Corso di storia della medicina
Preistoria ed Egizi
Il corso di “Storia della medicina” inizia con una famosa citazione di Ippocrate (medico greco che visse nel V sec. a.C) → “Il medico deve sapere ciò che conoscevano i suoi predecessori, se non vuole ingannare sia se stesso sia gli altri”.
Le ragioni che stanno alla base di questa citazione possono essere le seguenti:
- Il progresso della conoscenza passa per una successiva capacità di trovare ragioni causali più chiare e distinte;
- Quando ciò avviene, il fenomeno si accompagna allo sviluppo di tecnologie con nuovi approcci terapeutici e una nuova organizzazione della sanità pubblica.
La ragione di oggi mostra come tutto ciò sia lineare e come ogni casella causale della catena sembri collocarsi nel suo giusto punto; in realtà si tratta di un cambiamento progressivo che avviene in maniera discontinua, ma sempre confrontandosi con la cultura precedente. Grandi intuizioni sono state dimenticate e poi riscoperte molti anni dopo e tanti sono stati gli errori commessi nel passato; alla fine del ‘900 la fede nel progresso aveva pensato con troppa facilità di avere eliminato le patologie infettive. Ma oggi?
Oggi abbiamo le pandemie influenzali, nuove malattie, come l’AIDS e i virus emorragici, il ripresentarsi di vecchie malattie, come la TBC. D’altro canto molte strategie ideate nel passato sono utili ancora oggi, nonostante siano state ideate senza conoscerne le basi biologiche, come ad esempio la pratica dell’esercizio fisico nella medicina greco-romana e la quarantena e la periferizzazione dei cimiteri, pratiche introdotte all’epoca della Peste Nera del 1348.
Paleopatologia e storia della medicina
Iniziamo a distinguere due termini:
Paleopatologia → studia le malattie del passato direttamente attraverso l’analisi dei corpi umani scheletrizzati o mummificati (dati diretti). Presenta:
- Interesse antropologico: dalle caratteristiche delle malattie è possibile risalire indirettamente alle abitudini e allo stile di vita delle popolazioni nel passato;
- Interesse medico: capire l’origine delle malattie.
Storia della medicina → studia le malattie del passato basandosi esclusivamente sulle fonti storico-letterarie (dati indiretti).
La paleopatologia per raggiungere i suoi scopi ha messo a punto delle nuove tecnologie:
- Immunoistochimica: uso di anticorpi nello studio dei tessuti molli antichi;
- Miglioramento delle tecniche radiologiche: ad esempio la TAC ha permesso lo studio dei resti con metodi meno invasivi;
- Uso di elementi in traccia e degli isotopi (Carbonio e Azoto): ha permesso studi di datazione;
- Studio del DNA antico: ha creato due nuove discipline:
- Paleogenetica
- Paleomicrobiologia → studio del genoma dei microrganismi nelle malattie antiche e passate.
La preistoria
Perché studiare le malattie dei nostri antenati? Perché ciò trova una serie di applicazioni scientifiche come:
- Capire come e perché sono comparse le malattie;
- Prevenire la comparsa di nuove malattie o bloccarne l’espansione;
- Gettare le basi per studi di antropologia;
- Capire la nostra evoluzione.
Recenti scoperte mostrano che l’idea di un’evoluzione lineare dell’uomo è sbagliata, e che fino a tempi recenti numerose specie hanno convissuto negli stessi luoghi. L’evoluzione, si sa, può procedere attraverso diverse strade, a volte semplici e lineari ed altre volte più complesse. Noi tutti siamo stati abituati a vedere l’evoluzione umana come una storia relativamente semplice, in cui una specie scompare e dà il via alla successiva, arrivando dal primitivo australopiteco al moderno Homo sapiens. La realtà, come spesso accade, è ben diversa, e una serie di scoperte degli ultimi anni sta iniziando a mostrare una storia ben più complicata per l’evoluzione umana; in tutto il mondo stanno venendo alla luce i resti di nuove specie appartenenti alla linea evolutiva umana, che mostrano come in diversi luoghi e in diversi momenti della storia abbiano convissuto diverse specie, diversi modelli per così dire, di “uomo”.
L’evoluzione umana non è quindi come una staffetta, in cui la specie precedente dà il via a quella successiva fino ad arrivare a noi, ma assomiglia di più a una mischia, in cui diverse specie si sono trovate a convivere contemporaneamente e in diversi luoghi. L’immagine più corretta non è quindi quella di una linea, ma bensì di un cespuglio, con rami e rametti rappresentati le varie specie di uomo.
Intorno ai due milioni di anni fa, ad esempio, potrebbero aver convissuto fino a sette diverse specie più o meno appartenenti al nostro cespuglio evolutivo. Il fatto sorprendente è che questa diversità si è mantenuta intatta fino a tempi estremamente recenti. Quarantamila anni fa, ad esempio, convivevano sulla terra almeno quattro specie di “uomo”; la nostra naturalmente, cioè Homo sapiens, l’uomo di Neanderthal (Homo neandertalensis), i misteriosi uomini di Denisova, di cui sono stati appena scoperti resti frammentari, e i piccolissimi uomini di Flores (Homo floresiensis), la cui scoperta nel 2004 generò un piccolo terremoto tra i paleontologi.
È straordinario che così tante specie convivessero ancora in un passato tanto recente; 40.000 anni sono appena l’altro ieri, pensando in termini geologici, e sono ancora più vicini a noi se pensiamo che la nostra specie è comparsa sulla terra circa 200.000 anni fa: per più di tre quarti della nostra storia, dunque, abbiamo convissuto con modelli diversi, alternativi potremmo dire, di “uomo”.
Il discorso appare ancor più meraviglioso se pensiamo che l’uomo di Flores potrebbe essere sopravvissuto fino a 13.000 anni fa (anche se le datazioni dei resti sono molto dubbie); nel momento in cui l’uomo stava scoprendo l’agricoltura, quindi, esisteva ancora in un’altra parte del mondo una diversa specie umana: di lì a poco sarebbero nate le prime città e le prime civiltà.
Come abbiamo visto, dunque, abbiamo conosciuto i nostri cugini, e abbiamo a lungo convissuto con loro. Quali erano i rapporti tra le diverse specie? Erano amichevoli, o conflittuali? Immaginatevi un gruppo di Homo sapiens a caccia in una steppa europea di 40.000 anni fa; sono uomini come noi, ci separa da loro solo la cultura. Improvvisamente compare un gruppo di Neanderthal: come hanno reagito i nostri antenati? Vedevano in questi uomini una minaccia, dei competitori per le risorse, o una fonte alimentare?
Alcune risposte a queste domande iniziano a comparire: analisi genetiche hanno ad esempio dimostrato che tracce del DNA degli uomini di Neanderthal e di quelli di Denisova è presente negli uomini moderni, indicando quindi almeno un parziale incontro riproduttivo tra le specie. Per altre risposte bisognerà attendere nuovi reperti, che facciano luce sui rapporti tra le diverse specie umane che hanno convissuto per millenni negli stessi luoghi. Nell’attesa, dimentichiamoci la familiare immagine della linea evolutiva umana che ci è stata insegnata, e iniziamo a familiarizzare con l’idea di un cespuglio di specie umane.
Evoluzione dell’uomo
I nostri più antichi antenati risalgono a poco più di 4 milioni di anni fa. L’uomo moderno è frutto di un processo evolutivo, il cui studio prese l’avvio dalle teorie di C. Darwin e si basa sul presupposto che gli esseri viventi siano il risultato di una lenta evoluzione. In particolare all’origine dell’uomo vi sarebbero dei primati: antenati che l’umanità ha in comune con la famiglia delle scimmie antropomorfe.
Secondo gli studi i nostri più antichi progenitori vivevano in Africa. Si trattava di ominidi, una specie che aveva alcune caratteristiche degli esseri umani, ma che era ancora molto simile alle scimmie. Gli studiosi hanno chiamato questo nostro progenitore Australopiteco e hanno scoperto che era già in grado di reggersi sulle gambe posteriori e quindi di camminare eretto. 2,5 milioni di anni fa, sempre in Africa, cominciò a diffondersi una nuova specie, l’Homo habilis che era già capace di produrre rudimentali utensili in pietra, detti chopper, scheggiati da un solo lato.
Un ulteriore passo nel cammino dell’evoluzione umana venne compiuto da due specie contemporanee e in parti successive all’Homo habilis: Homo ergaster (“che sa lavorare”) di cui sappiamo molto poco, e Homo erectus, vissuto tra 1,7 milioni e 50.000 anni fa. Quest’ultimo era un ominide più robusto rispetto all’Homo habilis e in grado di lavorare la pietra con maggior precisione, dando a essa una forma, chiamata amigdala, che risultava scheggiata su entrambi i lati. Inoltre all’Homo erectus viene attribuita la scoperta dell’uso del fuoco. Infine viene considerato il primo ominide che colonizzò l’Europa e l’Asia.
Circa 200.000 anni fa fece la sua comparsa l’Homo sapiens, ominide considerato antenato diretto dell’uomo moderno. Egli era capace di lavorare la pietra con notevole abilità, usava le pelli degli animali per coprirsi e ripararsi dal freddo, aveva sviluppato forme di linguaggio più complesse e aveva elaborato dei rituali per seppellire i morti. Originario dell’Africa, questo ominide si diffuse migrando in Asia ed Europa. Le prime migrazioni sarebbero iniziate tra 125.000 e 60.000 anni fa. Nel continente europeo l’Homo sapiens entrò in competizione con un altro ominide, l’Homo neanderthalensis chiamato così perché i suoi resti furono rinvenuti a metà ‘800 nella valle (thal) di Neander, in Germania. Esso si estinse per cause non precise circa 35.000 anni fa. Quindi l’Homo sapiens rimase l’unico ominide esistente sul pianeta Terra e proseguì la sua evoluzione fino a divenire l’uomo moderno. Tutti gli uomini di oggi discendono infatti da questo antenato.
Out of Africa
Per quanto riguarda la migrazione dall’Africa l’ipotesi “Out of Africa” è l’ipotesi paleoantropologica dominante tra le teorie che tendono a descrivere le prime migrazioni umane.
- Out of Africa 1 → a opera dell’Homo erectus, da 1.8 a 1.3 milioni di anni fa.
- Out of Africa 2 → a opera di Homo heidelbergensis tra 780 e 135.000 anni fa, da cui deriva H. neandertalensis
- Out of Africa 3 → a opera di Homo sapiens tra 125.000 e 60.000 anni fa. In Europa arrivano 50.000 anni fa.
Domande e fonti sulla preistoria
Per ciò che concerne la “Preistoria” le domande che ci poniamo sono:
- Che malattie aveva l’uomo primitivo?
- Che cure praticava?
- Che cosa ci dicono le fonti?
- Quali fonti abbiamo a disposizione?
Innanzitutto, per quanto riguarda le fonti, non abbiamo fonti scritte. Dobbiamo quindi basarci su altri reperti come:
- Studi archeologici ed esame dei manufatti
- Studi antropologici: confronto con società preistoriche contemporanee (ad es. gli Aborigeni)
- Analisi dei resti umani.
Dal Paleolitico al Neolitico
Durante il Paleolitico l’uomo cominciò a vivere in gruppo e si passò quindi da un’economia “individuale”, tendente alla mera sopravvivenza, a un’economia tribale, dotata di un minimo di organizzazione. L’economia tribale rimase comunque un’economia di tipo passivo, non basata sulla produzione di beni, ma subordinata alle risorse spontanee della natura economia di raccolta. Nell’economia di raccolta gli uomini si procuravano il nutrimento tramite la raccolta di piante e la cattura di piccoli animali. Parliamo di cacciatori-raccoglitori → vita nomade. È giustificato ipotizzare che l’uomo era allora caratterizzato da uno stile di vita sano che comprendeva:
- Esercizio fisico
- Cibi freschi
- Assenza dell’inquinamento
- Ridotta densità di popolazione
- Ridotta esposizione ad animali.
Dal 10.000 al 3.000 a.C. si colloca il Neolitico che vede due nuove attività: l’agricoltura e l’allevamento. Il clima più mite infatti favorì la formazione di ampie distese di cereali selvatici (grano e orzo). Le donne si dedicavano all’attività di raccolta e alcune notarono che i semi caduti a terra germogliavano. I gruppi umani quindi per la prima volta, furono in grado di intervenire sulla quantità e sul ritmo di produzione dei vegetali e riuscirono perciò a controllare una risorsa offerta dalla natura.
Il primo animale ad essere addomesticato fu il cane e i primi ad essere allevati gli ovini, poi i suini e infine i bovini. Le necessità legate all’attività agricola e all’allevamento spinsero gli uomini alla costruzione di nuovi utensili come falcetti e asce per la raccolta dei cereali. Muniti di un manico adeguato questi strumenti poterono essere usati come zappe, da cui derivarono i primi rudimentali aratri in legno. Per frantumare i cereali e ricavarne la farina vennero ideate mole di pietra. I prodotti raccolti e il latte derivante dagli animali richiesero l’uso di contenitori: la lavorazione dell’argilla offrì la soluzione a questo problema. Vasi, ciotole e recipienti furono modellati impastando l’argilla e poi essiccati al sole o cotti in forni di mattoni e pietra. Da alcuni animali di allevamento, come le pecore, gli uomini iniziarono a ricavare anche la lana e iniziarono a coltivare il lino. Lo sfruttamento di fibre animali e vegetali fu reso possibile dalla fabbricazione dei primi telai: la filatura e la tessitura della lana e del lino permisero ai contadini e agli allevatori del Neolitico di indossare indumenti che non fossero ottenuti solamente dalle pelli di animali.
Per la prima volta il rapporto uomo-natura quindi si modificò: gli uomini superarono la fase della sussistenza e impararono a sfruttare in modo produttivo le risorse offerte dall’ambiente. Nel Neolitico si ebbe anche una notevole crescita demografica resa possibile dalle più sicure condizioni di vita e dalla maggiore disponibilità di cibo. Le innovazioni coinvolsero tutti gli aspetti della vita dell’uomo.
Agricoltura e allevamento costrinsero gli uomini ad abbandonare la vita nomade: si formarono quindi comunità stabili di villaggi di capanne. Il villaggio offriva migliori possibilità di vita e maggiore sicurezza ai singoli individui, segnava la fine del nomadismo e costituiva la premessa per la fondazione delle prime città. In parallelo però le condizioni di vita peggiorarono → il successo della società umana porta con sé l’aumento della popolazione e il rischio di epidemie.
Identificazione delle malattie e delle cure nella preistoria
Per l’identificazione delle malattie e delle cure nella Preistoria, la paleopatologia classica utilizza i resti umani (scarsi e solo ossei). L’analisi dei resti scheletrici comporta dei problemi:
- Gli scheletri sono scarsi e spesso poco indicativi della patologia;
- Possono essere identificate quasi solo malattie dell’osso;
- Possiamo ottenere informazioni sulla paleonutrizione.
Per quanto attiene alla pratica della medicina in mancanza di fonti scritte possiamo solo formulare delle ipotesi:
- Pratica della medicina istintiva → mutuo soccorso, conoscenze empiriche
- Figura del guaritore professionista (sciamano) → la causa della malattia è cercata nella religione (amuleti, riti magici).
Ma quali malattie aveva l’uomo primitivo cacciatore-raccoglitore?
- Traumi
- Alta mortalità infantile e da parto
- Malformazioni
- Poche malattie infettive (non c’erano le epidemie)
- Assenti le malattie del metabolismo
- Assenti le carenze alimentari
- Assenti i tumori.
Sicuramente quello che si praticava erano tecniche di base, come la riduzione di fratture e lussazioni, il medicamento di ferite e ustioni e l’assistenza al parto. I reperti ossei ci danno informazioni non solo sui tipi di traumi, ma anche sulla capacità di ridurre le fratture. Abbiamo reperti di uomo di Neanderthal in cui i resti mostrano la riduzione di fratture. Pertanto l’uomo di Neanderthal conosceva la tecnica di riduzione delle fratture.
Gli studi sugli scheletri di ominidi antichi ci hanno permesso di fare alcune scoperte:
- Usura dei denti (tipo di alimentazione, uso dei denti per altre attività oltre la masticazione)
- Usura delle articolazioni (età, stile di vita)
- Composizione dell’osso (alimentazione)
- Datazioni tramite analisi del radiocarbonio
- Tartaro dei denti (batteri, alimentazione)
- Studi del DNA (datazione, evoluzione, caratteristiche fisiche, malattie).
Studi sull’uomo di Neanderthal
- Muscolatura più sviluppata rispetto ad altri ominini
- Torace a botte
- Diverso metabolismo: ben adattato al freddo
- Esistenza al freddo
- Alimentazione: onnivoro
- Cranio → forma caratteristica, schiacciato, fronte sfuggente, arcata sovraorbitaria prominente, protuberanza posteriore, mento sfuggente
- Cervello → lobo occipitale maggiormente rappresentato (vedevano meglio?); lobo frontale meno rappresentato (meno adatti al pensiero razionale?); lateralizzazione del cervello (destrimani: conferma da studi sui manufatti)
- Dall’osservazione del cranio → presenza di linguaggio:
- Morfologia dell’osso ioide
- Morfologia del cranio (assi verticali e orizzontali)
- Probabilmente voce acuta e possente; non articolavano alcune consonanti (g,k) e alcune vocali (a, i, u)
- Conferma a livello del gene → gene FOXP2
Gene FOXP2
Alcuni casi di disprassia verbale dello sviluppo nell'uomo sono risultati collegati con mutazioni nel gene FOXP2. Questi individui hanno piccole disabilità anche non cognitive ma sono incapaci di produrre i movimenti coordinati necessari per parlare. L'analisi...
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