Traduzione di Versi 458-540, Libro 2 di Virgilio

Versione originale in latino


O fortunatos nimium, sua si bona norint,
agricolas! quibus ipsa procul discordibus armis
fundit humo facilem victum iustissima tellus.
Si non ingentem foribus domus alta superbis
mane salutantum totis vomit aedibus undam,
nec varios inhiant pulchra testudine postis
inlusasque auro vestes Ephyreiaque aera,
alba neque Assyrio fucatur lana veneno
nec casia liquidi corrumpitur usus olivi:
at secura quies et nescia fallere vita,
dives opum variarum, at latis otia fundis -
speluncae vivique lacus et frigida Tempe
mugitusque boum mollesque sub arbore somni -
non absunt; illic saltus ac lustra ferarum
et patiens operum exiguoque adsueta iuventus,
sacra deum sanctique patres; extrema per illos
iustitia excedens terris vestigia fecit.
Me vero primum dulces ante omnia Musae,
quarum sacra fero ingenti percussus amore,
accipiant caelique vias et sidera monstrent,
defectus solis varios lunaeque labores;
unde tremor terris, qua vi maria alta tumescant
obicibus ruptis rursusque in se ipsa residant,
quid tantum Oceano properent se tinguere soles
hiberni, vel quae tardis mora noctibus obstet.
Sin, has ne possim naturae accedere partis,
frigidus obstiterit circum praecordia sanguis:
rura mihi et rigui placeant in vallibus amnes,
flumina amem silvasque inglorius. O ubi campi
Spercheosque et virginibus bacchata Lacaenis
Taygeta! O, qui me gelidis convallibus Haemi
sistat et ingenti ramorum protegat umbra!
Felix, qui potuit rerum cognoscere causas,
atque metus omnis et inexorabile fatum
subiecit pedibus strepitumque Acherontis avari.
Fortunatus et ille, deos qui novit agrestis,
panaque Silvanumque senem Nymphasque sorores:
illum non populi fasces, non purpura regum
flexit et infidos agitans discordia fratres
aut coniurato descendens Dacus ab Histro,
non res Romanae perituraque regna; neque ille
aut doluit miserans inopem aut invidit habenti
quos rami fructus.

Traduzione all'italiano


O agricoltori anche troppo fortunati se solo conoscessero i loro
Beni! Per loro spontaneamente, lontano dalla discordia delle armi,
La terra giustissima offre dal suolo facile sostentamento.
Se l'alto palazzo dalle superbe porte
Non versa uno stolo immenso di salutatori mattutini da tutte le sue porte
Se (gli agricoltori) non bramano a bocca aperta, battenti variamente intarsiati di bella tartaruga,
vesti ricamate in oro e bronzi di Corinto,
se la bianca lana non è colorata con la porpora assira e
l'uso dell'olio limpido non è guastato dalla cannella,
ma invece non mancano una pace sicura e una vita fallace
Ricca di beni diversi, ma il riposo nei poderi,
spelonche e laghi naturali e fresche vallate amene,
e muggiti di buoi e molli sonni al riparo di un albero.
Lì vi sono balze e tane di animali selvatici,
una gioventù operosa e abituata al poco,
non manca il culto per gli dei e la venerazione per i genitori: fra loro
la Giustizia segnò le sue ultime impronte quando abbandonò la terra.
Invero, in primo luogo, le Muse dolci più di tutto,
di cui io porto le sacre insegne colpito d'amore immenso,
mi accolgano mostrandomi le vie del cielo e le stelle,
le eclissi diverse del sole e le fasi della luna,
l'origine dei terremoti, quale forza rigonfi i mari profondi
spezzando gli argini e poi tornando in se stessi,
perché tanto si affrettino a bagnarsi nell'Oceano i soli invernali,
o quale indugio pesi sulle notti lenti a trascorrere.
Se invece il sangue, freddo intorno al mio cuore,
impedirà che io possa avvicinarmi a questi aspetti della natura,
piacciano a me le campagne e i fiumi che irrigano le vallate,
possa io amare anche senza gloria le selve ed i corsi d'acqua.
O dove sono le pianure e lo
Sperchèo e le cime del Taigeto percorse in riti bacchici dalle vergini
spartane! Oh, chi mi porterà tra le gelidi valli dell'Emo
e mi riparerà con l'enorme ombra dei rami!
Felice chi ha potuto investigare le cause delle cose
e mettere sotto i piedi tutte le paure, il fato inesorabile,
lo strepito dell'avido Acheronte.
Fortunato anche colui che conosce gli dei agricoli,
Pan e il vecchio Silvano e le Ninfe sorelle.
Quell'uomo non possono turbare i fasci popolari, né la porpora dei re
né la discordia che inquieta i fratelli che si tradiscono
o i Daci che calano dal Danubio una volta fatta un'alleanza,
non le vicende di Roma e i regni condannati a morire; e quello
non si duole avendo pietà per il povero né invidia il ricco.

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