Concetti Chiave
- Vittorio Alfieri, scrittore del Settecento, si ribellò alla dominazione sabauda, trasferendosi da Torino a Firenze per cercare libertà espressiva.
- Attraverso il suo viaggio in Europa, Alfieri sviluppò un'opposizione a qualsiasi forma di tirannide, influenzando la sua visione politica e artistica.
- La tragedia, per Alfieri, rappresenta un genere sublime in cui l'eroe, spesso aristocratico, incarna forti passioni e ideali politici, differente dalla concezione popolare.
- Alfieri stabilì regole rigorose per le sue tragedie, seguendo le unità aristoteliche e privilegiando uno stile essenziale, ma faticò a ottenere successo nella rappresentazione teatrale.
- Il pensiero di Alfieri sul rapporto tra il principe e l'artista enfatizza l'importanza dell'indipendenza artistica, sostenendo che le lettere devono prevalere sulla scienza nella cultura.
Vittorio Alfieri e la sua ribellione
Vittorio Alfieri è autore del Settecento, ed è legato al genere tragedia. Egli era un conte, nato ad Asti, sotto la dominazione sabauda che lui sente e per cui soffre, infatti decise di andarsene da Torino (si parlava un “gergaccio piemontese”) per recarsi a Firenze (“spiemontizzarsi”).
Alfieri venne mandato a studiare all’Accademia Reale di Torino, ma egli era di indole sofferente e ribelle, e visse gli anni di Torino come un periodo di ineducazione; infatti egli abbandonò presto l’Accademia.
Il viaggio e la scoperta dei governi
I figli degli aristocratici avevano il diritto/privilegio di fare il cosiddetto gran tour, un viaggio attraverso tutta l’Europa; con questo viaggio egli ebbe modo di vedere i vari sistemi di governo (democrazia, tirannide…), e così divenne contrario ad ogni forma di dispotismo illuminato, ed in generale ad ogni forma di tirannide.
La tragedia come genere sublime
Alfieri era molto attratto dal genere tragedia, e nel 1774 scrisse la sua prima, “Antonio e Cleopatra”, ottenendo un discreto successo. Il Italia la tragedia non era molto di moda (andava molto di più il melodramma), così Alfieri si pose l’obbiettivo di rilanciare il genere, che di per sé era un genere sublime/elevato. La tragedia era congeniale alla concezione di uomo e di arte che aveva Alfieri, che vedeva la storia caratterizzata dalla presenza dei grandi eroi (concezione aristocratica dell’uomo); egli inoltre quasi disprezzava il popolo. L’eroe alfieriano ha una personalità titanica, caratterizzata dal “forte sentire” (forti passioni); egli, infatti, attingeva dal mito. Queste caratteristiche lo rendono più un romantico che un illuminista. Spesso l’eroe alfieriano è un ideale politico, in cui l’Italia è sottoposta al giogo straniero. Alfieri prende la distanza dalla rivoluzione, e affida ai grandi il compito di aiutare l’Italia a rendersi indipendente. Egli dava molta importanza allo scrivere, perché la poesia assolve ad una funzione di tipo civile. La penna, che è lo strumento del poeta, diventa surrogato della spada (parole di Alfieri). Tutta l’opera poetica alfieriana si svolge nell’ultimo trentennio del Settecento.
Le regole della tragedia alfieriana
Alfieri sentiva la necessità di contenere gli slanci eroici delle sue tragedie, si accorge del bisogno di paletti nella costruzione di tragedie, infatti riprese le tre regole di unità aristotelica. Le tragedie non dovevano superare i 5 atti, sparì inoltre il coro (presente invece nella tragedia greca), lo stile è molto sintetico ed essenziale (spesso la battuta era lunga esattamente quanto una sola parola, questa tecnica è chiamata brachilogia), e sono presenti molte figure retoriche. Egli ebbe poco successo nell’imporre le sue tragedie, che erano più portate alla lettura che alla rappresentazione, anche perché in quel periodo non vi erano attori professionisti. In alcune tragedie, come il Saul (di origine biblica), era Alfieri stesso ad essere uno dei personaggi.
L’eroe alfieriano può essere rappresentato come il tiranno e l’anti-tiranno; tra lo scontro dei due nasceva la tragedia, altre volte era lo scontro tra sentimenti opposti interno al personaggio a farla nascere (come nella tragedia di Mirra).
Il Saul e il conflitto interiore
Il Saul parla del vecchio re d’Israele che, ormai vecchio, scopre dal sacerdote che il suo posto sarebbe stato preso da David, ma non è facile per l’anziano monarca accettare il cambio, e per questo egli prova forti sentimenti, che sono spesso altalenanti: a volte accoglieva David, infatti tra l’altro le diede in moglie sua figlia Mikol, altre volte è preso da follia, come quando cacciò David e uccise i sacerdoti per poi porsi al comando di Israele contro i Filistei, ma quando le sorti della guerra erano segnate, egli preferì togliersi la vita anziché cedere il posto a David.
Il mito di Mirra e la disperazione
Il mito di Mirra invece si rifà alla mitologia (Metamorfosi di Ovidio), ma la tragedia di Alfieri basata su quel racconto fu molto più dedicata, e venne vissuta tutta dentro i sentimenti del protagonista: lei si innamora del padre per vendetta di Venere (perché sua madre non aveva più offerto tributi alla dea), così cade in preda alla disperazione e da un lato odia la madre, dall’altro odia il padre, infatti lei poi decise di confessare alla nutrice le sue pene. Mirra fu data in sposa al re Pierio, che notava i suoi stati d’animo altalenanti, infatti il giorno del matrimonio lei si rifiutò di sposarlo, e così egli si tolse la vita per disperazione. Dopo questo avvenimento macabro, il padre Ciro le chiese il perché dei suoi gesti, così lei ammise quello che non avrebbe mai voluto fare, ossia che lo amava; così Mirra afferrò la spada del padre e si afflisse. Negli ultimi 30 anni del 1700 egli si dedicò prevalentemente a tragedie.
Trattati e pensieri sulla tirannide
Alfieri però non scrisse solo tragedie, scrisse anche trattati e un’autobiografia; dei trattati si ricordano quello “sulla tirannide” (1777) e quello “del principe e delle lettere” (1778-79). Nel primo trattato (scritto in prosa) egli analizza questa forma di governo (soprattutto nel primo libro). Egli sosteneva che il tiranno era colui in grado di manipolare le leggi, godendo della più totale impunità. Gli elementi fondamentali della tirannide sono la paura (di morte e della deposizione), e a causa di questa vi è una forte presenza dell’esercito, e si usa a proprio vantaggio anche la religione. Nel secondo libro si descrive come vive il popolo oppresso, che non si rende conto di vivere in schiavitù. Alfieri, invece che rivolgersi al popolo, rivolge la speranza della libertà a pochi uomini pensanti e virtuosi, che devono vivere e agire con prudenza, per non destare sospetto; solo poche volte egli permette il tirannicidio, ad opera dell’eroe nel momento in cui viene offeso personalmente, per arrivare poi all’instaurazione di una repubblica.
Alfieri e la sua visione politica
Ogni volta che Alfieri usciva dal Piemonte, doveva chiedere il permesso ai Savoia. A Firenze egli conobbe la contessa Luisa Stalberg. Dopo essere stato a Firenze egli andò a Parigi, durante la Rivoluzione Francese, e infine rientrò a Firenze, dove morì. Le sue spoglie si trovano nella chiesa di Santa Croce.
Gli illuministi erano a favore del despotismo illuminato, ma per Alfieri queste forme di governo sono delle maschere per ingannare il popolo, destinate a durare in eterno, poiché non permettono di avere altre idee o a compiere azioni eroiche.
Il rapporto tra principe e artista
Nel suo secondo trattato egli parla dei rapporti tra il principe e l’artista (governo e cultura). Inizialmente si dice che il principe deve proteggere le arti per controllarle. Nel secondo libro di quest’opera egli espone le sue riflessioni, sostenendo che l’artista deve essere assolutamente indipendente, non doveva cioè avere ostacoli. Nel terzo libro si afferma la superiorità delle lettere sulla scienza, in quanto essa per poter fiorire aveva bisogno di denaro e protezione, mentre il letterato no, in quanto deve avere un committente e si deve comportare da suddito. Gli scrittori possiedono il “forte sentire” e i letterati sono superiori a chiunque, purché siano aristocratici (cosicché non avessero bisogno di lavorare, potendosi dedicare completamente alla scrittura). Anche nella produzione di poesie, era escluso il popolo, in quanto povero e in stato di sudditanza.
Domande da interrogazione
- Qual è il legame tra Vittorio Alfieri e la tragedia?
- Come influenzò il viaggio di Alfieri la sua visione politica?
- Quali sono le caratteristiche dell'eroe alfieriano?
- Quali regole seguiva Alfieri nella scrittura delle sue tragedie?
- Qual è la visione di Alfieri riguardo al rapporto tra il principe e l'artista?
Vittorio Alfieri, autore del Settecento, è profondamente legato al genere della tragedia, che considerava sublime e congeniale alla sua concezione dell'uomo e dell'arte. Scrisse la sua prima tragedia, "Antonio e Cleopatra", nel 1774, con l'obiettivo di rilanciare un genere poco in voga in Italia (si preferiva il melodramma).
Durante il suo "gran tour" in Europa, Alfieri osservò vari sistemi di governo e divenne contrario a ogni forma di tirannide, sostenendo che il tiranno manipola le leggi e vive nell'impunità. La sua esperienza lo portò a sperare nella libertà per pochi uomini virtuosi piuttosto che per il popolo oppresso.
L'eroe alfieriano è caratterizzato da una personalità titanica e da forti passioni, spesso rappresentando un ideale politico. Egli incarna il conflitto tra tiranno e anti-tiranno, e la sua figura è legata a una concezione aristocratica dell'uomo, disprezzando il popolo.
Alfieri seguiva le tre regole di unità aristotelica, limitando le sue tragedie a cinque atti e abbandonando il coro. Il suo stile era sintetico ed essenziale, utilizzando tecniche come la brachilogia, ma le sue opere erano più adatte alla lettura che alla rappresentazione.
Alfieri sosteneva che il principe dovesse proteggere le arti per controllarle, ma nel suo secondo trattato affermava che l'artista deve essere indipendente. Credeva nella superiorità delle lettere rispetto alla scienza, sottolineando che solo gli aristocratici potessero dedicarsi completamente alla scrittura senza necessità di lavorare.