Traduzione di Versi 235 - 344, Libro 6 di Virgilio

Versione originale in latino


dicitur aeternumque tenet per saecula nomen.
His actis propere exsequitur praecepta Sibyllae.
spelunca alta fuit vastoque immanis hiatu,
scrupea, tuta lacu nigro nemorumque tenebris,
quam super haud ullae poterant impune volantes
tendere iter pennis: talis sese halitus atris
faucibus effundens supera ad convexa ferebat.
[unde locum Grai dixerunt nomine Aornum.]
quattuor hic primum nigrantis terga iuvencos
constituit frontique invergit vina sacerdos,
et summas carpens media inter cornua saetas
ignibus imponit sacris, libamina prima,
voce vocans Hecaten caeloque Ereboque potentem.
supponunt alii cultros tepidumque cruorem
succipiunt pateris. ipse atri velleris agnam
Aeneas matri Eumenidum magnaeque sorori
ense ferit, sterilemque tibi, Proserpina, vaccam;
tum Stygio regi nocturnas incohat aras
et solida imponit taurorum viscera flammis,
pingue super oleum fundens ardentibus extis.
ecce autem primi sub limina solis et ortus
sub pedibus mugire solum et iuga coepta moveri
silvarum, visaeque canes ululare per umbram
adventante dea. 'procul, o procul este, profani,'
conclamat vates, 'totoque absistite luco;
tuque invade viam vaginaque eripe ferrum:
nunc animis opus, Aenea, nunc pectore firmo.'
tantum effata furens antro se immisit aperto;
ille ducem haud timidis vadentem passibus aequat.
Di, quibus imperium est animarum, umbraeque silentes
et Chaos et Phlegethon, loca nocte tacentia late,
sit mihi fas audita loqui, sit numine vestro
pandere res alta terra et caligine mersas.
Ibant obscuri sola sub nocte per umbram
perque domos Ditis vacuas et inania regna:
quale per incertam lunam sub luce maligna
est iter in silvis, ubi caelum condidit umbra
Iuppiter, et rebus nox abstulit atra colorem.
vestibulum ante ipsum primisque in faucibus Orci
Luctus et ultrices posuere cubilia Curae,
pallentesque habitant Morbi tristisque Senectus,
et Metus et malesvada Fames ac turpis Egestas,
terribiles visu formae, Letumque Labosque;
tum consanguineus Leti Sopor et mala mentis
Gaudia, mortiferumque adverso in limine Bellum,
ferreique Eumenidum thalami et Discordia demens
vipereum crinem vittis innexa cruentis.
in medio ramos annosaque bracchia pandit
ulmus opaca, ingens, quam sedem Somnia vulgo
vana tenere ferunt, foliisque sub omnibus haerent.
multaque praeterea variarum monstra ferarum,
Centauri in foribus stabulant Scyllaeque biformes
et centumgeminus Briareus ac belva Lernae
horrendum stridens, flammisque armata Chimaera,
Gorgones Harpyiaeque et forma tricorporis umbrae.
corripit hic subita trepidus formidine ferrum
Aeneas strictamque aciem venientibus offert,
et ni docta comes tenuis sine corpore vitas
admoneat volitare caua sub imagine formae,
inruat et frustra ferro diverberet umbras.
Hinc via Tartarei quae fert Acherontis ad undas.
turbidus hic caeno vastaque voragine gurges
aestuat atque omnem Cocyto eructat harenam.
portitor has horrendus aquas et flumina servat
terribili squalore Charon, cui plurima mento
canities inculta iacet, stant lumina flamma,
sordidus ex umeris nodo dependet amictus.
ipse ratem conto subigit velisque ministrat
et ferruginea subiectat corpora cumba,
iam senior, sed cruda deo uiridisque senectus.
huc omnis turba ad ripas effusa ruebat,
matres atque uiri defunctaque corpora uita
magnanimum heroum, pueri innuptaeque puellae,
impositique rogis iuvenes ante ora parentum:
quam multa in silvis autumni frigore primo
lapsa cadunt folia, aut ad terram gurgite ab alto
quam multae glomerantur aves, ubi frigidus annus
trans pontum fugat et terris immittit apricis.
stabant orantes primi transmittere cursum
tendebantque manus ripae ulterioris amore.
navita sed tristis nunc hos nunc accipit illos,
ast alios longe summotos arcet harena.
Aeneas miratus enim motusque tumultu
'dic,' ait, 'o uirgo, quid vult concursus ad amnem?
quidve petunt animae? vel quo discrimine ripas
hae linquunt, illae remis vada livida verrunt?'
olli sic breviter fata est longaeva sacerdos:
'Anchisa generate, deum certissima proles,
Cocyti stagna alta vides Stygiamque paludem,
di cuius iurare timent et fallere numen.
haec omnis, quam cernis, inops inhumataque turba est;
portitor ille Charon; hi, quos vehit unda, sepulti.
nec ripas datur horrendas et rauca fluenta
transportare prius quam sedibus ossa quierunt.
centum errant annos volitantque haec litora circum;
tum demum admissi stagna exoptata revisunt.'
constitit Anchisa satus et vestigia pressit
multa putans sortemque animo miseratus iniquam.
cernit ibi maestos et mortis honore carentis
Leucaspim et Lyciae ductorem classis Oronten,
quos simul a Troia ventosa per aequora vectos
obruit Auster, aqua involvens navemque virosque.
Ecce gubernator sese Palinurus agebat,
qui Libyco nuper cursu, dum sidera servat,
exciderat puppi mediis effusus in undis.
hunc ubi vix multa maestum cognovit in umbra,
sic prior adloquitur: 'quis te, Palinure, deorum
eripuit nobis medioque sub aequore mersit?
dic age. namque mihi, fallax haud ante repertus,
hoc uno responso animum delusit Apollo

Traduzione all'italiano


E si dice che il nome mantiene eterno nei secoli. Compiute queste cose, esegue subito gli ordini di Sibilla. C'era una grotta profonda e immensa per la sua vasta apertura, rocciosa, protetta da un nero lago e dalle tenebre dei boschi, sulla quale nessun volatile impunemente poteva dirigere il proprio volo con le ali, tali erano le esalazioni che, effondendosi dalla nera apertura, si levavano alla volta del cielo. [Per questo i Greci chiamarono il luogo col nome di Aorno]. Qui per prima cosa la sacerdotessa dispone quattro giovenchi dal dorso nero, versa vino sulla loro fronte e tagliando tra le corna gli ispidi peli più lunghi, li getta sui sacri fuochi, come prima offerta votiva invocando ad alta voce Ecate potente nel cielo e nell'Erebo. Altri immergono i coltelli alla gola delle vittime e raccolgono nelle tazze il tiepido sangue. Lo stesso Enea immola con la spada un'agnella dal nero vello alla madre delle Eumenidi e alla grande sorella e a te, Proserpina, una vacca sterile. Poi innalza al re dello Stige notturne are e getta sulle fiamme intere membra di tori versando grasso olio sulle viscere in fiamme. Quand'ecco ai primi chiarori del sorgere del sole mugghiare la terra sotto i piedi e le cime delle selve cominciare a tremare e le cagne sembrano ululare attraverso l'oscurità all'avvicinarsi della dea. “Lontani, state lontani, o profani,” - grida la veggente, - “e allontanatevi da tutto il bosco; e tu intraprendi la via e strappa la spada dal fodero: ora, o Enea, ci vuole coraggio, ora ci vuole un animo risoluto”. Detto questo entrò furente nell'antro aperto; ed egli con passo sicuro eguaglia la guida che avanza. O dei che avete il dominio sulle anime, ombre silenziose e Caos e Flegetonte, vasti luoghi silenziosi nella notte, concedetemi di raccontare quel che udii e col vostro consenso rivelare le cose sepolte nella terra profonda e nell'oscurità. Andavano oscuri nella notte solitaria attraverso le tenebre e le vuote case di Dite e i regni delle ombre vane come è il cammino nelle selve al debole lume dell'incerta luna quando Giove nasconde il cielo nell'ombra e la nera notte toglie il colore alle cose. Proprio davanti al vestibolo e sul primo ingresso dell'Orco, hanno il loro giaciglio il Lutto e gli Affanni vendicatori e vi abitano le pallide Malattie, la triste Vecchiaia, la Paura e la Fame cattiva consigliera, la turpe Miseria, fantasmi terribili a vedersi, la Morte e il Dolore; quindi il Sonno, fratello della Morte, e i malvagi Piaceri dell'animo e sull'opposta soglia la Guerra portatrice di morte, i letti di ferro delle Eumenidi, la pazza Discordia coi capelli di vipere cinti con bende sanguinanti. In mezzo un ombroso immenso olmo stende i rami e le sue vecchie braccia, dimora che, dicono, i Sogni fallaci occupano a frotte e restano attaccati sotto ogni foglia. E inoltre numerose figure mostruose di diverse fiere hanno dimora sulle porte: i Centauri e le Scille biformi, Briàreo dalle cento braccia e l'idra di Lerna, che stride orribilmente e la Chimera armata di fiamme, le Gorgoni e le Arpie e il fantasma dell'ombra dai tre corpi. Qui Enea, tremante per un improvviso terrore, afferra la spada e presenta la punta aguzza alle ombre che avanzano e se non l'avvisasse l'esperta compagna, che si tratta di vite leggere senza corpo che volteggiano sotto una vuota immagine di forme, si sarebbe precipitato e invano col ferro avrebbe squarciato le ombre. Di qui comincia la via che porta alle onde del Tartareo Acheronte, qui un gorgo torbido di fango ribolle in una vasta voragine ed erutta tutta la sua melma nel Cocito. Queste acque e i fiumi custodisce Caronte, orrendo nocchiero nella sua terribile asprezza, che porta sul mento una folta e incolta barba bianca, stanno fissi gli occhi fiammeggianti e un sordido mantello gli pende dalle spalle legato con un nodo. Egli stesso spinge la barca con un palo, la governa colle vele e traghetta sulla navicella di cupo colore, ormai vecchio, ma per il dio quella vecchiaia è ancor fresca e verde. Qui, sparsa sulle rive, si precipitava tutta la turba, madri e uomini e corpi privati della vita di magnanimi eroi, fanciulli e nubili fanciulle e giovani posti sui roghi sotto gli occhi dei genitori: come numerose nelle selve cadono le foglie staccandosi al primo freddo dell'autunno, o come numerosi gli uccelli si rifugiano sulla terra venendo dall'alto mare quando la fredda stagione li mette in fuga dai luoghi posti oltre il mare e li sospinge verso terre assolate. Le anime stavano ferme e pregavano di compiere per prime il tragitto e tendevano le mani per il desiderio della riva opposta. Ma l'iracondo aspro nocchiero accoglie ora queste ora quelle e scaccia gli altri, sospinti lontano dalla riva. Enea, certamente meravigliato e commosso dal tumulto, esclama: “Dimmi, o vergine, la folla presso il fiume? E cosa chiedono le anime? Per quale discernimento queste lasciano le rive e quelle solcano coi remi la livida palude?”. Così gli rispose brevemente la sacerdotessa carica d'anni: “Figlio di Anchise, legittimo discendente di dei, vedi i profondi stagni del Cocito e la palude Stigia, queste anime che vedi sono la turba misera e insepolta; quel nocchiero è Caronte; questi, che l'onda trasporta, sono stati sepolti. E non è concesso traghettare le orrende rive e le correnti che risuonano sordamente, prima che le ossa abbiano trovato riposo nei sepolcri. Errano per cento anni e s'aggirano intorno a questi lidi e allora, infine, ammessi rivedono gli stagni bramati”. S'arrestò il figlio di Anchise e fermò i passi, pensando a molte cose e commiserando in cuor suo l'iniqua sorte. Ivi scorge mesti e privi dell'onore della sepoltura Leucaspi ed Oronte capo della flotta di Licia, che Austro sommerse insieme, mentre navigavano da Troia sui mari tempestosi, inghiottendo nell'onde la nave e gli uomini. Ecco si fa avanti Palinuro, il nocchiero che poco prima durante la navigazione libica, mentre osservava le stelle era caduto dalla poppa gettato in mezzo alle onde. Quando lo riconobbe, a stento nella nera ombra, così per primo gli parlò: “O Palinuro, quale dio ti ha strappato a noi e ti sommerse nel profondo del mare? Orsù, parla”. E infatti Apollo, che mai prima ho trovato bugiardo, solo con questo responso ha deluso il mio animo

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