Concetti Chiave
- Il "Decameron" di Boccaccio, composto da cento novelle, offre una panoramica della società del Trecento, influenzata dalla peste e dalla fuga da Firenze.
- Le novelle sono guidate da temi scelti quotidianamente dal membro che ha raccontato la storia migliore il giorno precedente.
- Personaggi come Andreuccio da Perugia incapsulano l'idea dell'industrioso, riuscendo a trionfare nonostante la propria ingenuità.
- Fra Cipolla rappresenta l'industrioso in malo, ingannando gli abitanti di Certaldo per arricchirsi attraverso false credenze religiose.
- Il contesto sociale del XIV secolo, caratterizzato da avidità e mercantilismo, influenza le azioni e i desideri dei personaggi nel "Decameron".
Il “Decameron”, letteralmente “dieci giorni”, è una delle opere più importanti tra quelle elaborate da Giovanni Boccaccio, il quale attraverso la narrazione di cento novelle, descrive appieno il quadro storico-sociale in cui la società Trecentesca viveva.
La Fortuna e l'Industria
Introdotta da una cornice che racconta le conseguenze dell’avvento della peste e che presenta i membri della “brigata”, sette donne e tre uomini pronti a partire per scappare dall’ira funesta che da tempo si era abbattuta sulla città di Firenze, il componimento del Boccaccio risulta essere caratterizzato dalla presenza di due forze dominanti: la Fortuna, intesa come forza imprevedibile, e l’”industria”, ovvero la capacità dell’uomo di reagire alla sorte.
Le novelle, narrate nell’arco di dieci giorni, risultano avere temi diversi scelti dal re o dalla regina della giornata, ovvero dal membro la cui storia è stata eletta come migliore tra tutte quelle narrate il giorno precedente.
Esempi di industriosi
All’interno delle cento novelle, sono facilmente individuabili i tratti che caratterizzano il cosiddetto “industrioso” ovvero colui che, molto spesso ingenuo, sciocco o credulone, viene ingannato dalla sorte o da altri personaggi del racconto ma che, forse anche grazie alla sua stoltezza, non si perde d’animo e alla fine ne esce vittorioso.
Andreuccio da Perugia
Andreuccio da Perugia, ad esempio, rappresenta l’emblema dell’uomo sciocco ma capace di riuscire a contrastare la sorte: il ragazzo, infatti, recatosi a Napoli per comprare dei cavalli, dopo varie peripezie ed inganni, si ritrova ad entrare in una tomba per rubare il preziosissimo anello custoditovi all’interno, quando s’imbatte in altri due furfanti che, mentre tentano di intrufolarsi nel sarcofago, percepiscono un movimento e, terrorizzati, scappano lasciando al perugino il bottino desiderato, “avendo il suo investito in uno anello, dove per comperare cavalli era andato.”[ G. Boccaccio, Decameron, II, 5.]
Secondo quanto commenta Ferdinando Neri, infatti,“Ciò che l’uomo può fare, nel Decameron, quando le sue due forze entrano sole nel giuogo, non è gran cosa: correggere lievemente la fortuna, essere arguto, industriarsi a godere”.[ F. Neri, il disegno del “Decameron”, in L. Caretti, G. Lutti, La letteratura italiana per saggi storicamente disposti. Le origini , il Duecento e il Trecento, Mursia, Milano 1985]
Fra Cipolla e l'inganno
In contrapposizione alla novella di Andreuccio, personaggio che ha fatto ricorso all’industria in buona fede, vi è Fra Cipolla, il quale risulta essere l’esempio concreto dell’industrioso in malo. Il religioso, infatti, approfittandosi degli ingenui cittadini di Certaldo, sostiene prima di essere in possesso di una piuma delle ali dell’arcangelo Gabriele e poi, nel momento in cui la presunta reliquia viene sostituita con del carbone, inganna nuovamente gli abitanti della cittadina raccontando loro di aver compiuto un viaggio in Oriente e di aver trovato le prove tangibili del martirio di San Lorenzo, tutto pur di guadagnare qualche soldo in più.
Contesto sociale e avidità
La peculiarità che cattura immediatamente l’attenzione se si prendono in esame questi due personaggi è che entrambi sono accomunati dal desiderio di guadagno, da una sorta di avidità che li porta a commettere dei reati. Molto probabilmente ciò deriva dal contesto sociale in cui l’opera è stata stesa: l’Italia del XIV secolo si trovava in una situazione di arretratezza e la scena sociale era dominata da mercanti il cui unico interesse era quello di trarre profitti dalle proprie vendite. Inoltre, “i personaggi paiono animati da un’incoercibile aggressività; si ha l’impressione che […] ciascuno sia solo di fronte all’azione della fortuna e a quella degli altri individui.” [ G. Ferroni, Giovanni Boccaccio, in Storia della letteratura italiana. Dalle origini al Quattrocento. Einaudi Scuola, Milano 1991.]
Fortuna in altri autori
A questo punto è necessario sottolineare che la tematica della fortuna, non è propria esclusivamente del Boccaccio ma è riscontrabile anche nel pensiero di altri autori, come ad esempio Ariosto, il quale attraverso la citazione “vincasi per fortuna o per ingegno”[ F. Neri op. cit.] dimostra di sostenere la tesi dell’autore del Decameron ;Machiavelli ,al contrario, considerando la virtù antagonista della Fortuna, sostiene che rappresenti la capacità dell’uomo di fare del bene per se stesso, come viene espresso all’interno del suo “Principe”. Infine, per Dante, come emerge nel suo settimo canto dell’Inferno e riassume Tartaro, “ la fortuna è [… ] una presenza capricciosa e assillante fra gli uomini”[ A. Tartaro, La prosa narrativa antica, in Letteratura Italiana. Le forme del testo, La prosa, a cura di A. Asor Rosa, Einaudi, Torino 1984] che può essere associata alla provvidenza manzoniana.
Domande da interrogazione
- Qual è il significato del titolo "Decameron"?
- Quali sono le due forze dominanti nel "Decameron"?
- Chi è Andreuccio da Perugia e quale lezione si può trarre dalla sua storia?
- In che modo Fra Cipolla rappresenta l'industrioso in malo?
- Come si confronta la tematica della fortuna nel "Decameron" con quella di altri autori?
Il titolo "Decameron", che significa "dieci giorni", si riferisce alla struttura dell'opera di Boccaccio, che narra cento novelle in dieci giorni, offrendo un'ampia panoramica della società trecentesca.
Le due forze dominanti nel "Decameron" sono la Fortuna, intesa come forza imprevedibile, e l'industria, che rappresenta la capacità dell'uomo di reagire alla sorte, come evidenziato nel testo.
Andreuccio da Perugia è un personaggio che, nonostante la sua ingenuità, riesce a trionfare grazie alla sua determinazione e alla sua capacità di affrontare le avversità, dimostrando che anche gli sciocchi possono avere successo.
Fra Cipolla incarna l'industrioso in malo poiché sfrutta la credulità degli abitanti di Certaldo per guadagnare denaro, ingannandoli con false reliquie e racconti di viaggi, evidenziando l'avidità presente nel contesto sociale del XIV secolo.
La fortuna è un tema ricorrente anche in autori come Ariosto e Machiavelli, con Ariosto che la considera una forza che può influenzare il successo, mentre Machiavelli la contrappone alla virtù, evidenziando diverse interpretazioni della fortuna nella letteratura.