Spunti di riflessione del capitolo 1 dei Promessi Sposi

1. Il romanzo inizia con una dettagliata descrizione del paesaggio che ci fa pensare più ad un topografo che ad un artista. Manzoni si lascia prendere la mano dalla familiarità dei luoghi della sua fanciullezza e dall’affetto che ha nei confronti di un paesaggio che conosce bene. Del medesimo paesaggio, ci viene anche offerto un quadro idillico, come l’impressione che ci dà il lucido serpeggiamento dell’Adda che crea una sensazione bucolica e di serenità. Questo però, non è fine a se stesso perché quasi subito, scompare bruscamente perché lo scrittore introduce la dura realtà storica (i bravi, figure tipiche del Seicento) del male umano. Pertanto, la quiete della natura è soltanto apparente e in essa non c’è posto per un idillio pastorale.
2. Dopo averci fornito un quadro d’insieme, lo scrittore passa ad inquadrare brevemente Lecco, con una tecnica cinematografica: dal campo lunghissimo passa al campo lungo per tornare poi ad una visione generale dei luoghi. Di Lecco abbiamo una rapida descrizione geografica, seguita da un accenno storico che non manca di tono ironico(“accarezzavan di tempo in tempo le spalle dei mariti”, “sul finir dell’estate, non mancavan mai di spandersi nelle vigne, per diraradar l’uve e alleggerire a’ contadini le fatiche della vendemmia”, espressione per sottolineare in modo ironico i soprusi delle guarnigioni spagnole presenti in loco)
3. Quando la tela di fondo è pronta, compare all’improvviso in scena il primo personaggio. Ci aspetteremo un’altrettanta accurata descrizione: aspetto fisico, carattere, casato di appartenenza, luogo di origine e luogo della parrocchia. Invece, di lui, conosciamo soltanto una serie di azioni viste quasi al rallentatore. Allontana dal suo cammino i sassi che potrebbero costituire un intralcio, come nella vita cerca sempre di scansare le responsabilità, nell’ottica della ricerca del quieto vivere (rifiuto di ogni conflitto e chiusura nel proprio egoismo).
4. A questo punto, Manzoni ci trasporta nella storia: dopo aver determinato la dimensione temporale – sia al 6 novembre 1628, al tramonto – dipinge due inquietanti personaggi tipici del XVII secolo (“le maggiori scelleratezze procedono da quelli che chiamano bravi”)I due uomini stanno aspettando proprio il curato e quest’ultimo ha ben intuito che l’atteso è proprio lui. Le azioni dei due uomini e di don Abbondi sono presentate quasi al rallentatore e alla spavalda sicurezza dei due si contrappone lo stato d’animo del curato, assillato dalla paura. Significativo è il fatto che le battute rimangono sospese, prima da parte di don Abbondio, poi, da parte dei bravi
5. Dopo aver descritto il curato, che non è certamente un cuor di leone, lo scrittore accenna alle caratteristiche dei Seicento riportando dei concetti precisi che possono essere riportati tutti al sopruso e alla violenza: potere dei signorotti di campagna e conseguenti vessazioni dei più deboli, impotenza dei legislatori e i potenza degli esecutori delle leggi, clientelismo, impunità organizzata
6. Arrivato in canonica, don Abbondio si affloscia contro la spalliera della sedia, spossato dalla lotta con se stesso e con Perpetua che vuol sapere a tutti i costi. Perpetua è una donna del popolo, saggia, pronta nelle decisioni e nelle parole, ma è pur sempre una popolana non istruita: il suo periodare è sintatticamente mal costruito e trascurato dal punto di visto lessicale
7. All’interno del capitolo si alternano diversi toni: il tono di serenità e di calma, ma anche di tristezza, derivato dal fatto che siamo in autunno e nell’ultimo momento della giornata, la sera. Il tono drammatico, presente nell’incontro dei bravi, temperato, però da una nota comica. Nella lista di gride emesse inutilmente contro i bravi il tono diventa satirico, ma ritorna più allegro e comico nel duetto fra serva e padrone.

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