Concetti Chiave
- Il romanzo esplora il tema del libro come riflesso della cultura, attraverso le letture di don Abbondio, la Biblioteca Ambrosiana, le letture popolari del sarto e la biblioteca di don Ferrante.
- Don Abbondio è rappresentato con una cultura limitata e superficiale, evidenziata dalle sue letture casuali e dalla mancanza di interesse critico.
- La Biblioteca Ambrosiana, fondata dal Cardinale Federigo Borromeo, è un simbolo di cultura accessibile e promuove la ricerca intellettuale in linea con i valori umanistici e illuministi.
- Il sarto che accoglie Lucia è descritto come un uomo di cultura popolare, con letture avventurose e cavalleresche che, sebbene modeste, gli conferiscono fierezza.
- La biblioteca di don Ferrante riflette una cultura erudita ma sterile del Seicento, focalizzata su astrologia e magia, senza riferimenti a figure significative come Galileo Galilei.
Indice
Il tema del libro
Nel romanzo, il tema del libro costituisce un riflesso ed un veicolo di cultura. Esso è presente in quattro momenti:
1) La descrizione delle letture dii don Abbondio
2) La fondazione della Biblioteca Ambrosiana di Milano da parte del Cardinale Federigo Borromeo
3) L’interesse per la lettura del sarto che dà ospitalità a Lucia e ad Agnese
4) La biblioteca di don Ferrante
Le letture di don Abbondio
Siamo all’inizio del capitolo VIII. Quando Perpetua si presenta da don Abbondio per avvertirlo che Tonio e venuto per saldare il debito, il curato sta leggendo un libretto che comprende un panegirico del Cardinale san Carlo Borromeo. Lo scrittore, per l’amore per lo studio, lo paragonava ad Archimede, ma il curato incontra difficoltà a stabilire una relazione quando l’autore intesse un paragone con Carneade. Quest’ultimo era un grande filosofo ed oratore greco, appartenente allo scetticismo, noto per la sua eloquenza negli ambienti colti. Il tono è umoristico perché alla citazione di una lontana autorità classica, segue l’immagine di un don Abbondio che “rumina” fra se stesso, seduto su di un seggiolone e con un “libricciolo” in mano. Ma quali testi compongono la libreria del curato? Non viene detto chiaramente, ma si capisce attraverso le righe che non esiste o è molto esigua e limitata: la sua cultura è delineata da una serie di diminutivi: “…si dilettava a leggere un pochino ogni giorno….”, “….un curato suo vicino che aveva un po’ di libreria….”. L’amico gli presta in continuazione dei libretti da leggere, ma senza denotare un interesse particolare e, ogni volta, li prende nel mucchio, a caso. Quello che domina è l’abitudine (“…ogni giorno…”) e non l’interesse che, se esiste, è più rivolto verso una descrizione superficiale degli aneddoti. Nella scelta di don Abbondio e del suo fornitore di letture manca ogni criterio di scelta. In altre parole, si potrebbe affermare che le letture a cui il curato dedica un po’ tempo, riflettono la sua personalità, limitata, legata al contingente, di vedute molto ristrette e alla ricerca di una quiete, per altro sempre fragile.
La Biblioteca Ambrosiana
Siamo al capitolo XXII. La visita pastorale del Cardinale Federigo Borromeo, fornisce un’occasione per descrivere il ruolo di uomo saggio e di cultura. Nel 1609, aveva fondato la Biblioteca Ambrosiana di Milano. Sulla descrizione di essa, l’autore si sofferma per delineare la portata intellettuale del cardinale che viene individuato come uno studioso in contrasto coi tempi, legato piuttosto alla tradizione umanistica del secolo precedente e precursore dell’erudizione e della civiltà del Settecento. Questo aspetto della personalità del Cardinale, che fu realmente un uomo di vasta cultura e che mantenne una corrispondenza con Galileo Galei, era molto apprezzato dal Manzoni e dai suoi contemporanei che l’Illuminismo aveva abituato a valorizzare la ricerca intellettuale e soprattutto la ricerca di tutto quanto era di utilità pubblica, un concetto che impostava anche la Biblioteca Ambrosiana, accessibile liberamente agli interessati e collegata ad una scuola. Un aspetto peculiare era la necessità di mantenere rapporti con gli uomini più dotti d’Europa. Anche questo superamento delle frontiere nella comune ricerca di una cultura nuova era stato un ideale degli umanisti, ripreso poi con slancio dagli Illuministi e dagli ambienti romantici a cui il Manzoni apparteneva. Si tratta di un segno, dall’aspetto profetico, di un cardinale Federico in accordo con i tempi nuovi. Lo scrittore sottolinea la facilità di accesso alla consultazione: i libri erano tutti esposti in bella mostra, esisteva la possibilità di mettersi a sedere e di disporre di carta penna e calamaio per prendere eventuali appunti. Gli effetti della biblioteca sulla cultura pubblica furono miracolosi.
Il sarto e le sue letture
Nel capitolo XXIV, Lucia dopo essere stata liberata dall’Innominato, viene accolta in casa di un sarto la cui moglie (“ donne di cuore e di testa”) era stata vicina alla ragazza, su indicazione del Cardinale. Il sarto viene definito dalla sua cultura, legata a repertori popolari di storie avventurose e cavalleresche; si tratta di letture povere, lontane dagli interessi di élite, ma comunque tali da offrirgli una certa fierezza del suo sapere. Infatti, egli le Leggende dei Santi, forse la Leggenda aurea, testi sulle imprese dei Reali di Francia e il Guerrin Meschino. Si tratta di opere di un certo successo negli ambienti popolari, volgarizzazione di origine trecentesca di “romanzi” francesi che narravano le gesta di re e cavalieri. Esse erano molto diffuse fra il popolo in modo particolare al tempo della Controriforma.
La biblioteca di don Ferrante
Il capitolo XXVII è riservato ad una lunga digressione dedicata alla biblioteca di don Ferrante, che ha poco meno di 300 volumi, con un sottile rinvio ai tre del sarto e ai trentamila della Biblioteca Ambrosiana. Questa è l’occasione per passare in rassegna, in modo ironico, la cultura del Seicento, come la descrizione della biblioteca di don Chisciotte era servita a Cervantes per passare al vaglio le tendenze della cultura della sua epoca. La voce dell’anonimo, che talvolta emerge esplicitamente, è fatta figurare come fonte di tutto il discorso e lascia intravedere commenti e una determinata scala di valori. In questo modo l’ironia è doppia: si trova nei libri e nei nomi che sottolineano una cultura ormai morta e seppellita, ma anche nella cornice seicentesca che racchiude questo quadro. Come in altre circostanze, il narratore rinuncia ad esprimere esplicitamente il proprio giudizio, ma lo fa filtrare attraverso le cose o attraverso una voce opposta alla sua. Gli argomenti seguono gli interessi e le classificazioni predominanti nel Seicento: astrologia, filosofia antica, “filosofia naturale”, magia e stregoneria, storia e politica, scienza cavalleresca. Legata ad autorità antiche e nuove, la biblioteca di don Ferrante offre un modella della conoscenza e della scienza dell’epoca (non si accenna alla filosofia morale, alla teologia e alla letteratura). In sintesi, don Ferrante si configura come il rappresentante di una cultura laica, erudita, ma sterile, in tutto e per tutto, figlio del suo tempo. Da segnalare, per contrasto, il silenzio su Galileo Galilei che, tuttavia, in quegli anni aveva già pubblicato le sue principali opere.
Domande da interrogazione
- Qual è il ruolo del libro nel romanzo e come si manifesta attraverso i personaggi?
- Come viene descritta la cultura di don Abbondio e quali sono le sue letture?
- Qual è l'importanza della Biblioteca Ambrosiana nel contesto del romanzo?
- Che tipo di letture caratterizzano il sarto che accoglie Lucia?
- Come viene rappresentata la biblioteca di don Ferrante e quale critica emerge da essa?
Il libro nel romanzo riflette e veicola cultura, manifestandosi attraverso le letture di don Abbondio, la Biblioteca Ambrosiana, le letture del sarto e la biblioteca di don Ferrante, ognuna delle quali rivela aspetti distintivi della personalità e del contesto culturale dei personaggi.
La cultura di don Abbondio è limitata e superficiale, caratterizzata da letture casuali e poco impegnative, come evidenziato dalla sua abitudine di leggere “un pochino ogni giorno” senza un vero interesse critico, riflettendo una personalità ristretta e alla ricerca di una quiete fragile.
La Biblioteca Ambrosiana, fondata dal Cardinale Federigo Borromeo, rappresenta un faro di cultura e intellettualità, accessibile a tutti e in linea con i valori umanistici e illuministi, sottolineando l'importanza della ricerca intellettuale e della cultura pubblica.
Il sarto è descritto come un uomo di cultura popolare, le cui letture comprendono opere avventurose e cavalleresche, come le Leggende dei Santi e il Guerrin Meschino, che, sebbene povere, gli conferiscono una certa fierezza e appartenenza culturale.
La biblioteca di don Ferrante, con i suoi quasi 300 volumi, rappresenta una cultura erudita ma sterile, evidenziando l'ironia di una conoscenza legata a tendenze obsolete e la mancanza di riferimenti a figure significative come Galileo Galilei, riflettendo una critica alla cultura del Seicento.