Cap. 1: Lo studio delle diversità
La specie umana
L’antropologia è la disciplina che studia le somiglianze e le diversità proprie della specie umana. La diversità tra gli esseri umani viene assunta come base per la pratica delle disuguaglianze. Quando ciò ci tocca, siamo spinti a rivendicare l’uguaglianza di trattamento in nome della somiglianza tra tutti gli esseri umani; può succedere anche di rivendicare la propria diversità quando la somiglianza tra gli esseri umani viene utilizzata per imporre conformismo e sottomissione a regole generali ingiuste.
La valorizzazione delle somiglianze è un elemento centrale nella formazione di gruppi e delle alleanze tra essi; la valorizzazione delle diversità ha invece un ruolo fondamentale nella formazione di rapporti ostili tra i gruppi. Può succedere che un gruppo sia ostile nei confronti di un altro perché, assomigliandosi, entrano in concorrenza tra loro; al contrario, due gruppi diversi tra loro siano complementari. Queste dinamiche hanno il potere di produrre benessere o malessere, se non vita e morte, di intere popolazioni.
Fare antropologia significa lavorare per rispondere alla domanda: "Siamo uguali o diversi?" L’antropologia non è la sola disciplina che si occupa delle somiglianze/diversità degli umani. Ciò che la distingue dalle altre sono le condizioni e modalità usate per produrre il proprio sapere:
- I postulati da cui muove;
- Le ipotesi generali che fa proprie;
- I campi di ricerca ai quali si applica;
- I metodi e le tecniche di ricerca che utilizza.
L’antropologia ha meno di 150 anni di vita come disciplina dotata di statuto scientifico, collocazioni e riconoscimenti accademici; la prima cattedra universitaria in Italia fu inaugurata nel 1869 a Firenze, mentre solo nel 1884 fu istituito un corso ufficiale di antropologia all’Università di Oxford. Come studio scientifico e di riflessione critica sulle diversità/somiglianze è nata e sviluppata nei paesi occidentali in rapporto alle conquiste coloniali del XVI e XX secolo; inoltre gli abitanti di paesi extra-occidentali sono stati l’oggetto dell’antropologia almeno fino al XX secolo.
In seguito alla riconquista dell’indipendenza successiva alla Seconda Guerra Mondiale si è sviluppata un’antropologia autonoma, chiamata antropologia dei nativi, all’interno delle università dei paesi ex-colonizzati. Molte figure professionali come antropologi, sociologi e filosofi usano il termine “uomo” a differenza di “specie umana”; infatti, il termine antropologia deriva dal greco antico e significa “studio dell’uomo”.
L’uso generalizzato di “uomo” rischia però di occultare due questioni importanti:
- L’antropologia non si occupa di singoli individui e dello studio dell’uomo in quanto tale;
- Non studia la società intesa come una somma di individui.
Essa nasce dalla constatazione che la specie umana è una specie sociale; gli esseri umani hanno bisogno di stare in società, perciò l’antropologia studia le società umane: le relazioni che intercorrono tra individui e li tengono uniti; le strutture sociali, quindi i sistemi stabili di relazioni; i fatti sociali, ovvero il funzionamento materiale e simbolico delle strutture di relazioni; le persistenze e i mutamenti che si possono verificare nelle strutture e fatti sociali.
La specie umana
La specie umana è:
- Una specie sessuata;
- <50% componenti femminili;
- Maschi e femmine hanno anatomia e fisiologia diverse; la differenza tra i sessi viene trasformata socialmente in complementarietà tra i due, diventando la forma di relazione sociale più generale esistente.
All’interno della storia occidentale e mediorientale, un requisito essenziale - e difficile da accertare empiricamente - per appartenere a questa specie era il possesso dell’anima; le religioni cristiana, ebraica e musulmana credono infatti che tutti gli esseri umani (nel cristianesimo le donne un po’ meno) possiedano un’anima immortale.
Dopo la scoperta dell’America nel 1492 ci si chiese se i suoi abitanti fossero umani a tutti gli effetti: l’elemento principale recepito dagli occidentali come non-umano era l’aspetto fisico (pelli nere, fronti basse, stature “anormali” come i bassissimi Pigmei e altissimi Watussi, ecc.); interessante il fatto che d’altro canto, anche i non-occidentali vedessero gli invasori come appartenenti ad una specie diversa.
All’interno di moltissime società si considerano meno umani di altri gli esseri appartenenti a determinate categorie. La maggior parte dei popoli che conosciamo considerano le donne umane, ma meno umane degli uomini; mentre persone appartenenti a determinate caste/ceti o portatori di alcune caratteristiche somatiche/menomazioni congenite/inclinazioni sessuali sono considerati non pienamente umani. Per questo motivo non possiamo parlare di umanità solo come appartenenza alla specie umana, ma anche come riconoscimento/misconoscimento dell’umanità; i vari gruppi umani decidono di includere o escludere certi individui o gruppi sulla base della somiglianza (umani) o della diversità (subumani).
Il riconoscimento reciproco di somiglianza o diversità nella specie umana è variabile; i requisiti non sono sempre gli stessi, ma cambiano a seconda del tempo e dello spazio. Dato che questo processo di riconoscimento/misconoscimento deve avvenire a causa di un contatto tra gruppi, ne esistono diversi tipi e, inoltre, il pregiudizio negativo verso lo sconosciuto non preclude la possibilità di costruire relazioni, come le forme di comunicazioni e di scambio. Quando lo scambio è ineguale e la comunicazione è asimmetrica, il rapporto tra i gruppi è basato sulla forza e ha un contenuto di violenza.
La violenza può essere latente e scoppiare dopo essere stata repressa per molto tempo, creando forti danni, come nel genocidio del Ruanda. Il contatto tra gruppi diversi ha prodotto sempre, oltre che distruzione e morte, anche risultati vitali condivisi.
Risultati vitali condivisi = lingue nuove, usanze e costumi ibridi, tecniche e abilità trasmesse, pratiche religiose sincretiche, ecc. Tutte le storie dei diversi popoli sono costellate da un doppio movimento che si sviluppa nelle relazioni con i popoli “altri”: incontro/scontro; fusione/opposizione; commercio e guerra… Nessuna alleanza e nessuna ostilità sono eterne ed immutabili. L’appartenenza alla specie umana è perciò determinata dalla capacità di formare relazioni, cooperative o antagonistiche, con altri gruppi di individui.
Somiglianze e diversità
Da gruppo a gruppo come da situazione a situazione variano:
- Concezioni e indicatori di diversità;
- Significato e valore attribuiti alle diversità che vengono riconosciute come tali.
In certe società si è diversi a causa della religione a cui si crede o di caratteri fisici diversi; ad esempio, negli USA fino a non molto tempo fa, i bianchi consideravano un “nero” come “diverso” nonostante si possa avere lo stesso grado d’istruzione o si professi la stessa religione. La diversità può esistere anche all’interno di piccoli gruppi. Chi è diverso è sempre diverso per qualcuno. Non si è diversi perché si ha una certa caratteristica o un certo tratto: si è diversi perché qualcuno rileva quella caratteristica o quel tratto e li considera indicatori di diversità. La diversità è sempre relazionale e situazionale.
Si possono avere pensieri diversi anche sulla natura della diversità, infatti può essere:
- Immutabile: collegata ad un fattore causale ritenuto a sua volta immutabile (es. diversità fatta derivare da un intervento divino);
- Mutabile;
- Permanente;
- Transitoria.
Una spiegazione molto diffusa riguardo l’argomento, ha o pretende di avere, un fondamento scientifico; derivazione della diversità dalla trasmissione di caratteri ereditari da una generazione all’altra attraverso la filiazione; tutti coloro che hanno in comune (o anche solo una parvenza) una stessa discendenza, manifesteranno simili caratteristiche e – di conseguenza - formeranno una razza. Spesso è accompagnata dalla convinzione che con il sangue/DNA vengano trasmessi, oltre ai caratteri somatici, anche quelli morali. Da qui nasce la convinzione dell’esistenza di razze “superiori” e razze “inferiori”; in una teoria razziale coerente, i caratteri razziali vengono visti come immutabili, perciò le razze inferiori non potranno mai riscattarsi e “migliorarsi”, e se la loro presenza viene percepita come pericolosa o contaminante per quelle superiori, queste devono essere tenute separate dal resto dell’umanità (es. ghetto).
Genocidio = sterminio di un’intera popolazione per motivazioni razziste.
Etnocidio = distruzione di una cultura come fatto unitario collegato con un gruppo umano, dispersione dei suoi portatori e, conseguentemente, l’assimilazione di essa in altre culture.
Altre spiegazioni sulla diversità si riferiscono:
- A fattori ambientali: i caratteri psicologici, somatici, culturali e sociali vengono attribuiti all’ambiente naturale (es. i montanari sono taciturni);
- All’ambiente sociale sugli individui; alcuni antropologi, soprattutto statunitensi, danno molto spazio ai processi educativi e quindi ai processi di inculturazione che attribuiscono i caratteri comuni dei componenti di un gruppo piuttosto di un altro. Ai diversi sistemi di rapporti sociali che si creano nel processo di produzione della vita sociale, cioè delle diverse società e diverse possibilità di accesso a beni materiali e non, consentiti dai diversi sistemi di produzione d’ispirazione Marxista.
Le teorie ambientaliste concordano nel ritenere che le diversità potrebbero essere eliminate o modificate. Combinando teorie razziste e teorie ambientaliste si è ipotizzato che i caratteri trasmessi in modo ereditario, perciò immutabili, possano essere orientati a fini “utili per la società” attraverso severi processi di inculturazione; tutto ciò viene purtroppo giustificato col voler “migliorare le loro condizioni di vita”.
Entrambe le teorie possono considerare le diversità come:
- Totalizzanti: chi è diverso è diverso in tutto;
- Parziali: diversi da un lato, simili dall’altro.
L’identificazione di un gruppo altro come portatore di tratti e caratteristiche che lo rendono diverso implica sempre, da parte del gruppo giudicante, la consapevolezza anche della propria diversità. La diversità quando viene attribuita da gruppo a gruppo, viene caricata di un giudizio di valore: valutazione che è sia assoluta sia comparativa. È attraverso questo giudizio di valore, che le diversità vengono trasformate in differenze.
- Diversità = momento della semplice percezione e constatazione di una non-somiglianza;
- Differenza = momento in cui la non-somiglianza viene caricata di valore positivo o negativo.
La diversità, quindi, diventa differenza solo nel momento in cui viene caricata del giudizio di valore. Viene costruita una graduatoria di differenze, a questa serie vengono associate altre serie di differenze; all’associazione si sostituisce un rapporto di causalità (es. più razionali perché bianchi; più istintivi perché neri). Si costruisce così il sistema delle differenze: ciascuna caratteristica “diversa” ha una sua collocazione in termini di valore, ma anche di pertinenza, di gerarchia e collegamento con altre caratteristiche. Questo sistema viene spesso appreso durante l’infanzia; diventa una parte fondamentale della visione del mondo e della vita, quindi la cultura del proprio gruppo.
Quando è determinato da un certo gruppo umano, può operare in 3 modi:
- Diversità non problematica: non attribuita ad un forte valore e non è una differenza, è una caratteristica che un gruppo ritiene di avere o ritiene propria di un altro gruppo;
- Un gruppo individua e carica di valore negativo una diversità altrui, questa verrà giudicata inferiore e perciò potrebbe essere segregata, sottomessa, oppressa;
- Il gruppo che giudica attribuisce a una o più caratteristiche un valore positivo: generalmente attribuito al proprio gruppo.
Sebbene sia paradossale, è frequente che un gruppo attribuisca ad un altro gruppo un carattere positivo che non riconosce a se stesso: può essere la base di scambi e cooperazioni; altre volte il gruppo portatori delle caratteristiche positive sono considerati come migliori di sé dal gruppo stesso che li giudica (es. situazioni di dominio dove i dominati vedono i dominatori dalla parte del giusto).
I sistemi delle differenze/diversità dei vari gruppi umani sono: relazionali, situazionali, variabili e dinamici. Tutti i gruppi costruiscono un loro sistema delle differenze, nessun gruppo ne costruisce uno identico ad un altro e nessun gruppo mantiene immutato il proprio sistema; sembra non esista una percezione universalmente condivisa della diversità.
Alcuni studiosi insistettero sul carattere immaginario delle diversità/somiglianze e differenze/identità: esse sembrano delle costruzioni mentali; strumenti inventati dalla mente umana per produrre pensieri. Altri, invece, insistono sul fatto che esse siano costruzioni ideologiche; interpretazioni della realtà arbitrarie e prevenute, strumentali all’esercizio e legittimazione della forza. Tutto ciò però non significa che le diversità non esistano e siano immaginarie. Le diversità percepite e elaborate sul piano culturale rimandano comunque a un qualche dato di fatto.
Referendum empirico = dato di fatto, dimensione fattuale. La verità non è un dato, ma un obiettivo, un punto d’arrivo: non si dà di per sé come evidenza, ma bisogna cercarla. Punto di partenza: constatazione che qualsiasi fatto sia pensato dagli esseri umani attraverso la mediazione della cultura.
La capacità umana di pensare e comunicare si articola su due livelli:
- Capacità di produrre gli strumenti del pensare e del parlare;
- Capacità di produrre e comunicare pensieri dei fatti.
Ci sono strumenti del parlare, modalità di strutturazione di una lingua che sono universali, nel senso che sono propri di tutti gli esseri umani. Pensieri e parole sono costituiti da elementi minimi, detti segni, che servono a comporre concetti e valori, parole e simboli, i quali a loro volta ci servono come sostituti delle “cose”. Noi esseri umani pensiamo/parliamo di realtà assenti, immaginate, astratte, oltre che di quelle concrete.
Parole e simboli sono più maneggevoli delle cose e consentono di pensare/parlare anche in assenza di queste ultime; in più permettono di ricordare, prevedere e prefigurarle. La capacità di produrre segni è prettamente umana e consente lo sviluppo di altre capacità e competenze per la sopravvivenza e la vita della specie umana.
Produzione sociale di cultura = costruzione della memoria, capacità di revisione, verbalizzazione delle esperienze, accumulazione e trasmissione del sapere. Come la capacità di pensare e quella di parlare, anche la capacità di produrre cultura è una capacità umana universale. Il problema è, dunque, la diversità tra le culture. Perché, come, quando le culture si sono differenziate?
A differenza di altre specie, quella umana non si è adattata ad una singola zona della Terra, ma ha cercato e trovato il proprio habitat più congeniale; ha sviluppato notevoli capacità di adattamento ad ambienti anche molto diversi tra loro. Il processo di adattamento, non breve, si fonda sulla duplice capacità della specie umana di adattarsi all’ambiente e di manipolarlo, per adattarlo a sé. Nessuna delle due però è, in questo caso, guidata da istinti; si fonda anzi sulla capacità umana di produrre cultura e l’interpretazione delle esperienze. La diversità degli ambienti naturali ha sollecitato: la diversificazione delle procedure e delle tecniche di adattamento all’ambiente.
Ogni atteggiamento è stato l’occasione ed è divenuto la base perché si avviassero alcune diversificazioni tra un gruppo umano e l’altro.
Divisione sociale del lavoro
Una delle principali caratteristiche umane, comune ad altre specie considerate sociali, è la divisione sociale del lavoro; negli umani è mediata culturalmente, mentre negli animali è guidata dagli istinti; le forme della divisione del lavoro e le forme dell’organizzazione sociale sono un altro importante fattore di diversificazione delle società umane le une dalle altre e ciascuna al proprio interno.
- La specie umana ha delle somiglianze: capacità di organizzare la vita, di pensare, di comunicare;
- La specie umana ha delle diversità: fattori ambientali, sistemi di relazioni, forme culturali di mediazione.
Etnocentrismo e relativismo culturale
Etnocentrismo = coniato da W. Sumner nella sua opera Folkways (1907). Esso serve per:
- Classificare gli altri in rapporto al proprio gruppo;
- Valutare gli altri in rapporto al proprio gruppo.
Nonostante la sua reputazione, l’etnocentrismo non è a prescindere negativo e, anche quando lo è, non è un argomento semplice da trattare. Secondo Sumner ogni gruppo ritiene che le proprie tradizioni siano giuste, mentre quelle degli altri errate, da disprezzare; gli antropologi concordano sul fatto che...
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