdite, pretendono affitti più alti del normale da parte dei loro affittuari. I mezzadri ed i semplici contadini, non riuscendo più a pagare nemmeno il prezzo originario ed oppressi dai debiti, si riducono alla stregua di braccianti o in proletari senza un legame stabile con la terra.

Sfruttati e trascurati, questi danno vita a numerose rivolte contro ogni forma di autorità, sia politica che ecclesiastica. Mendicanti e contadini si trovano a volte ad essere guidati nella lotta da nobili decaduti o cadetti in cerca di fortuna e prestigio.

Nonostante le rivolte fossero presenti anche nel Duecento, niente è paragonabile a quelle di questo secolo.

La prima grande rivolta scoppia nel 1323 nelle Fiandre, ad opera di alcuni piccoli proprietari terrieri che, esasperati dalla carestia, si rifiutano di pagare le tasse. Alla rivolta parteciperanno in un secondo momento anche gli artigiani delle città, e la nobiltà impiegherà cinque anni per porvi fine. I morti sono migliaia.

Trent’anni dopo, le rivolte hanno luogo anche in Francia, dopo un incidente avvenuto tra gli abitanti del posto e alcuni soldati della guerra dei cent’anni.

Capo delle rivolte, e rivoltoso crudele e violento, è il contadino Jacques Bonhomme (come venne soprannominato).

Anche Etienne Marcel, capo delle corporazioni mercantili di Parigi, fa leva sui contadini per costringere il re a sottomettere la sua autorità agli stati generali, ma senza successo. Infatti uno dei pretendenti, il re di Navarra Carlo II, stermina con l’esercito tutti gli jacques. Durante una rivolta del 1359, trova la morte lo stesso Marcel.

Questa non è tuttavia la fine dei tumulti, che ritroveremo soprattutto in Italia.

Epidemie e trasformazioni sociali

Insieme alla carestia, nel Trecento si diffonde in Europa anche una grave ondata di peste.

Le grandi epidemie influiscono sia sui prezzi sia sui salari, con fenomeni contrastanti: in un primo tempo un aumento del costo dei generi alimentari (a causa dello sconvolgimento, da parte della peste, dell’andamento dei lavori agricoli), ma poi il crollo demografico, che genera una diminuzione della richiesta dei prodotti, causa un abbassamento dei prezzi.

Per i prodotti di lusso il discorso è diverso: la morte della maggior parte della popolazione ha infatti migliorato la disponibilità economica dei sopravvissuti, che fra l’altro aumentano il consumo di carne. Rimanendo però invariata le disponibilità di questi generi, ma aumentando la domanda, aumentano di conseguenza anche i prezzi.

Per quanto riguarda i salari, gli operai e gli artigiani cominciano a richiedere paghe sempre più alte, anche perché la richiesta di manufatti è aumentata.

Con gli anni, la situazione si stabilizza e gli operai possono avere ore di lavoro più corte, cosa decisa anche da molti imprenditori per limitare le spese.

Tutte queste tensioni economiche provocheranno però molte rivolte successive.

Nelle campagne lo spopolamento causa invece la chiusura dei campi, l’abbandono dei villaggi, il ritorno delle paludi e delle foreste incolte.

L’allevamento prende il sopravvento sull’agricoltura (anche a causa della richiesta di carne da parte dei nobili).

Questo avvantaggia i contadini rimasti, che possono coltivare ampi terreni, i quali non conoscono più lo sfruttamento eccessivo.

Nell’Europa settentrionale molti contadini riescono a rendersi indipendenti dai signori feudali. Nell’Europa dell’est, invece, avviene il fenomeno opposto: la mancanza di manodopera induce ai baroni di imporre il lavoro dei campi obbligatorio per i contadini. E così, se in queste zone non era mai esistito prima un sistema feudale, cominciano ad esserci servi della gleba adesso, e la situazione resterà tale fino all’Ottocento.

In Italia, invece, i terreni, richiedendo troppe lavorazioni idriche, vengono abbandonati. Le paludi aumentano. E’ quello che accade soprattutto nel Mezzogiorno, dove i villaggi vengono costruiti sulle montagne per evitare le malattie portate dalla vicine paludi.

Nel nord, invece, riprende la colonizzazione e l’agricoltura della pianura padana.

Rivolte e tensioni sociali

Il Trecento è un secolo di trasformazioni, molte delle quali mettono in discussione anche le precedenti gerarchie.

Il ceto medio scompare, perché i piccoli artigiani non ce la fanno a superare la crisi. Mentre quelli più ricchi aumentano le loro ricchezze ed il popolo grasso viene ormai considerato membro della nobiltà contro cui aveva combattuto per anni.

La nuova nobiltà viene chiamata, usando il termine latino, patriziato. Le ricche famiglie prendono il potere, mentre i vecchi maestri delle corporazioni diventano operai a tutti gli effetti.

Questa forte distinzione fra ricchi e poveri, fra patrizi e plebei, è fonte di numerosissime tensioni sociali.

Soprattutto al nord lo sfruttamento dei nuovi imprenditori comincia a farsi sentire e a generare “esplosioni di massa”.

A Perugia gli artigiani delle arti minori si ribellano contro il predominio dei mercanti della lana, ma senza risultati; a Siena, nonostante i primi successi, la nobiltà ripristina la situazione, ed anche a Firenze i Ciompi, alleatisi con le arti minori, insorgono contro i mercanti della lana.

La loro lotta viene sostenuta da Gualtieri di Brienne, duca d’Atene, mandato da Roberto d’Angiò, re di Napoli, contro le signorie ghibelline, anche per i suoi interessi personali.

Nel 1342 gli viene conferita la signoria vitalizia dal popolo minuto, che però gli sarà tolta dalla nobiltà.

Nel 1378, approfittando della guerra degli Otto Santi che indebolisce il comune e della nomina a gonfaloniere di Silvestro de’ Medici, simpatizzante dei ceti popolari, i Ciompi insorgono in una rivolta. Le case dei ricchi mercanti vengono distrutte e viene impiccato il bargello, responsabile del mantenimento dell’ordine pubblico. Vengono riconosciute tre nuove arti (ciompi, farsettai e tintori), mentre il priorato sarà composto da otto rappresentanti di ogni corporazione e viene eletto gonfaloniere di giustizia il cardatore Michele di Lando. Le arti maggiori rispondono con la serrata: i laboratori vengono chiusi e i grandi mercanti smettono di importare dall’estero i panni grezzi di lana da far lavorare agli artigiani fiorentini.

Scoppia per questo una seconda rivolta dei Ciompi, onde cercare di imporsi sulle altre arti, ma nel 1382 il popolo grasso, aiutato da mercenari esterni, riprende il controllo della situazione.

Dopo il tumulto dei Ciompi ci saranno altre rivolte in Europa, come quella nella città fiamminga di Gand, dove solo l’intervento del re di Francia ripristinerà la normalità.

Due anni dopo si ribellano anche i contadini inglesi dell’Essex e del Kent, stufi delle leggi che limitano i loro salari. Ad ispirarli sono i sermoni del predicatore John Ball, a sua volta ispirato dalle teorie di John Wycliffe sull’uguaglianza sociale.

Anche in Inghilterra la lotta viene stroncata dalle classi nobiliari.

Il popolo in rivolta non è comunque unito, perché rimane sempre evidente la differenza tra cittadini e campagnoli.

Innovazioni mercantili e adattamenti

I mercanti e gli imprenditori superano la crisi applicando innovazioni e adattandosi: Venezia, che si vede bloccata la via per le Indie, risolve per esempio il problema passando per la Siria (monopolio per l’oriente da allora) e inoltre introduce nuovi prodotti molto richiesti: vino di Creta, zucchero di Cipro e cotone; Genova, che aveva subito molte perdite nella battaglia di Crimea, esporta nei paesi atlantici i prodotti mediterranei. Le loro navi si recano spesso a Siviglia e a Lisbona per essere perfezionate.

Gli imprenditori accrescono la fabbricazione dei prodotti di lusso, come gli arazzi di Arras e la seta: i drappi fatti nel quattrocento si conteranno a migliaia.

Grande importanza ha in questo periodo anche l’utilizzo della lettera di cambio: un mercante compra qualcosa e chiede ad un banchiere di pagare un negoziante con la moneta locale. Questo porta due vantaggi: niente pericolo di trasporto dei valori, e si aggirano i divieti della Chiesa relativi al prestito a interesse. Il banchiere calcola la valuta con un piccolo tasso d’interesse che costituisce il suo proprio guadagno. La Chiesa di Roma viene ormai messa in un secondo piano per ciò che concerne le questioni economiche.

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Domande da interrogazione

  1. Quali sono i principali fattori che hanno contribuito al progresso della cristianità fino alla seconda metà del XIII secolo?
  2. Fino alla seconda metà del XIII secolo, la cristianità ha conosciuto un notevole progresso grazie alla crescita demografica, all'espansione dei confini nazionali e alla coltivazione di terre incolte, nonostante le avversità naturali e i conflitti religiosi e politici.

  3. Come ha influito la crisi morale del Duecento sull'architettura e sull'economia?
  4. Con l'avvento della crisi morale del Duecento, molti cantieri architettonici si sono chiusi e le cattedrali gotiche sono rimaste incompiute, mentre l'economia ha subito un brusco arresto, con un regresso delle frontiere e un aumento dell'ostilità verso i cavalieri teutonici.

  5. Quali sono le conseguenze delle carestie e delle epidemie nel Trecento?
  6. Nel Trecento, le carestie e le epidemie hanno portato a un aumento dei prezzi dei generi alimentari e a un crollo demografico, causando tensioni sociali e numerose rivolte da parte di contadini e lavoratori oppressi.

  7. In che modo le tensioni sociali hanno influenzato la struttura sociale del Trecento?
  8. Le tensioni sociali del Trecento hanno portato alla scomparsa del ceto medio e all'emergere di una nuova nobiltà, il patriziato, creando un forte divario tra ricchi e poveri e generando numerose insurrezioni contro le autorità.

  9. Quali innovazioni mercantili hanno aiutato i mercanti a superare la crisi del Trecento?
  10. I mercanti hanno superato la crisi introducendo innovazioni come il passaggio delle rotte commerciali attraverso la Siria e l'uso della lettera di cambio, che ha facilitato le transazioni e aggirato i divieti ecclesiastici sul prestito a interesse.

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